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Diritti sociali, i nodi irrisolti del salario minimo, di Claudio Lucifora

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 18/11/2019 07:57
Una delle misure che gli Stati membri europei hanno adottato da tempo per proteggere le retribuzioni è il salario minimo legale, provvedimento attualmente in vigore in 22 Paesi, ma non ancora in Italia…

Due anni fa, il 17 novembre del 2017, il Parlamento di Strasburgo approvava il Pilastro europeo dei diritti sociali, una serie di princìpi per contrastare la diffusione delle diseguaglianze nell’Unione. Tra questi figura il tema delle retribuzioni che devono essere «eque» per garantire un tenore di vita dignitoso ai lavoratori: lo stesso principio sancito dall’art. 36 della Costituzione italiana

Tuttavia, le statistiche sulle retribuzioni in Europa certificano che un lavoratore su 10 si trova in una condizione di povertà relativa (Eurostat, 2018). La situazione non è migliore in Italia dove il lavoro povero interessa più di 3 milioni di lavoratori dipendenti e quasi un milione di autonomi (Cnel, 2018).

Sembra dunque lecito domandarsi in che modo la politica possa favorire la realizzazione dei diritti sociali del Pilastro europeo per tutelare i livelli retributivi e i redditi dei lavoratori. Una delle misure che gli Stati membri hanno adottato da tempo per proteggere le retribuzioni è il salario minimo legale, provvedimento attualmente in vigore in 22 Paesi, ma non ancora in Italia. Impegno, quello di proteggere i salari, ribadito anche dalla Presidente nominata della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che nel suo programma ha promesso di introdurre un salario minimo europeo (nonostante la competenza sia nazionale).

Per discutere di questi temi l’Università Cattolica ha organizzato, per il prossimo 18 novembre, una lectio magistralis intitolata alla memoria di Carlo Dell’Aringa, l’economista e professore emerito dell’Ateneo scomparso un anno fa. La lezione sarà tenuta da Pierre Cahuc professore nella prestigiosa Science Po di Parigi e membro del Conseil d’analyse économique (Cae) dove ha coordinato il gruppo di esperti sul salario minimo in Francia. 

Nel suo intervento Pierre Cahuc toccherà molti dei temi che occupano attualmente il dibattito pubblico in Italia con riferimento ai disegni di legge che prevedono l’introduzione di un salario minimo legale nel nostro ordinamento. Infatti, nonostante il comune obiettivo, i Ddl in discussione in Parlamento presentano impostazioni molto diverse. Uno interviene sulla definizione del livello minimo salariale senza riferimento alla contrattazione (Ddl n. 310), mentre gli altri presentano una proposta più articolata, intervenendo anche sulla rappresentanza delle parti sociali e sull’efficacia della contrattazione collettiva (Ddl n. 658 e Ddl n. 1132).

Si tratta quindi di provvedimenti alquanto eterogenei, soprattutto per quanto riguarda il riferimento al sistema di relazioni industriali e della contrattazione collettiva che, nel bene e nel male, ha regolato la determinazione dei salari dal dopoguerra a oggi. La questione di fondo si colloca nel riconoscimento del ruolo delle parti sociali nella contrattazione collettiva, nella misurazione della rappresentanza delle organizzazioni firmatarie dei contratti e dell’eventuale estensione erga omnes dei minimi retributivi definiti nei contratti nazionali. Tale obiettivo è anche esplicitato richiamando le recenti posizioni delle parti sociali contenute in diversi accordi interconfederali – da ultimo il cosiddetto “Patto della fabbrica” del marzo 2018 – rispetto all’esigibilità universale dei minimi salariali definiti dai Ccnl (comparativamente più rappresentativi).

Per valutare i potenziali effetti che l’introduzione del salario minimo produrrebbe sul sistema economico i principali istituti di ricerca hanno effettuato delle simulazioni che sono state presentate e discusse nell’ambito delle Commissioni lavoro della Camera e del Senato. I risultati offrono importanti elementi di riflessione. In primo luogo il livello al quale fissare il salario minimo. Per l’Ocse, se il salario minimo italiano venisse fissato a un livello di 9 euro netti, come indicato in uno dei Ddl presentati, sarebbe in assoluto – in termini di potere di acquisto – il più alto d’Europa

L’Istat ha invece cercato di stimare la platea di lavoratori interessati da un salario minimo di 9 euro lordi, che corrisponderebbe a circa 2,9 milioni di addetti (il 21% dell’occupazione dipendente), con un incremento del reddito lordo medio pro-capite di circa 1.000 euro all’anno. Nel caso il salario minimo orario di 9 euro fosse netto, questo corrisponderebbe al 116% del salario mediano e finirebbe per interessare più della metà dei lavoratori dipendenti (52 %). Il salario minimo, infine, interesserebbe soprattutto le micro imprese (meno di 10 dipendenti) e quelle operanti nel Mezzogiorno – oltre il 30% dei lavoratori interessati sarebbero residenti al Sud.

Quindi, mentre il Parlamento si accinge ad approvare il provvedimento, sono ancora molte le questioni aperte. Quale livello per il salario minimo è idoneo per l’economia italiana? Quali gli effetti sull’occupazione e sulle diseguaglianze? Chi ci guadagna e chi ci perde dall’introduzione di un salario minimo? Come tutelare le piccole imprese, e i lavoratori del Mezzogiorno? Il salario minimo è veramente la migliore soluzione per contrastare la diffusione del lavoro povero?

*Docente di Economia politica all’Università Cattolica di Milano

https://www.ilsole24ore.com/art/diritti-sociali-nodi-irrisolti-salario-minimo-ACLcvfy

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