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Diritti civili, Renzi riapre il dossier, di Vladimiro Zagrebelsky

creato da webmaster ultima modifica 17/09/2015 12:02
Va dunque apprezzato che finalmente il nuovo segretario Renzi abbia rotto il silenzio e abbia messo tra le urgenze anche alcuni temi di diritti civili. Lo ha fatto, come l’occasione permetteva, in modo generico. Ma lo ha fatto. ...

Da diverso tempo ormai i temi sociali su cui è lecito avere posizioni diverse, tanto più se hanno risvolti di natura etica, sono stati cancellati dall’agenda politica. Così è stato per i diritti civili; tanto più fermamente quanto meno vasti sono i gruppi che li rivendicano. La generale difficoltà delle istituzioni politiche a prender decisioni ha trovato in materia di diritti civili un espediente linguisticoper giustificarsi. Si tratta – si dice - di temi “divisivi”. E poiché è bello e necessario essere uniti, ecco che va messo a tacere chi insiste nel riproporli.

La complessa e costosa architettura di istituzioni politiche servirebbe dunque per “decidere” quel che, essendo ovvio oppure necessario, non richiede o non tollera discussioni. Saranno eventualmente i giudici a occuparsi dei problemi, salve le rituali successive polemiche.

Dai programmi e dall’azione del governo Monti e di quello attuale Letta sono infatti scomparse le questioni che riguardano i diritti civili.
Si è creduto così di poter mettere la sordina a problemi fastidiosi. Ma i problemi sono ancora lì, ineludibili e tali anche da mettere l’Italia in cattiva luce in Europa.
Non basta l’apprezzamento di Putin, che per mandar bambini russi in adozione, preferisce l’Italia al resto del mondo.

La paralisi politica ha riguardato anche e specificamente il Pd, bloccato sia dal difficile dialogo con i partiti alleati, sia dalle divergenze e dalle interdizioni interne.

Va dunque apprezzato che finalmente il nuovo segretario Renzi abbia rotto il silenzio e abbia messo tra le urgenze anche alcuni temi di diritti civili. Lo ha fatto, come l’occasione permetteva, in modo generico. Ma lo ha fatto. E ha indicato le questioni della legge Bossi-Fini (trattamento dei migranti), dello ius soli (acquisizionedella cittadinanza italiana), delle unioni civili (etero e omosessuali). Ve ne sono anche altre di varia natura: di ampio respiro come quella della legge sulla libertà religiosa che ancora dopo tanti anni non c’è, oppure di più ristretto impatto, come l’eliminazione delle assurde limitazioni che la legge pone ai modi di maternità medicalmente assistita. Per non tornare a dire che urge la cessazione della grave violazione dei diritti civili di tante persone, per il sovraffollamento delle carceri.

Naturalmente le difficoltà restano tutte e l’indicazione di alcuni temi da affrontare apre, non risolve,il discorso.
Il recente richiamo di Renzi alla necessità di riforma della giustizia (anche penale) merita lo stesso avvertimento, affinché la genericità dell’impegno non si traduca poi in frustrazione. Occorre cioè ora unire l’intenzione di intervenire con l’elaborazione non improvvisata di soluzioni nel merito e nel metodo. Anche nel metodo perché le riforme in simili materie richiedono coinvolgimento e discussione, a partire però da premesse fondamentali.
In tema di diritti e libertà civili non vale il principio di maggioranza, poiché i diritti delle minoranze e dei singoli sono intangibili. E meno la legge vincola e restringe meglio è, perché lascia spazio alla libertà, all’autodeterminazione, alla dignità delle persone.

La prima operazione da fare è di definizione delle questioni e di depurazione linguistica. L’espressione ius soli è divenuta sinonimo di migliaia di extra-comunitari che toccando terra a Lampedusa diventano cittadini italiani.
Non è questo naturalmente, ma va spiegato. Si tratta semplicemente, più di quanto già non avvenga, di ammettere che lo straniero nato in Italia o arrivatovi giovanissimo acquisisca la cittadinanza se dimostra segni sufficienti d’integrazione sociale.

La conoscenza della lingua italiana, la scuola frequentata in Italia sono condizioni importanti. E quando Renzi dice che va riformata la legge Bossi-Fini, deve precisare che cosa vuole eliminare e cosa cambiare, per regolare l’irresistibile fenomeno dell’immigrazione verso l’Europa.
Il discorso non si può limitare alla pur necessaria abolizione del reato di “clandestinità”, che trasforma in criminale chi è irregolarmente sul territorio.

V’è poi l’indilazionabile questione delle unioni civili.
In Europa ne sono state adottate varie, diversamente regolate; recentemente Spagna e Francia hanno ammesso matrimoni omosessuali. E con la libera circolazione nell’area dell’Unione europea le frontiere nazionali non sono più impermeabili.
La forma matrimoniale però non è l’unica possibile; ma se si sceglie ora di riconoscere le unioni civili, non si possono discriminare le coppie secondo l’orientamento sessuale. Le forme di famiglia si sono articolate riducendo quella matrimoniale a essere una tra tante, non più l’unica.
Basta guardare oggettivamente ai numeri: quelli delle coppie che convivono ed hanno figli senza pensare a sposarsi; quelli dei bambini che nascono fuori dei matrimoni; quelli dei divorzi. E le tante coppie stabili omosessuali.

L’evoluzione sociale che ha condotto all’attuale realtà, non può essere imbrigliata negli schemi che vengono dal passato.
E’ frutto di un equivoco, di un abuso linguistico la pretesa che solo il matrimonio di un uomo con una donna sia “naturale” e quindi rispettoso della Costituzione, che riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Abuso linguistico, perché nulla consente di fissare per sempre una nozione di famiglia piuttosto che un’altra.
Non sono solo la Corte costituzionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo a dire che le convivenze stabili, non matrimoniali, sono formazioni sociali che vanno protette e rispettate.

Nel corso dei lavori dell’Assemblea costituente, la questione che si poneva era quella di riparare la realtà sociale della famiglia da eccessive pretese di regolamentazione e interferenza da parte dello Stato. Non c’era l’intenzione di fissare una volta per sempre un modello, un tipo di famiglia.

Aldo Moro disse così: “pur essendo molto caro ai democristiani il concetto di vincolo sacramentale nella famiglia, questo non impedisce di raffigurare anche una famiglia, comunque costituita, come una società che, presentando determinati caratteri di stabilità e di funzionalità umana, possa inserirsi nella vita sociale. Mettendo da parte il vincolo sacramentale, si può raffigurare la famiglia nella sua struttura come una società complessa non soltanto di interessi e di affetti, ma soprattutto dotata di una propria consistenza che trascende i vincoli che possono solo temporaneamente tenere unite due persone”.

Quale duttilità e disponibilità rispetto all’evolversi delle pratiche sociali! Quale lezione per chi ora pretende di imporre le sue concezioni “non negoziabili”!

Renzi ha riproposto la questione dei diritti civili. Con apertura alla società, tolleranza e rispetto per gli altri, senza paura, è possibile trovare soluzioni.

Fonte: “La Stampa” del 17 dicembre 2013

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