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Diminuire i divari tra grandi e piccole città, di Paolo Gualtieri

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 05/10/2019 09:04
Occorre cambiare approccio sia nelle analisi sia nelle azioni di politica economica per affrontare efficacemente il problema delle disuguaglianze…

Come alcuni studi di economia del lavoro avevano previsto già molti anni orsono, anche in Europa al pari degli Stati Uniti, la ricchezza va concentrandosi in poche importanti città (San Francisco, New York, Boston, Seattle, Londra, Parigi, Monaco di Baviera, Barcellona e Milano) il cui divario con le altre è oramai divenuto enorme e percepibile da chiunque le viva o solo le frequenti per affari o turismo.

Il fenomeno sembra aver avuto origine per la presenza di università, centri di ricerca e di idee, che sono stati il riferimento per lo sviluppo di aziende e la creazione di attività di impresa innovative, che a loro volta, generando profitti e potendo pagare salari e compensi elevati, hanno attratto consulenti, professionisti, operatori dei servizi finanziari e non, e questa cerchia si è ulteriormente allargata al commercio, alla ristorazione fino a incidere sulle istituzioni pubbliche locali che beneficiano degli investimenti nella città e sono anche stimolate dalle iniziative dei privati, come, ad esempio mostra, l’eccellente funzionamento della sanità a Milano. Insomma, come suole dirsi, si è creato un circolo virtuoso del quale godono, chi più chi meno, i cittadini di quelle splendide città.

Questo divario economico tra poche città e tutte le altre è però anche un aspetto del problema delle forti disuguaglianze tra individui che è alla radice degli estremismi di più recente nascita. Le differenze di reddito e di qualità della vita all’interno dei Paesi occidentali sono gradualmente cresciute dopo la fine dei decenni di sviluppo postbellico, che aveva permesso ai figli di superare quasi sempre il livello di qualità di vita dei loro padri, e si sono accentuate notevolmente negli ultimi venti anni.

Le ragioni di queste disuguaglianze non sono spiegate in maniera concorde negli studi economici, però c’è unità di visioni nell’affermare che le disuguaglianze non sono state originate da fenomeni come l’immigrazione di persone che accettano bassi salari oppure le importazioni dalla Cina e più in generale il libero scambio di beni e servizi con Paesi commercialmente aggressivi o ancora la delocalizzazione dei siti produttivi in Paesi con bassi costi di manodopera. Queste ipotetiche cause sono nel racconto facile di persone non sempre disinteressate, ma non trovano riscontro nei dati economici.

La non piena e sicura comprensione delle origini del fenomeno costituisce un limite all’individuazione di correttivi e ha condotto a scelte talvolta confuse e talaltra di ripiego. Tra quelle del primo tipo si annoverano le politiche redistributive di spesa realizzate senza un progetto di lungo termine, che sono controproducenti non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello della funzione di educazione culturale e di indirizzo dei comportamenti collettivi.

La più rilevante del secondo tipo è la supplenza della politica monetaria dalla quale si pretendono aiuti che non può dare. Gli interventi espansivi sono stati enormi e prolungati al punto che oggi si parla di “nuova normalità” con riferimento alle condizioni di liquidità e ai livelli di tassi di interesse, impensabili in passato. Ora però gli spazi sono minimi, i tassi negativi e gli ulteriori acquisti di titoli aiuteranno nel breve termine i governi a finanziare il debito e gli investitori a non subire perdite, ma non avranno effetti rilevanti sull’economia reale e quindi favoriranno i rendimenti finanziari ma non i redditi da lavoro.

Occorre a questo punto cambiare approccio sia nelle analisi sia nelle azioni di politica economica per affrontare efficacemente il problema delle disuguaglianze. Bisogna incidere sui valori individuali e delle comunità per modificare i comportamenti e promuovere così le riforme strutturali mai realizzate e per farlo bisogna ricorrere ad altre scienze, alla filosofia, alla sociologia, alle scienze della formazione e della comunicazione, oltre che al diritto e all’economia. Occorre uno sforzo interdisciplinare per un progetto di cambiamento di lungo termine che sia culturale e operativo.

https://www.ilsole24ore.com/art/diminuire-divari-grandi-e-piccole-citta-ACoKqqo

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