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Dietro Brexit il fallimento di una classe dirigente, di Sergio Fabbrini

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 21/01/2019 10:03
Insomma, a Londra è in corso un dramma che sintetizza il fallimento di una classe dirigente. Quel dramma, però, parla anche a noi...

A Londra è in atto un dramma di proporzioni storiche. La decisione di uscire dall’Unione europea (Ue), presa con il referendum del 23 giugno 2016, ha attivato una catena di eventi che nessuno è in grado di governare. Certamente, in quella decisione, un ruolo importante è stato esercitato da giocatori d’azzardo (come Nigel Farage) che hanno convinto il 51,89 per cento degli elettori che Brexit avrebbe portato il Paese verso un futuro radioso. Tuttavia, dietro quel dramma, c’è il fallimento di una intera classe dirigente. Essa ha commesso diversi errori. Due in particolare.

Il primo è consistito nella sottovalutazione dell’interdipendenza economica che collega il Regno Unito all’Europa. Giusto per capirsi. Nell’anno (2017) in cui il Regno Unito ha attivato l’Art. 50 per la secessione dall’Ue, il 44% del totale delle esportazioni britanniche di beni e servizi andava verso i Paesi europei, il 53% del totale delle importazioni britanniche di beni e servizi proveniva da Paesi Ue. In quello stesso anno, mentre la metà dell’interscambio commerciale del Regno Unito era con l’Europa, solamente il 2,9% delle esportazioni britanniche aveva preso la strada per l’Australia e il Canada (i due principali Paesi del Commonwealth), oppure solamente l’11% quella per gli Stati Uniti (il Paese della “relazione speciale”). Il mercato unico ha creato un’area densamente integrata che ha robustamente sostenuto la crescita britannica.

Dal 1973 (anno di adesione del Regno Unito al processo di integrazione) al 2015 (anno precedente al referendum), il Pil pro capite di quel Paese è cresciuto più velocemente (102%) rispetto a quello della Germania (99%), degli Stati Uniti (97%) e della Francia (74%). Ciò nonostante, in quel Paese, si è consentito (per anni) che si sviluppasse una sistematica campagna denigratoria dell’Ue.

Oggi, senza un accordo con l’Ue, il Regno Unito dovrà attendere anni prima di ritornare alla condizione economica del 2015. Un esito drammatico che le leadership europee debbono contribuire a stemperare. Avviando sin da subito un’iniziativa politica (come proposto dal Parlamento europeo nella Risoluzione approvata l’altro ieri) per differenziare il mercato unico e l’unione sempre più stretta. È stata l’assenza dell’integrazione politica (dovuta anche alla irriducibile resistenza dei britannici), che ha caricato il mercato unico di una missione integrativa che spetta invece alla politica assolvere.

Le quattro libertà costitutive del mercato unico (libertà di circolazione dei beni, servizi, capitali e persone) hanno finito per essere interpretate con la stessa rigidità di principi costituzionali. Occorre discutere di una governance differenziata dell’interdipendenza.

Invece, in Italia, ci tocca ascoltare esponenti della maggioranza (come i presidenti leghisti delle commissioni di Bilancio della Camera e delle Finanze del Senato) che propongono di uscire semplicemente dall’interdipendenza, ritornando alla sovranità monetaria della lira. E ciò nonostante il dramma del Regno Unito (che pure non era nellEurozona). Che dire?

Il secondo errore è consistito nella sopravvalutazione della capacità decisionale del popolo. Brexit è il risultato della leggerezza con cui si è pensato (da parte di leader politici come David Cameron) di risolvere un problema che divideva la classe politica ricorrendo al referendum popolare. Come può il singolo cittadino risolvere il dilemma relativo alla permanenza o meno del proprio Paese in un’unione sovranazionale?

Problemi complessi non possono avere risposte semplici, basate sulla scelta binaria del “sì o no” (che è propria del referendum). È stato un atto di irresponsabilità - e non di democrazia - affidare ai cittadini britannici il compito di decidere questioni che vanno al di là del loro buon senso. E sarebbe un atto altrettanto irresponsabile il ricorso ad un secondo referendum (che non risolverebbe alcunché).

Il referendum è uno strumento fondamentale di partecipazione popolare, ma il suo compito è quello di integrare, e non di sostituire, la rappresentanza politica. Spetta ai rappresentanti politici prendere decisioni su materie irriducibili alla semplificazione, assumendosene quindi la responsabilità di fronte ai propri elettori.

È singolare che in Italia, nonostante l’esperienza britannica, esponenti della maggioranza (come il ministro grillino delle Riforme) propongano una riforma costituzionale incentrata sul referendum propositivo. Come se il popolo potesse legiferare su ogni cosa. Così avviene in Svizzera, si dice. Ma la Svizzera è un esempio tutt’altro che confortante, proprio sulla questione del rapporto con l’Ue. Dopo il referendum del 1992, quando gli svizzeri rifiutarono di entrare non solo nell’Ue ma anche nell’Efta (l’associazione di Libero commercio tra Paesi europei che non facevano parte dell’Ue), la Svizzera si è infilata in un vero e proprio labirinto senza uscita. Non potendo fare a meno del mercato unico (che sostiene la sua economia), la Svizzera ha siglato più di 120 accordi bilaterali con l’Ue, creando incongruenze tra materie che hanno incrementato i contrasti con quest’ultima. Su richiesta dell’Ue, la Svizzera ha dovuto riconoscere la necessità di un riordino degli accordi bilaterali all’interno di un comune framework legale. Tuttavia, il governo svizzero è paralizzato, perché tale riordino (che avrebbe la forma di un trattato) dovrebbe poi essere sottoposto a referendum popolare (il cui esito negativo sarebbe scontato). Così, rimangono i 120 accordi separati che non sono sottoponibili a referendum, con la confusione che ne segue. E questo sarebbe un modello da imitare. Che dire?

Insomma, a Londra è in corso un dramma che sintetizza il fallimento di una classe dirigente. Quel dramma, però, parla anche a noi. Ci dice che il popolo non può prendere il posto dei suoi rappresentanti. E ci dice anche che le leadership europee debbono ripensare il progetto di integrazione, separando la prospettiva economica da quella politica. La prima dovrebbe includere tutti i Paesi europei (quindi anche il Regno Unito del post-Brexit), la seconda dovrebbe consentire ad un gruppo di essi di andare verso un’unione sempre più stretta.

 

https://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2019-01-20/dietro-brexit-fallimento-una-classe-dirigente-100727.shtml?uuid=AEewFeIH

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