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De Andrè. A vent'anni dalla morte ricordiamo la sua "Buona Novella", di Eugenio Arcidiacono

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 12/01/2019 10:50
Non sono tante le canzoni italiane dedicate a Maria, ma quando qualche artista si è lasciato ispirare alla sua figura i risultati, di solito, sono stati di grande livello artistico. Imprescindibile in questo senso è La Buona Novella...

Il disco, pubblicato nel 1970, offre un’affascinante rilettura della storia di Gesù in cui si esalta l’umanità dei personaggi narrati. Per questo il cantautore usò come fonte di ispirazione primaria i Vangeli apocrifi, testi non riconosciuti dalla Chiesa cattolica, ma ricchi di particolari sulle vicende di molti personaggi, a partire proprio dalla Madonna, a cui De André dedica i suoi versi più profondi.

Come in L’infanzia di Maria e in cui descrive la sua fanciullezza sacrificata a una vita di preghiera al tempio di Gerusalemme (“Scioglie la neve al sole ritorna l'acqua al mare. il vento e la stagione ritornano a giocare. Ma non per te bambina che nel tempio resti china”) e da Il sogno di Maria, struggente racconto dell’Annunciazione e delle indicibili conseguenze di quelle “parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno ma impresse nel ventre”.

La successiva Ave Maria è un magnifico omaggio alla maternità:  “Sai che fra un'ora forse piangerai, poi la tua mano nasconderà un sorriso. Gioia e dolore hanno il confine incerto nella stagione che illumina il viso. Ave Maria, adesso che sei donna, ave alle donne come te, Maria. Femmine un giorno per un nuovo amore, povero o ricco, umile o Messia”.

Nella successiva Maria nella bottega del falegname, la madre di Gesù apprende dall’uomo la terribile notizia che sta costruendo tre croci, “due per chi disertò per rubare, la più grande per chi guerra insegnò a disertare".

E arriviamo così alla canzone più straziante del disco, Tre madri.

Le prime due sono quelle dei ladri che condividono con Gesù il supplizio della Croce.

La terza è Maria, a cui le donne si rivolgono così: “Sai che alla vita, nel terzo giorno, il figlio tuo farà ritorno. Lascia noi piangere, un po' più forte, chi non risorgerà più dalla morte". Lei sa benissimo che sarà così, ma in quel momento il suo istinto di madre è più forte di tutto e allora guarda suo figlio agonizzante e gli sussurra: “Come nel grembo e adesso in croce, ti chiama amore questa mia voce. Non fossi stato figlio di Dio, t'avrei ancora per figlio mio".

Nella Buona Novella, De André era accompagnato da un gruppo di musicisti eccezionali, il complesso I Quelli, che nel giro di un anno si trasformò nella Premiata Forneria Marconi, con cui poi il cantautore, alla fine del decennio successivo, realizzò un memorabile tour.

http://www.famigliacristiana.it/articolo/de-andre-a-vent-ammo-dalla-morte-ricordiamo-la-sia-buona-novella.aspx

 

I disobbedienti alle leggi del branco, di Giampaolo Mattei

«Nella mia vita non posso prescindere da Cristo”. Un lungo silenzio, avvolto dal fumo della sigaretta, aveva come “preparato” le parole che Fabrizio De Andrè con schiettezza ci aveva confidato, un anno prima di morire, durante un vivace colloquio sulla fede. Non aveva “il dono della fede” (parole sue) ma possedeva certamente — lo ha detto di lui anche il poeta Mario Luzi — una visione religiosa della vita. «Quale sarà la mano che illumina le stelle» ha scritto nella canzone Ho visto Nina volare («un'estatica contemplazione del mistero della creazione, in quella solitudine che ti mette a contatto con l’ Assoluto»), pubblicata in quel suo ultimo disco (Anime salve, 1996) che si conclude con il brano Smisurata preghiera: «Ricorda, Signore, questi servi disobbedienti alle leggi del branco».

De Andrè ha saputo scrivere poesie e vestirle di musica. Ha tentato, riuscendoci, di schierare i suoi versi dalla parte degli emarginati, dei poveri, dei perdenti agli occhi del mondo. «L’insegnamento di Cristo — ci disse in quell’intervista pubblicata poi nel libro Anima mia — mi ha spinto a scegliere di cantare la storia degli uomini perdenti. Amo parlare di chi è pronto a pagare per difendere la propria dignità: Dio non si scorderà di loro». I perdenti, era il suo pensiero, «sono le persone che più mi affascinano. Resto convinto che dietro ogni emarginato si nasconda un vero eroe. Solo queste persone dimenticate riescono, come ci ricorda lo scrittore Álvaro Mutis, a “consegnare alla morte una goccia di splendore”».

In questi vent’anni De Andrè è stato ricordato con analisi di ogni genere, alcune opportune e altre, forse, meno. Il suo ricordo ci consegna alcune considerazioni. È stato un uomo che ha scelto di fare della discrezione e del silenzio il suo modo di vivere. Una scelta paradossale per un cantante. E persino “provocatoria” mentre si sta andando, e non solo nella musica leggera, verso forme di comunicazione sempre più commerciali e rumorose. Ci sono suoi colleghi che avvertono le agenzie promozionali anche quando aprono e chiudono la finestra e pur di comparire non rispettano più nulla. De Andrè ha badato a raccontare storie, provando a suscitare emozioni. Non il solo, ma non in numerosa compagnia.
Un’altra considerazione riguarda le tante lacrime versate in sua memoria. Sarebbe opportuno — e utile — trasformarle finalmente in un impegno a raccogliere l’eredità artistica di un autore come De Andrè. Vent’anni fa è come se il “mosaico” della canzone avesse perduto una “tesseradella poesia, del poco rumore, della musica scritta senza svilirla con la moda. Quella “tessera” andrebbe sempre riempita con la stessa voglia di fare musica, di fare poesia, di non essere cialtroni, di usare linguaggi non da “audience” o da conto in banca.
I tanti discorsi sulla dignità culturale della canzone — ma perché avvitarsi in puntualizzazioni se alcuni autori che cantano sono chiamati poeti? — si rincorrono stancamente. Anche perché, quasi certamente, quella “tessera” finirà per riempirla chi avrà più capacità pubblicitaria. L’arte, purtroppo, non c' entra niente. E la questione delle logiche promozionali coinvolgeva e, forse, irritava De André. Tanto che, proprio a proposito di “uffici stampa”, aveva un pensiero provocatorio: «Nessuno mi toglie dalla testa che Cristo ha salvato tutti e due i ladroni che stavano sulla croce accanto a lui, sì, anche quello cattivo. Ma forse il suo “ufficio stampa”, gli evangelisti, non ha voluto che si sapesse. Ecco così ribadita anche l’attualità della mia vecchia canzone Il testamento di Tito».
È un pezzo contenuto nel disco La buona novella (1970) ispirato ai Vangeli apocrifi. E De André lo raccontava così: «La buona novella cerca di raccontare l’uomo. Ho scritto quelle canzoni in pieno sessantotto e resto convinto che abbiano una carica rivoluzionaria. Ho voluto dire ai miei coetanei che le stesse nostre lotte le aveva sostenute Cristo, il più grande rivoluzionario della storia. Mi accusarono di essere anacronistico perché parlavo di Gesù nel mezzo della rivoluzione studentesca i cui obiettivi, per certi versi, non erano così lontani dal Vangelo: abolizione della classe sociale e dell’autoritarismo, creazione di un sistema egualitario. In più Lui ha combattuto per una libertà integrale, piena di perdono. Sì, perdono e non potere».
De Andrè ci ha lasciato canzoni sulle quali si può discutere e anche non essere d’accordo. Ha scritto provocazioni con ironia e schiettezza, intelligenza e cultura. Non ha avuto remore a parlare di morte, dolore, emarginazione. Non ha fatto calcoli di vendite quando ha scritto in dialetto genovese. Generazioni di italiani sono cresciute cantando le sue canzoni diventate molto più che canzoni. La guerra di Piero, ad esempio, è ormai un inno contro ogni violenza.
E anche generazioni di cristiani hanno cantato, e continuano a farlo, alcune sue splendide intuizioni. Come l’ Ave Maria. Quando glielo ricordammo ci parve di scoprire un’ emozione dietro un sorriso e un filo di voce rauca, avvolto sempre nella nuvola del fumo di sigaretta: «Non ho il dono della fede ma nella mia vita non posso prescindere da Cristo».

http://www.osservatoreromano.va/it/news/i-disobbedienti-alle-leggi-del-branco

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