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Dall’Oglio, secondo il Times sarebbe vivo in Siria. Il Vaticano: “Continuiamo a pregare”

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 08/02/2019 05:50
Secondo fonti curde al giornale britannico il gesuita rapito nel 2013 sarebbe oggetto di una trattativa dello Stato islamico. Il nunzio Zenari: l’ora della verità è vicina...

 

Paolo Dall’Oglio, il sacerdote gesuita rapito in Siria nel 2013, sarebbe ancora vivo e oggetto di una trattativa dello Stato Islamico per sfuggire all’annientamento in una delle ultime sacche di territorio sotto il suo controllo. È quanto riferito al Times da fonti curde.
Oggetto dei negoziati, secondo il quotidiano, sarebbero oltre a Dall’Oglio il giornalista britannico John Cantlie e un’infermiera della Croce Rossa dalla Nuova Zelanda. L’Isis, secondo le fonti citate dal Times, starebbe cercando un accordo con le forze curdo-arabe sostenute dagli Stati Uniti che li circondano, chiedendo un passaggio sicuro in cambio della liberazione degli ostaggi.
Il gesuita è stato rapito il 29 luglio del 2013 mentre si trovava a Raqqa, in quella che era la capitale dell’autoproclamato “califfato” di Abu Bakr al-Baghdadi. Il suo rapimento non è mai stato rivendicato e di lui non si hanno più notizie certe, ma solo ipotesi e piste rivelatesi il più delle volte infondate.
Per la sua liberazione ha rivolto un accorato appello anche Papa Francesco, che due settimane fa ha incontrato i familiari di Dall’Oglio. «Ci ha detto di continuare a sperare», ha confidato la sorella la sorella in una intervista a Vatican Insider subito dopo l’incontro nella Casa Santa Marta.
Da parte sua la Santa Sede, tramite il direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, dice: «Continuiamo a pregare, perché sia vivo». Ribadendo la vicinanza del Papa alla famiglia del gesuita, il portavoce si associa anche alle «parole di speranza» espresse questa mattina dal cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco.
Contattato dall’agenzia Askanews, il porporato ha affermato che sulla sorte di padre Paolo Dall’Oglio «niente è da escludere», ma che «bisogna aspettare»: «Certo, sarebbe una bellissima notizia» che sia vivo.
Zenari ha reagito quindi con dovuta cautela, anche perché - ha detto - «da cinque anni siamo stati come su un’altalena con le voci su padre Dall’Oglio, rapito a luglio 2013: una volta di qua, una di là» e mai una conferma che il religioso italiano sia ancora in vita. «Proprio in questi giorni pensavo, sentendo il presidente Usa Trump dire che in una settimana tutto sarà finito, che se sarà così allora verrà fuori anche un sì o un no per Padre Paolo, per gli ostaggi».
Nella zona dove le forze curdo-arabe sostenute dagli Stati uniti stringono l’assedio alle ultime sacche jihadiste «ci saranno i pesci grossi e avranno portato qualche ostaggio importante», dice il nunzio, ribadendo che tuttavia si tratta per ora di «supposizioni».
Intanto giungono anche le dichiarazioni di Guglielmo Picchi (Lega), sottosegretario  al Ministero degli Esteri, a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei, che sottolinea: «Manteniamo il riserbo ma posso dire che l’Italia non ha mai lasciato indietro nessuno e ha sempre seguito ogni caso con il massimo scrupolo e la massima attenzione». «Anche la vicenda di padre Dall’Oglio – ha aggiunto il sottosegretario - vogliamo che si concluda con certezze e risposte chiare. Lo dobbiamo ad ogni cittadino italiano che opera all’estero in qualsiasi forma sia che faccia il missionario come padre Dall’Oglio sia che faccia qualsiasi altro mestiere. Ribadisco il massimo impegno per ogni cittadino italiano all’estero».
https://www.lastampa.it/2019/02/07/vaticaninsider/dalloglio-secondo-il-times-sarebbe-vivo-in-siria-il-vaticano-preghiamoperch-sia-vivo-c0qYmnBva1tbh9Ue9ufPMK/pagina.html

Padre Dall’Oglio, l’Isis e gli errori commessi in Siria, di Ugo Tramballi

La prima reazione alla lettura della notizia che padre Paolo Dall’Oglio è forse vivo e potrebbe essere liberato, è di gioia: se è tutto vero, è un miracolo. La seconda è di sconforto: per quanto in ritirata, circondato dagli avversari, incapace di controllare e governare a suo modo vasti territori, l’Isis è ancora vivo e capace di operare pericolosamente.
In realtà si sapeva già. Solo Donald Trump per ragioni sue, probabilmente elettorali, aveva venduto la definitiva sconfitta del califfato. Un’altra falsa “missione compiuta”: come quando George Bush, appontando su una portaerei aveva annunciato all’America e al mondo che Saddam Hussein era stato sconfitto e che l’Iraq pacificato.
Invece lo stato islamico «ancora comanda migliaia di combattenti in Iraq e Siria, gestisce otto divisioni, più di una dozzina di networks sul web e migliaia di sostenitori dispersi in tutto il mondo, nonostante le significative perdite territoriali e della sua leadership». Il giudizio non è di Nancy Pelosi o di qualche altro esponente del partito democratico: è quello professionale di Dan Coats, il direttore della National Intelligence. Lo stato reale dell’Isis è stato illustrato alla fine di gennaio al Comitato senatoriale sui servizi segreti.
Si tratta di un appuntamento annuale, il Worldwide Threat Assessment, cioè lo stato delle minacce globali ancora attive, che Donald Trump avrebbe fatto meglio ad attendere, prima di dichiarare la sua vittoria. Qualche giorno più tardi il presidente ha cercato di correggere il tiro, spiegando che l’Isis era stato «largamente sconfitto».
Incapace di organizzare massicce offensive militari tra Iraq e Siria, nella penisola del Sinai egiziano o nel deserto libico, il movimento fondato dall’emiro Abu Bakr al Baghdadi è tornato alla sua ragione sociale originale: il terrorismo. Colpisce d’improvviso, come azione dimostrativa occupa villaggi che non può tenere a lungo, compie attentati esplosivi, incita i cani sciolti in Europa ad agire.
Annunciando il ritiro dal Nord della Siria e probabilmente dall’Afghanistan dove l’Isis ha una presenza crescente, Donald Trump commette lo stesso errore compiuto dagli americani nel 2003: quando sguarnirono l’Afghanistan a un passo dalla vittoria definitiva sui talebani, per andare a invadere l’Iraq.
Il risultato è noto. L’Isis - e non solo quell’organizzazione terroristica - ha sempre prosperato sugli errori di chi doveva combatterlo ed eliminarlo. Si è insediato dove gli stati erano deboli o inesistenti, ha goduto dell’ambiguità di sauditi, degli Emirati, del Qatar, dell’Iran. Quella di Recep Erdogan è stata un’autentica connivenza che continua ancora oggi: soprattutto quando il presidente turco attribuisce l’etichetta di terrorista ai curdi e a chiunque non sia d’accordo con le sue politiche espansionistiche nella regione, indebolendo il fronte anti-Isis.
In realtà non sapremo mai quando quell’organizzazione sarà del tutto sconfitta. Anche quando verrà fisicamente sradicata dalle ultime sacche che controlla in Siria e Iraq, attraverso la sua propaganda in rete l’Isis sarà tecnicamente in grado di colpire ovunque. Per anni.
https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2019-02-07/padre-dall-oglio-l-isis-e-errori-commessi-siria-125822.shtml?uuid=AFEwR6J
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