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Dal reality alla realtà, pregi (e rischi) di un governo "no social”, di Simone Cosimi

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 18/02/2021 17:21
Il presidente non ha profili social, la comunicazione di palazzo Chigi si annuncia sobria ed essenziale, l'audience complessiva dell'esecutivo scende. Ci voleva, ma occhio all'empatia. E dopo la pax draghiana, la giostra riprenderà a muoversi…

Dal reality alla realtà. Si spera. Basta dare un’occhiata a qualche numero, raccolto da diversi analisti, per rendersi conto del cambiamento potenziale dell’ecosistema della comunicazione nel governo Draghi. Non solo l’ex presidente della Bce non ha alcun profilo sui social network, e non sembra intenzionato ad aprirne, ma l’audience complessiva della sua compagine governativa scende da circa 13,6 milioni di follower dei componenti del Conte Bis a 6,6. 

Con defezioni importanti: cinque ministri su 23 non dispongono di alcun profilo, altri si limitano a Twitter (sono Colao, Bianchi e Cingolani). Nello specifico, 16 ministri su 23 usano Twitter, 15 hanno un account Instagram e 14 una pagina Facebook (dati dell’Osservatorio digitale per Il Sole 24 Ore e dell’esperto di marketing Franz Russo).

Un quadro che ci racconta uno scenario a due facce. Da un lato avremo uno zoccolo duro governativo, quello dello stesso presidente del Consiglio e dei tecnici che rispondono solo a lui, che limiteranno la comunicazione allo stretto essenziale, transitando soprattutto da “vecchi” strumenti come note stampa ed eventuali interviste attentamente concordate con le testate giornalistiche. D’altronde, a parte il discorso al Senato, dal giorno della chiamata al Colle lo stesso Draghi non si è mai sentito e non si è mai rivolto davvero ai cittadini.

Uno spaesamento non da poco, dopo anni di show permanente con schede sui social ad annunciare le dirette in streaming a tarda notte di Giuseppe Conte e, com’è d’altronde tipico di quasi tutta la politica italiana, commenti continui su tutti i temi d’attualità sotto la regia di Rocco Casalino. 

Non dimentichiamoci tuttavia che prima della parentesi Gentiloni, nella precedente legislatura, avevamo avuto i mille giorni di un altro (all’epoca) campione dei social come Matteo Renzi. A questo cambio di paradigma si aggiunga la scelta di Paola Ansuini, storica collaboratrice di Draghi, alla direzione della comunicazione di palazzo Chigi, in arrivo direttamente dalla Banca d’Italia: oltre ai social, niente gruppi in chat con i giornalisti, niente “spin”, cioè spintarelle di notizie o anticipazioni, si comunicherà solo quando ci sarà qualcosa di preciso da dire, con il “sufficiente anticipo” di cui ha parlato il premier ieri nel discorso al Senato, e lo si farà in modo chiaro ed essenziale.

D’altro canto la presenza social degli altri componenti dell’esecutivo rimane comunque piuttosto solida: si va dai soliti Di Maio (con i suoi 2,3 milioni di fan su Facebook, 910mila su Instagram e 723mila su Twitter) a Mara Carfagna (183mila su Facebook e oltre 200mila su Twitter) fino ai 463mila di Dario Franceschini. E al netto dei 23 della squadra di Draghi, occorre tenere presente il labirinto del sottogoverno che verrà presto nominato e ovviamente i segretari e leader di partito: sono fuori dall’esecutivo e hanno le mani più libere, come ha dimostrato Matteo Salvini fin dai primi vagiti del nuovo governo. Oltre che un’audience sui social ben più ricca: sono tutti azionisti alla pari, o quasi, dell’esecutivo e parleranno con ogni probabilità più dei propri referenti in Consiglio dei ministri.

Per questo, se da una parte c’è senz’altro da tirare un sospiro di sollievo per il ritorno a una necessaria sobrietà e a un’essenzialità della comunicazione istituzionale, che riserverà al presidente del Consiglio i messaggi-chiave demandando i dettagli a documenti e note specifiche a parte, dall’altra dietro all’estrema asciuttezza si nascondono un paio di rischi. Il primo: che manchi un po’ di empatia. Meglio la competenza dell’empatia, ovviamente, ma palazzo Chigi non è la Banca d’Italia né la Bce. In qualche modo, con tutti i suoi errori, Conte aveva compreso la necessità di farsi percepire vicino agli italiani, le cui vite sono state ribaltate da un anno di pandemia. 

Il secondo: che la parte politica dell’esecutivo, e soprattutto i più diversi rappresentanti dalla maggioranza arlecchino che sostiene Draghi (262 i sì incassati per la fiducia al Senato), alimentino un rumore di fondo ancora più irritante di quello precedente, rosicchiando passo dopo passo quello spazio del silenzio che il presidente del Consiglio sta costruendo intorno al proprio mandato.

Non subito: c’è ovviamente da aspettarsi qualche settimana, al massimo un paio di mesi, di pax draghiana o quasi, non fosse per rispetto al presidente Mattarella e per le sfide che abbiamo di fronte. Ma a un certo punto, magari al migliorare del quadro sanitario, dopo una scossa al pessimo piano vaccinale e al confronto con l’Europa sul Recovery Fund, la giostra si rimetterà in funzione. Con tutte le sue musichette, il fracasso incessante e gli effetti sonori tipici di una legislatura calante.

https://www.wired.it/attualita/politica/2021/02/18/governo-draghi-comunicazione-social-network/

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