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Crociata: «Elezioni europee, appuntamento decisivo», di Danilo Paolini

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 11/03/2019 09:21
Le istituzioni di Bruxelles dovrebbero spendersi per farsi conoscere meglio dai cittadini e impegnarsi per una maggiore solidarietà con e tra gli Stati membri dell’Unione. Anche per questo «l’Europa ha bisogno del cristianesimo»...

Mariano Crociata, vescovo di Latina e primo vicepresidente della Commissione episcopale dei Paesi della Ue, definisce le prossime elezioni per l’Europarlamento «un appuntamento decisivo».

Perché, a suo avviso, tra i cittadini europei si è diffusa molta sfiducia nell’Unione e nelle sue istituzioni?
Le motivazioni sono diverse. Sullo sfondo sta senza dubbio la crisi economica e l’incertezza occupazionale, e quindi la preoccupazione per il futuro e un bisogno diffuso di sicurezza. Pesa soprattutto una immagine degli organismi dell’Unione Europea che la fa apparire come un ente burocratico anonimo e indifferente ai problemi delle persone e dei popoli. L’Unione viene vista come un’autorità censoria e oppressiva. In tali condizioni diventa difficile percepire il lavoro che viene positivamente svolto dall’Unione.

Come recuperare la fiducia?
C’è bisogno di un rapporto più diretto, di comunicazione e di conoscenza tra le istituzioni europee e i popoli delle diverse nazioni. Il legame dei parlamentari con i rispettivi elettori dovrebbe venire coltivato di più. Manca spesso la solidarietà tra i paesi e dell’Unione verso ciascuno di essi, senza trascurare la sussidiarietà che deve salvaguardare la responsabilità di ciascuna nazione.

L’invito dei vescovi europei è per andare a votare, affinché l’Europa torni una comunità. È possibile?

Sì, con l’Unione si può crescere e vivere meglio; senza di essa si rimane condannati all’insignificanza e, soprattutto, all’impoverimento complessivo e alla soggezione verso i grandi poteri palesi e occulti che governano le sorti del pianeta. Per questo gli egoismi nazionali uccidono non solo l’Unione ma anche quella solidarietà senza la quale i singoli paesi sono destinati alla lunga a soccombere.

Quanto è distante il modello economico attuale dall’economia sociale di mercato che proponete?
Su questo punto la responsabilità è insieme politica e sociale. Oltre che fare appello ai doveri di chi sta a Bruxelles, bisogna sollecitare e animare un tessuto sociale capace di creare lavoro e ricchezza, una società civile che si esprima con i corpi intermedi e il Terzo settore. Regolamentazioni e indirizzi politici e legislativi, poi, devono scoraggiare concentrazioni economiche e finanziarie che soffocano l’iniziativa locale, la piccola e la media impresa. Per questo una scelta ampia e responsabile dei propri rappresentanti al Parlamento Europeo può determinare gli orientamenti che si assumeranno anche in questo ambito.

L’Europa di oggi è ormai molto secolarizzata. Si può ancora parlare di un Continente cristiano?
Guardini
scriveva nei primi anni del secondo dopoguerra che l’Europa sarà cristiana o non sarà. Oggi i nostri paesi conoscono una pluralità religiosa e culturale avanzata. Se l’Europa è ancora oggi ciò che è, è perché ha alle spalle una imponente tradizione cristiana. L’identità europea svanirebbe senza di essa. Di questo dovremmo essere consapevoli tutti: l’Europa ha bisogno del cristianesimo. Ma si deve pure aggiungere che il cristianesimo ha bisogno dell’Europa. Non possiamo rinchiuderci nelle sacrestie né accettare di diventare minoranze settarie. E poi non ci si può nemmeno consolare perché il cristianesimo cresce altrove: il cristianesimo mondiale ha un bisogno vitale del cristianesimo europeo. E l’Unione ha bisogno del cristianesimo perché questa sua anima è in grado di motivare e sostenere una sua proiezione mondiale in un tempo in cui essa diventa più piccola, demograficamente ed economicamente, in un mondo in cui le potenze emergenti o affermate sono ormai altre. Dal cristianesimo proviene con forza l’indicazione convinta che il mondo ha bisogno dell’Europa, della sua cultura, della sua esperienza e della sua iniziativa. Per questo le prossime elezioni europee diventano un appuntamento decisivo.

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/elezioni-europee-crociata

 

Senza risorse proprie l’Europa non si fa, di Sergio Fabbrini 

Le elezioni per il Parlamento europeo del prossimo maggio stanno dando vita una nuova frattura politica, quella tra sovranisti ed europeisti. Finora, il Parlamento europeo si era strutturato intorno alla frattura (tipica dei parlamenti nazionali) che oppone i partiti del centro-destra ai partiti del centro-sinistra…

Tra il Partito del popolo europeo (centro-destra) e i Socialisti e Democratici (centro-sinistra) c’erano differenze relativamente alle politiche economiche e sociali, ma entrambi condividevano una visione favorevole all’integrazione continentale. Ciò ha reso possibile, peraltro, la formazione di periodiche alleanze tra di loro. Tra il 1979 (prima elezione diretta del Parlamento europeo) e il 2014 non sono mancati parlamentari anti-integrazionisti, ma si è trattato di gruppi sparuti con un ruolo marginale (se non nullo) nei lavori parlamentari. Già nelle elezioni del 2014 sono cresciuti i partiti euro-scettici, ma sarà soprattutto ne elezioni del prossimo maggio 2019 che la sfida sovranista si farà sentire. Ciò non significa che la sinistra e la destra sono spariti ma, piuttosto, che tale divisione è divenuta meno rilevante della frattura tra europeisti e sovranisti. Tant’è che i principali partiti europeisti sono sempre meno accomodanti verso le componenti sovraniste al loro interno (di qui la spinta all’espulsi del partito ungherese sovranista Fedesz dal Partito del popolo europeo o del partito socialdemocratico rumeno dai Socialisti Democratici).

E i partiti sovranisti, a loro volta, sono divenuti sempre più antagonistici. La nuova frattura sta politicizzando le elezioni parlamentari come mai era avvenuto nel passato. Quali saranno le implicazioni di un Parlamento organizzato su tale frattura. Risponderò con riferimento alla questione delle risorse finanziarie.

Cominciamo dalla posizione sovranista

I sovranisti hanno trasformato il consenso passivo del passato in un dissenso attivo (nei confronti dell’Unione europea e di ciò che fa). Certamente, la loro politica non è riducibile al nazionalismo indipendentista così come quest’ultimo è emerso con il voto britannico del giugno 2016. Visto il fallimento di Brexit, la secessione dall’Ue no una strada praticabile. Piuttosto, il sovranismo rivendica una maggiore autonomia decisionale degli stati, in particolare su politiche (come l’immigrazione) considerate di cruciale rilevanza politica interna. Nello stesso tempo, però, i sovranisti non vogliono rinunciare alle risorse del bilancio europeo. Infatti, difendono accanitamente le politiche (come quella dei fondi strutturali e dell’agricoltura) che redistribuiscono risorse ai Paesi (dell’Europa dell’est) da loro governati. Vogliono un bilancio al servizio di specifici interessi nazionali. Tale sovranismo ha singolari analogie con la dottrina degli states’ rights (i diritti d stati) che ha accompagnato il processo di federalizzazione degli Stati Uniti, diritti rivendicati (in quel caso) per proteggere l’istituzione della schiavitù negli stati del sud (senza rinunciare, anche in quel caso, alle risorse del nord). Tuttavia, come l’esperienza americana mostra, la corda del sovranismo non può essere tirata troppo. Di qui l’ambiguità dei sovranisti

Vediamo ora la posizione europeista

Chi sostiene quest’ultima ha faticato a prendere atto che il dissenso attivo nei confronti dell’Ue è il risultato della sua incompiuta integrazione (e non già del contrario). Se l’Ue avesse avuto le risorse e gli strumenti per gestire la crisi finanziaria e migratoria, quel dissenso non si sarebbe espresso in termini favorevoli ai sovranisti. Una cruciale debolezza dell’Ue è il suo bilancio. Non solo perché è di poco superiore all’1 per cento del Pil dell’intero continente. Non solo perché è definito da un Quadro finanziario pluriennale che è negoziato dai governi nazionali e che dura sette anni prossimo sarà dal 2021 al 2027), mentre il mandato del Parlamento europeo è di cinque anni. Ma soprattutto perché il Parlamento europeo non ha alcun potere fiscale, dipendendo (il bilancio) dalle risorse che gli stati membri decidono di trasferire a Bruxelles.

Se nel 1776 gli americani si liberarono del colonialismo britannico in nome di “no taxation without representation”, nell’Ue abbiamo esattamente l’opposto (“representation without taxation”). Pur avendo fatto non poco con un budget ridotto e controllato, il Parlamento europeo assomiglia ad un Prometeo legato alla rupe. Eppure, la questione di dotare l’Ue di risorse proprie è stata ripetutamente sollevata dal Parlamento europeo, dalla Commissione europea, oltre che da commissioni di esperti e politici (da ultimo, quella presieduta da Mario Monti tra il 2014 e il 2016), ma è stata regolarmente opposta dai governi nazionalisti (come quello britannico) ed oggi dai governi sovranisti. Poiché le decisioni in materia fiscale richiedono il voto all’unanimità dei governi nazionali, è impensabile costruire una capacità fiscale con il consenso di tutti i 27 stati membri. E perché bisognerebbe basarsi sull’Eurozona, dotandola di un budget ad hoc (come proposto da Francia e Germania nella Dichiarazione di Mesenberg del giugno scorso) da utilizzare per rafforzare l’unione monetaria nel suo complesso. Qui le idee ci sono, ma finora è mancato il coraggio politico.

Insomma, se la critica sovranista è ambigua, la posizione europeista è timida. Senza risorse proprie, il Parlamento europeo potrà contribuire alla gestione delle crisi oppure alla promozione della crescita economica e dell’inclusione sociale. Eppure, come lo stesso Parlamento europeo ha ricordato, non vi sono ostacoli legali per costruire tale capacità fiscale (a Trattati invariati). Alcuni giuristi hanno anche proposto di utilizzare Brexit per rivedere la politica finanziaria dell’Ue.

La mancanza delle risorse trasferite finora dal Regno Unito potrebbe essere compensata con risorse proprie dell’Ue, acquisite e gestite sotto il controllo del Parlamento europeo. Se la politicizzazione è giunta a Bruxelles, allora gli europeisti dovrebbero utilizzarla per far andare avanti l’integrazione, non solo per difendere l’esistente. Occorre fornire l’Eurozona di risorse con cui rispondere alle sfide economiche e sociali che continuano a minacciarne lo sviluppo.

https://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2019-03-10/senza-risorse-proprie-l-europa-non-si-fa-093437.shtml?uuid=ABaP4UcB

 

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