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Cresce il divario Nord-Sud: cosa vuol dire comunità?, di Michele Salvati

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 11/01/2019 10:40
Il legame è sempre stato fragile, anche se l’unione politica si è realizzata 
da più di 150 anni. La sensibilità di Mattarella ha avvertito il pericolo attuale...

Concludevo il mio ultimo articolo sul Corriere («Il declino del Paese non è ineluttabile», 20 dicembre) con una nota di ottimismo motivato più da un’esile speranza che da una realistica previsione di quanto potrà accadere. Tutti gli osservatori competenti di economia e politica prevedono un 2019 difficile per il mondo, molto difficile per l’Europa, e ancor più difficile per l’Italia: non vorrei essere nei panni di chi, l’autunno prossimo, dovrà confezionare la legge di bilancio («la manovra») per il 2020.

Su quell’esile speranza è anche fondato l’augurio che il Presidente della Repubblica ha rivolto agli italiani: l’augurio che su tutti noi, e soprattutto sulla classe politica che ha vinto le elezioni e ci governa, torni ad aleggiare un forte spirito di comunità. Comunità, è stata la parola chiave del suo augurio.

Che cosa vuol dire comunità? In Francia non ci sarebbe alcun bisogno di chiederlo: vuol dire comunità nazionale, la declinazione che ha assunto assai presto la terza parola magica della rivoluzione del 1789, «Liberté, Égalité, Fraternité». Fraternità: è quel legame profondo che unisce un popolo che vuol decidere insieme, democraticamente, il proprio avvenire. Il legame che ancora non si è formato nell’Unione Europea e ci impedisce per ora di trasformarla in una vera Federazione, in una vera Unione politica. Il legame che è sempre stato fragile in Italia, anche se l’unione politica, il sogno del Risorgimento, si è realizzata da più di 150 anni.

La sensibilità di Mattarella, custode supremo della Costituzione, ha avvertito il pericolo: la comunità nazionale è a rischio. È a rischio per molti motivi, ma soprattutto per la crescente divaricazione tra il Nord e il Mezzogiorno.

La questione meridionale è la grande ferita storica del nostro Paese, che nessun governo, dall’Unità sino a oggi, è riuscita a risanare, e alcuni hanno anzi approfondito. In questo dopoguerra sembrava in via di chiusura negli anni della grande crescita e in quelli immediatamente successivi, dal 1960 all’80, ma poi è tornata ad aprirsi nonostante gli sforzi e le risorse dedicati al Mezzogiorno.

Nel frattempo erano state istituite le Regioni (quelle a statuto speciale lo erano state prima) e verso la fine del periodo, con il successo della Lega Nord, si arrivò addirittura a parlare di federalismo. I grandi partiti nazionali si mostrarono accondiscendenti, nonostante che il clientelismo e l’incapacità amministrativa di molte amministrazioni regionali, ordinarie e speciali, fossero sotto gli occhi di tutti. E la riforma costituzionale del 2001 aumentò la confusione e non pose certo rimedio alla loro tendenza ad approfondire invece che ad alleviare le differenze tra Nord e Sud.

L’ultima occasione persa è stato il fallimento del referendum costituzionale promosso dal governo Renzi. La parte riguardante il riordino delle competenze nazionali e regionali e l’istituzione del Senato come rappresentanza delle autonomie territoriali non era certo perfetta, ma conteneva un principio fondamentale: affidava a un ente costituzionale di grande rilievo, a una parte del Parlamento stesso e agli organi tecnici che l’avrebbero assistito, il controllo delle tendenze divaricanti insite nella stessa concessione di rilevanti poteri autonomi. Il Senato poteva diventare il vero garante dell’articolo 5 della nostra Costituzione, quello che riconosce sì autonomia e decentramento amministrativo, ma nell’ambito di una «Repubblica una e indivisibile». Ma quale unità e indivisibilità può reggere di fronte a un continuo approfondimento delle differenze tra i diversi territori che compongono il Paese? Di fronte a un Nord che bene o male se la cava e a un Sud che rischia di sprofondare nel sottosviluppo?

Oggi, come in tutto il dopoguerra, la tenuta del Paese è più affidata al collante del suo ceto politico che alla robustezza delle sue istituzioni e alla qualità della sua amministrazione pubblica: un sostegno, il primo, assai più instabile e precario del secondo data l’inevitabile tendenza dei politici ad assecondare, anzi a fomentare, tendenze populistiche per prevalere nell’agone elettorale.

Il vecchio ceto politico è stato travolto dalle elezioni del marzo scorso: in quello che l’ha sostituito chi si farà carico del compito di sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno? Dovrebbero essere i 5 Stelle, i grandi favoriti dal voto meridionale, e così è stata interpretata dai commentatori più benevoli la principale misura da loro proposta, il reddito di cittadinanza. Si tratta però di una misura contro la povertà, le cui risorse sono destinate a ridursi ulteriormente date le ristrettezze finanziarie in cui versa il Paese, e comunque non intacca i meccanismi che spiegano «Perché il Sud è rimasto indietro», il libro di Emanuele Felice la cui lettura non mi stanco di consigliare.

E allora mi domando: perché i 5 Stelle non fanno propria la proposta di una legge costituzionale sul Senato delle autonomie? Perché sembrano avviati a concedere alle Regioni più ricche modifiche istituzionali che consentano di utilizzare nei loro territori l’intero residuo fiscale positivo di cui dispongono? Questa è una riforma — e potrebbe rivelarsi duratura — che contrasta con il principio di solidarietà interregionale e lo spirito di comunità nazionale, e che verrebbe attuata in cambio del piatto di lenticchie del reddito di cittadinanza e in nome di una alleanza politica di cui è dubbia la durata. La domanda mi sembra però così ingenua che quasi mi vergogno di averla fatta.

 

https://www.corriere.it/opinioni/19_gennaio_10/cresce-divario-nord-sud-cosa-vuol-dire-comunita-81d6ba8e-14ff-11e9-b0de-82ca1617bf76.shtml

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