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Così vicini così lontani, di Barbara Spinelli

creato da webmaster ultima modifica 21/07/2016 19:00
Gli anni di Barack Obama sono stati un continuo paradosso, per gli europei. I due continenti si sono avvicinati l’un l’altro come mai era successo dall’epoca di Roosevelt, e al tempo stesso mai la lontananza è stata così grande, l’estraneità reciproca così vasta.

 

Gli anni di Barack Obama sono stati un continuo paradosso, per gli europei. I due continenti si sono avvicinati l’un l’altro come mai era successo dall’epoca di Roosevelt, e al tempo stesso mai la lontananza è stata così grande, l’estraneità reciproca così vasta.
Sia Obama che Romney impersonano questo ossimoro, che la crisi e la lunga guerra al terrorismo hanno solidificato, anche se nessuno dei due l’ha affrontato a occhi aperti nella campagna elettorale.
L’Europa, per ambedue, era ed è presente- non presente: troppo vicina, troppo lontana.

La vicinanza, innanzitutto. Anche se il programma di assistenza sanitaria del Presidente democratico (Obamacare) non è ancora entrato nella vita quotidiana degli americani, e solo lentamente diverrà per l’insieme dei cittadini una realtà visibile, e tangibile, la sua natura innova la storia americana e la trasforma. È una rivoluzione, che prosegue quella avviata da Roosevelt sulla scia della grande crisi del ’29 e che ha un’affinità profonda con il Welfare radicatosi in Europa all’indomani di due guerre mondiali. Lo stato sociale e la lotta alla povertà, assieme all’idea di una comune autorità europea che limitasse danni e inerzie delle sovranità statali assolute, nacquero dalla presa di coscienza di un continente che era uscito spezzato, e drasticamente diminuito, da recessioni, miseria, nazionalismi. I primi rudimenti del Welfare americano percorrono vie analoghe, senza però intaccare l’illusione di una superpotenza illimitatamente sovrana, che sopra di sé non riconosce alcuna superiore autorità. Questo spiega in parte l’ossimoro della vicinanza-lontananza.
Gli elettori americani faticano a credere in un Welfare che ancora non vedono (le misure sono scaglionate nel tempo, di qui al 2010), ma se le leggi di Obama dovessero essere abolite da Romney presidente, 45 milioni di cittadini, cui il piano promette una copertura, tornerebbero a essere esposti al rischio di ammalarsi e morire senza riparo. Gli anziani, assieme ai malati permanenti, possono ricorrere al Medicare introdotto negli anni ’60-’70. Non così i meno anziani, che già pagano la crisi e per i quali è pensato il Welfare di Obama.
Il candidato repubblicano ha detto recentemente che in America non si muore senza assistenza, perché esiste il pronto soccorso. È una delle sue numerose menzogne. Il pronto soccorso non è affatto gratuito negli Usa — gli ha risposto l’economista Paul Krugman — e spesso i costi sono talmente alti che i sinistrati vi rinunciano: «Sono migliaia gli americani che muoiono indifesi».

Romney sembra non vederli, pur avendo adottato nel Massachusetts un piano simile a quello di Obama. La cecità di Romney è ideologica, più che pratica. È frutto di una ripugnanza istintiva, radicale, per la socialdemocrazia, l’Europa, la sua crisi. Un’Europa con cui l’America è stata alleata per decenni, nella guerra fredda, e che ora è vista come temibile precursore del declino dell’intero occidente. È il motivo per cui Obama fa socialdemocrazia senza dirne le origini, e cita piuttosto la traiettoria di Roosevelt, il Presidente che fu sostenitore di un’economia di mercato senza controlli (senza cura incessante del bene comune) fino a quando – dopo la crisi del ’29 – concepì il suo New Deal: proteggendo i più deboli, aprendo ai sindacati, investendo in opere pubbliche. Nel 1931 annunciò: «L’era dell’individualismo estremo è finita».
Qui sorge tuttavia, con evidenza, il paradosso della vicinanza-non vicinanza. L’europeizzazione dell’America interviene nel preciso momento in cui la socialdemocrazia arretra, in Europa. La maggior parte dei nostri governi respinge lo Stato sociale negoziato nel dopoguerra fra socialdemocratici e democristiani, smonta servizi sociali e beni pubblici, e di fatto condivide l’antistatalismo di Romney. Scrive l’economista Amartya Sen che gli odierni tagli, per come sono fatti, «minano alle radici la promessa sociale dell’Europa sorta dalla Resistenza».
Obama si avvicina a noi mentre i governi europei sono convinti che la crisi sia causata da un Welfare troppo esteso, e non da uno squilibrio fra Stati incapaci di edificare una Federazione solidale, che gestisca in comune i debiti come avvenne in America dopo la guerra d’indipendenza, grazie al ministro del Tesoro Hamilton, quando la Confederazione divenne Federazione. I due continenti s’accostano, ma come magneti omologhi che si respingono: il magnete europeo fugge, alla vista di quello americano. Le nostre politiche anti-crisi hanno poco a vedere con il New Deal, o con le tasse meno inique volute da Obama. Romney, il più distante dall’Europa, è in realtà il più vicino alle teorie economiche che al momento sono da noi dominanti, Francia esclusa. La sua vittoria è forse sperata, perché consente agli immobilisti europei di restare dove sono.

C’è poi un secondo paradosso, che concerne la politica estera e la guerra al terrorismo iniziata nel 2001. Anche qui abbiamo un avvicinarsi apparente, una parità fra impari. La fine della guerra fredda non ha suscitato in Europa il desiderio di pensare il mondo con la propria testa. Mancano le idee, le invenzioni autonome. La sua politica estera s’è fatta corta, inconsistente, e dopo l’11 settembre s’è appiattita su quella americana più per pigrizia mentale che per necessità o convinzione. Assieme a molti governi, quello italiano partecipa passivamente a una guerra che nessuno si prende più la briga di spiegare. Neppure un minuto ci si chiede che senso abbia, e se negli anni di Obama non sia mutata nel più inquietante dei modi. Il Presidente democratico ha chiuso la guerra in Iraq e sta chiudendo quella afgana, è vero, ma l’opera di Bush continua assumendo nuove forme, non meno imperiali, che Romney significativamente non mette in questione. Nella campagna elettorale quest’ultimo ha garantito più durezza verso Iran e Cina, più condiscendenza verso Israele, ma sul punto essenziale — la guerra infinita di Bush e Obama, la sua natura sempre più opaca — non vi sono differenze.

La svolta impressa dal candidato democratico è inquietante perché la guerra prosegue: ma in maniera subdola, violenta, e illegale. È condotta sulla base di liste di nemici da abbattere (killing list), decise alla Casa Bianca in accordo con speciali centri di smistamento (chiamati disposition matrix), e di un uso di aerei senza piloti — droni — cresciuto a dismisura. È scatenata contro paesi cui non viene dichiarata guerra (Pakistan, Yemen, Somalia, in futuro Mali) e dunque negli Stati Uniti è incostituzionale. Ha già fatto 3.500 morti, secondo stime citate da Mark Danner sul New York Review of Books.
Ma soprattutto è vissuta e proposta come permanente: durerà ancora «almeno un decennio », hanno confidato fonti della Casa Bianca al giornalista Greg Miller (Washington Post 24/10). Il che vuol dire che siamo a metà strada di una guerra di vent’anni, come minimo. Una guerra calda, non fredda: ma che tiene in vita le alleanze e la supremazia Usa che contraddistinse in Occidente la guerra fredda. È il conflitto armato più lungo nella storia degli Stati Uniti.
La nuova guerra combattuta tramite computer («a controllo remoto») non diminuisce i terrorismi: li moltiplica. Non apre sul nostro continente un ombrello, ma ci rende più esposti, ridotti a totale insignificanza. Non facilita la convivenza etnico-religiosa, pur sempre incarnata formidabilmente da Obama e suo laico punto di forza. Se l’Europa avesse un governo, e pensieri forti in politica estera, potrebbe staccarsi da tali strategie – forti militarmente, malferme politicamente – che danno all’America l’illusione di un’onnipotenza globale inossidabile, e di una guerra fredda che ricomincia. Sono strategie che ci ingabbiano indefinitamente nell’impotenza. Ci avvicinano all’America: ma rimpicciolendoci, e allontanandoci più che mai da noi stessi.

Fonte: “la Repubblica” del 7 novembre 2012

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