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Così Trump ha deluso i suoi alleati, di Alberto Stabile

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 11/10/2019 09:01
Trump desidera esaltare agli occhi degli americani i benefici economici dell'Impero, l'unico degno di questo nome rimasto in piedi, senza volerne pagare i costi. Ma, in definitiva, si potrebbe dire che i presidenti passano, mentre le lobby restano…

Bibi Netanyahu non era stato così duro neanche verso l'odiato Barak Obama. Ma stavolta, vista l'incertezza di poter continuare a fare affidamento su un alleato americano improvvisamente diventato restio a lasciarsi coinvolgere in un Medio Oriente attraversato da vecchie e nuove tensioni, il premier israeliano ha deciso di alzare la voce contro quel Donald Trump, celebrato dal giorno del suo ingresso alla Casa Bianca, come un grande amico e protettore: “Israele – ha twittato Bibi, tanto per non essere da meno di The Donald - condanna fortemente l'invasione delle aree curde in Siria e mette in guardia contro la pulizia etnica dei curdi da parte della Turchia e dei suoi agenti”.
Lasciamo per un momento da parte la questione, ovvia, se il premier israeliano che appena qualche settimana fa ha invocato l'annessione di parte dei territori palestinesi conquistati nella guerra del '67 e da allora occupati militarmente, abbia o no le carte in regola per condannare l'invasione e la conseguenze occupazione militare del Rojava, la regione curda della Siria, da parte della Turchia. 

Il paradosso delle guerre mediorientali e che ognuno dei protagonisti, emiri, rais, sultani, presidenti o premier eletti a vita che siano, ritiene di essere nel giusto e, dunque, di avere il pieno diritto di lanciare i suoi strali contro il nemico omettendo di guardare nel proprio orticello spesso non meno spaventoso.
E il linguaggio adoperato segue il copione messo in scena, senza badare se le parole usate corrispondono al loro significato e, soprattutto, alla realtà. Erdogan si offende con l'Europa e la minaccia di farla invadere dai tre milioni e passa di rifugiati siriani da lui accolti in Turchia, se le cancellerie del Vecchio Continente osano chiamare “invasione” l''invasione del Nord Est della Siria. Lo stesso Erdogan adita come “terroristi” i curdi del YPG (Unità di Autodifesa Popolare) che in seno alla Coalizione a guida americana detta SDF (Syrian Democratic Forces) ha eroicamente e inutilmente combattuto contro i terroristi dello Stato Islamico, lasciando diecimila uomini sul terreno.
E si potrebbe continuare. Il Presidente turco, che evidentemente considera la democrazia un sistema politico malleabile che gli consentirà di rimanere indefinitamente al potere, dichiara che l'obbiettivo dell'operazione è creare una “safe zone”, una zona di sicurezza lunga 450 chilometri e profonda 35 dove trasferire uno o due milioni, non è chiaro, di quei rifugiati siriani che Erdogan considera la sua massa di manovra, Ma che ne sarà dei dieci milioni di curdi che vivono in quella zona e che in questi ultimi anni, approfittando della parziale dissoluzione del regime di Damasco, sono riusciti a dar vita ad uno sorta di regione autonoma, un quasi stato di fatto curdo-siriano?
Nell'illusionismo verbale di Erdogan, la “safe zone” dovrebbe prendere il posto del “corridoio del terrore” che dal 2011, quando è esplosa la rivolta anti Assad, ha coinciso con il confine tra Turchia e Siria. Ma, al di là della presenza delle milizie indipendentiste curde in territorio siriano, più o meno tollerate da Damasco, sono stati proprio i servizi segreti di Erdogan (e chi tra i giornalisti turchi l'ha scritto è finito in galera) a rendere come un colabrodo quella frontiera, permettendo il passaggio in Siria di decine di migliaia di estremisti, jihadisti e combattenti stranieri, i cosiddetti foreign fighters, diecimila dei quali sono oggi rinchiusi nelle prigioni curde, ma presumibilmente ancora per poco, destinati ad ingrossare le fila dei gruppi ribelli e, infine, anche dello Stato Islamico.
Possibile che il Presidente Trump e/o i suoi consiglieri non colgano la differenza tra il linguaggio propagandistico di Erdogan e la realtà fattuale? Sì, è possibile perché lo stesso Trump e i suoi consiglieri, almeno quelli che sopravvivono alla sua febbre da licenziamento, cadono nello stesso strabismo filologico di Erdogan, appiccicando l'etichetta di terrorista a gruppi, movimenti e persino paesi, come l'Iran, o la Corea del Nord, a seconda delle convenienza del momento, salvo poi contraddirsi offrendosi al negoziato.
Tra tutte le reazioni alla sciagurata decisione di Trump di ritirare i soldati americani, dando via libera all'invasione turca del Nord Est della Siria, la condanna israeliana è certamente la più pesante e non solo per gli strettissimi, storici legami esistenti tra i due paesi, ma anche perché il sostanziale congelamento imposto da Trump al negoziato coi palestinesi, sostituito da una serie di gesti unilaterali a favore d'Israele, ha dato l'impressione che gli Stati Uniti, contrariamente a quanto avrebbe imposto il loro ruolo di mediatori imparziali del conflitto, si fossero totalmente allineati alle posizioni della destra israeliana, che Netanyahu da oltre 13 anni rappresenta al potere.
Ora, fatte le debite distinzioni, se dopo l'annuncio del ritiro dei soldati, o “riposizionamento”, secondo l'ingenua definizione data dal segretario di Stato, Pompeo, i curdi si sono sentiti pugnalati alla schiena, gli israeliani si sono visti abbandonati a tutto vantaggio di un avversario inviso come Erdogan. “La mossa (di Trump) – spiega il giornale Haaretz – permette ai giocatori dell'arena siriana di realizzare i loro interessi, a cominciare dalla Turchia...Dalla prospettiva di Gerusalemme è un altro allarmante segnale che di questo presidente, fino a poco fa presentato come il più grande amico d'Israele di sempre a Washington, non ci si può fidare”.
Il motivo: la presenza americana in Siria era, ed è tuttora, considerata in Israele come un deterrente contro l'espansionismo iraniano in Siria e in Iraq. Israele teme di potersi ritrovare accerchiato. Come uscirne? 

La strategia seguita da Netanyahu predilige la possibilità di uno scontro diretto contro l'Iran, accompagnato, in alternativa, da un continuo inasprimento delle sanzioni il che, poi, è una guerra condotta con mezzi esclusivamente economici. Può essere considerata una strategia sbagliata, o senza una vera prospettiva di successo, ma non cambierà, come hanno dimostrato le recenti elezioni israeliane, non ci sono proposte alternative né per quanto riguarda l'Iran né nei confronti dei palestinesi.
Dunque è quanto mai essenziale sentirsi in sintonia con l'alleato e protettore così munifico di doni (Gerusalemme, la luce verde agli insediamenti, la parziale annessione della Cisgiordania). Il quale, invece, sbuffa, svicola, si mostra impaziente. Lui Netanyahu fa a gomitate con i suoi ministri più solerti per intestare un insediamento sul Golan a Trump, che ha riconosciuto valida l'annessione, arbitraria e illegittima secondo le norme del diritto internazionale, delle alture siriane conquistate nel 1967, e Trump neanche lo chiama dopo le elezioni né vinte né perse, rispondendo ai cronisti che lui “ha rapporti con Israele”.
E come sfuggire all'impressione che tra le guerre “senza fine e senza senso” che il presidente americano, a suo dire, si rifiuterà d'ora in avanti di combattere, “a meno che non servano gli interessi americani”, non sia contemplata anche la madre di tutti le guerre mediorientali, il conflitto tra arabi e israeliani che risale al 1948 (ma anche prima se parliamo di ebrei e palestinesi in lotta per il controllo dello stesso fazzoletto di terra) e quasi spaccato il mondo in due?
In questo sua rifiuto reiterato e quasi isterico, perché assai scarsamente motivato, di mantenere gli impegni presi con gli alleati (non soltanto Israeliani, ma anche sauditi, assai preoccupati di non essere adeguatamente sostenuti davanti al grande antagonista iraniano) Trump si mostra preoccupato per la salvezza dei soldati americani, e va bene, ma racconta una storia non vera quando lascia capire che gli Stati Uniti in tutti questi anni in Medio Oriente sono stati costretti a combattere senza un valido motivo “le guerre degli altri”. 

Il petrolio iracheno non ha forse ripagato abbondantemente i due interventi americani del 1991 e del 2003 contro Saddam. E non è stato lo stesso Trump a presentare le grandi commesse militari da oltre 100 miliardi di dollari ricevute dai sauditi come un toccasana per l'industria statunitense?
Si direbbe che ansioso com'è di essere rieletto, Trump voglia esaltare agli occhi degli americani i benefici economici dell'Impero, l'unico degno di questo nome rimasto in piedi, senza volerne pagare i costi. Ma, in definitiva, si potrebbe dire che i presidenti passano, mentre le lobby restano.

http://stabile.blogautore.repubblica.it/?ref=RHPPLF-BH-I238212387-C8-P4-S3.4-T1

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