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Corruzione: l’Italia non ha affatto risolto il problema, di Rosy Battaglia

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 18/02/2021 08:08
Al 20esimo posto sui 27 Stati Europei nella classifica dell'indice di percezione della corruzione. Chi vigilerà sui fondi europei in arrivo?…

Nel suo discorso d’esordio al Senato della Repubblica, il neo Presidente del Consiglio Mario Draghi non ha dimenticato la parola corruzione e la necessità della sua repressione. Non avrebbe potuto fare altrimenti. Alla vigilia dell’arrivo della prima tranche dei 209 miliardi di euro previsti dal Piano per la ripresa dell’Europa, Next Generation Ue, l’Italia rimane «mediamente» corrotta. Secondo l’indice della percezione della corruzione (CPI), stilato da Transparency International, siamo al 52esimo posto sui 180 Paesi oggetto dell’analisi. Un rallentamento del trend positivo che ci aveva visto scalare la classifica europea dal 2012 al 2019. Ma che ci vede fermi al 20simo posto tra i 27 Paesi membri dell’Unione Europea. 

Percezione della corruzione: Italia 20esima sui 27 Stati europei

L’Italia era risalita nella triste classifica, negli anni, grazie all’approvazione di una serie di norme che hanno cercato di combattere la corruzione “endemica”. Dalla legge Severino del 2012 alla contestuale nascita dell’Autorità Garante contro la corruzione (Anac).  A cui hanno fatto seguito il varo del primo Piano Nazionale Anticorruzione (Pna) nel 2013, insieme all’entrata in vigore del decreto 33/2013 sulla trasparenza. Grazie alla mobilitazione della società civile organizzata, inoltre, l’Italia ha dal 2016, il Freedom Information Act, la prima vera legge che riconosce anche ai cittadini italiani il diritto al controllo dell’operato della pubblica amministrazione (PA). Ed è del 2017 l’approvazione della legge di tutela per i whistleblower. Cioè coloro che possono segnalare in modo anonimo e sicuro atti corruttivi e illeciti di cui possono essere stati testimoni, proprio all’interno della PA.

Anac: «Bisogna accrescere il livello di trasparenza sulla spesa pubblica»

Con la legge anticorruzione del 2019 sono state rafforzate le norme che puniscono la corruzione. Ma certo non basta, e i cittadini lo sanno bene. L’88% degli italiani nel 2020, secondo un sondaggio di Eurobarometro, considera la corruzione come fenomeno diffuso nel nostro Paese (contro una media Ue del 71%). Almeno il 35% si sente danneggiato da essa nella vita quotidiana, contro una media europea del 26%. Secondo il neo presidente di Anac, Giuseppe Busia, il bicchiere, attualmente, è mezzo pieno: «Dobbiamo guardare ai dati sulla percezione delle corruzione con l’ottimismo della volontà. Sguardo necessario a ripartire per guadagnare migliori posizioni. Come giustamente raccomanda il rapporto di Transparency International – sottolinea Busia – è necessario accrescere il livello di trasparenza sulla spesa pubblica». 

Oltre 46,2 miliardi di euro di appalti pubblici

Secondo il presidente di Anac occorre, quindi, potenziare la banca dati nazionale dei contratti pubblici che solo nel primo quadrimestre 2020 ammontavano a 48.792 lotti di gara avviati, per un importo complessivo a base d’asta pari a 46,2 miliardi di euro. Il nodo resta «rendere trasparente l’utilizzo che verrà fatto dei fondi Next Generation EU – aggiunge il presidente dell’Autorità Anticorruzione – Consentendo alle istituzioni e a tutti i cittadini di verificare puntualmente come saranno utilizzati questi fondi. Evitando che siano non solo sottratti alla collettività, ma anche sprecati». 

Proprio Anac aveva lo denunciato nella relazione annuale al Parlamento. E, come appare nel documento sullo stato di diritto in Italia, curato dalla Commissione Europea a settembre 2020, i gruppi della criminalità organizzata di stampo mafioso ricorrono sistematicamente alla corruzione e alla concussione nei confronti della PA. Tendenza che è in costante aumento, anche per l’intensificazione dei controlli, in base ai dati forniti dalla Direzione Nazionale Antimafia e dalle varie Direzioni Distrettuali Antimafia.

Aumentano le infiltrazioni mafiose e le misure interdittive antimafia

Basti pensare che nel 2019 sono state adottate 633 misure interdittive antimafia. Rispetto alle 573 nel 2018 si registra un aumento annuo del 10%. Una zona grigia che rischia di ampliarsi a dismisura. Come attesta la stessa Autorità, circa due terzi degli appalti assegnati nel 2020, ovvero due gare su tre, sono state aggiudicate tramite affidamento diretto o procedura negoziata. Senza, cioè, previa pubblicazione del bando, per un valore ammontante a un terzo dell’intero mercato. Dato su cui riflettere e intervenire, visto che proprio secondo la DNA, almeno il 40% degli appalti sarebbe a rischio infiltrazione mafiosa. Così come sono in aumento sequestri e confische.

L’Italia ha un problema di trasparenza

«Anche per questo solo le norme non possono bastare», dichiara a Valori Davide Del Monte, presidente di Infonodes e già direttore di Transparency Italia fino allo scorso dicembre. «L’arrivo dei fondi europei deve mettere tutti in allerta. Ci sono Paesi a cui va chiesta maggior trasparenza e l’Italia è uno di questi». Come ricorda Del Monte, proprio l’Unione Europea ha già promosso delle azioni di monitoraggio nel nostro Paese, proprio per spingere la società italiana a una maggiore vigilanza. «L’Italia rientra negli Stati in cui si stanno realizzando i primi Patti di integrità, proprio per promuovere il coinvolgimento dell’intera società al monitoraggio e le aziende alla trasparenza».  

Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: scomparso il monitoraggio della spesa 

Intanto, però, mentre il Terzo settore si era preoccupato subito nella prima fase dell’emergenza Covid-19 nel chiedere e pretendere trasparenza, il già “governo Conte due” non ha lasciato in eredità al nuovo esecutivo un meccanismo di monitoraggio civico alla spesa pubblica. Pur sollecitato anche dalle istituzioni Ue. Ribadisce, anche a Valori, Davide Del Monte: «Non solo il Piano nazionale di ripresa e resilienza, non prevede un meccanismo ad hoc di monitoraggio sui tantissimi progetti in cantiere. Ma anche quel poco che era stato previsto nelle prime bozze, è scomparso dal testo finale». Eppure l’Italia è stata confermata nel Comitato direttivo dell’Open Government Partnership (Ogp) fino al 2023. Ogp è l’organismo internazionale tra Stati che promuove i dati aperti e la trasparenza, contro la corruzione. Organismo che rischia però di rimanere solo di facciata, come ricorda lo stesso Del Monte.

Ogp Forum, appello al presidente Draghi: «ripartenza a porte aperte»

Le Ong italiane impegnate nel dialogo con le istituzioni sui temi del governo aperto, che partecipano al Forum italiano dal 2016, non sono più state convocate dal gennaio 2020. Anche per questo hanno lanciato proprio nel giorno della richiesta di fiducia al Senato del presidente Mario Draghi, un appello per una «ripartenza a porte aperte».

«Basterebbe investire lo 0,001% del budget complessivo del PNRR per il triennio 2021-2023, pari a circa 2 milioni di euro. Come? In strumenti come una piattaforma di monitoraggio civico nazionale e progetti partecipativi finalizzati a produrre report sull’utilizzo dei fondi. Ciò servirebbe a ridurre i rischi di opacità, malamministrazione e corruzione», affermano le associazioni promotrici.

Serve un monitoraggio civico sul Recovery Plan

Un vuoto che, nel mondo del non profit, in molti stanno pensando di colmare. Già da ottobre lo avevano annunciato alcune delle stesse Ong nazionali maggiormente impegnate sulla trasparenza al Festival della Partecipazione, come Cittadinanzattiva e Action Aid. Ma non mancano azioni anche in ambito istituzionale. Proprio nelle scorse settimane anche il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel), guidato da Tiziano Treu, ha annunciato il lancio di un monitoraggio del Pnrr insieme all’Università Cattolica.

Occorre evitare che i fondi che arriveranno dall’Europa vadano sperperati. O peggio parzialmente assorbiti da corruzione e infiltrazioni mafiose. Argomento che resta sul tavolo del governo Draghi.

https://valori.it/italia-corruzione-draghi/

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