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Comunità religiose e società civile, due giorni di confronto alla Gregoriana, di Riccardo Cristiano

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 26/11/2018 09:16
Colloquio con il professor Rocco D’Ambrosio sull’incontro che ha messo a confronto accademici di numerosi paesi europei…

Si è svolto in questi giorni alla Pontificia Università Gregoriana un importante confronto tra studiosi europei sul tema «Comunità religiose e società civile», promosso insieme al Maecenata Institute di Berlino. I lavori sono stati aperti e coordinati da Rupert Graf Strachwitz, direttore esecutivo della fondazione tedesca, e introdotti dal professor Rocco D’Ambrosio, della Facoltà di Scienze sociali dell’Università Pontificia. Molti gli interventi di rilievo, in particolare le riflessioni di Edith Archambaul della Sorbona, di Anna Domaradzka dell’Università di Varsavia, di Johan Von Essen, dell’Università Ersta Sköndal di Stoccolma e del professor Giuseppe Giordan, dell’Università di Padova.

Nella relazione d’apertura il professor D’Ambrosio ha ricordato la definizione data da Norberto Bobbio di società civile: «per società civile s’intende la sfera dei rapporti tra individui, tra gruppi, tra classi sociali, che si svolgono al di fuori dei rapporti di potere che caratterizzano le istituzioni statali. In altre parole la società civile viene rappresentata come il terreno dei conflitti economici, ideologici, sociali, religiosi, che lo stato ha il compito di risolvere o mediandoli o sopprimendoli; come la base da cui partono le domande cui il sistema politico è chiamato a dare una risposta; come il campo delle varie forme di mobilitazione, di associazione, di organizzazione delle forze sociali che muovono verso la conquista del potere politico».

Al termine del confronto gli abbiamo chiesto quale definizione di società civile sia emersa come più condivisibile. «Ovviamente il tema è complesso, coinvolgendo il pensiero che va da Aristotele a Hegel e poi fino a oggi. Diciamo che per molti la società civile oggi può essere definita come l’insieme delle relazioni non istituzionalizzate, rifacendosi a Norberto Bobbio possiamo aggiungere "senza relazione con il potere statale". Ci sono dunque le associazioni di volontariato, di servizi sociali, il no profit, le Ong, ma c’è anche la Chiesa? Questo è un punto molto importante: la Chiesa è parte della società civile o no? Se si abbandona il concetto medievale di Chiesa società perfetta, la realtà odierna ci dice che la Chiesa è parte della società civile, usando un linguaggio meno brusco possiamo dire che è dentro la società civile?».

Su questo le visioni europee convergono? «Ovviamente la questione è più delicata se teniamo conto che riguarda tutte le comunità religiose. Più la posizione che si assume è identitaria, con rimandi a Chiese di Stato, meno viene percepito e apprezzato il discorso della società civile. Questo incontro ci ha confermato che le comunità religiose che vivono “laicamente” - se mi si passa il termine - sono più collaborative. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica tutto dipende dall’aver accettato e fatto proprio il Vaticano II. È ben noto che il Concilio si è rivolto a tutti gli uomini di buona volontà, papa Francesco con l’enciclica Laudato si’ si è rivolto a tutti, senza delimitazioni; è chiaro che il Concilio ci invita a sentirci parte dell’umanità, cioè sentirsi collaborativi per riuscire a favorire la nascita di una società più giusta. Non aderire allo spirito conciliare comporta una visione contrappositiva; da una parte noi, “perfetti”, dall’altra il resto della società costituito dai cattivi. È emersa così la questione del cattolicesimo sociale, cioè del cattolicesimo che si vede inserito nel sociale. Durante una sessione dei lavori è stato importante il riferimento alla realtà polacca, dove ci sono elementi in comune con la realtà italiana: più la fede è tradizionalista, più è chiusa al sociale e alle sue emergenze. Questo mondo tradizionalista si concentra direi esclusivamente sui temi di etica sessuale e individuale. Questa Chiesa non ha un’influenza sulla società civile perché la sua è un’ottica oppositiva, o contrappositiva. Quindi la discussione è questa: concependoti credente puoi dimenticarti di essere cittadino? Ed essendo cittadini si può non essere solidali?».

Il confronto sulla cittadinanza è molto importante anche fuori dal contesto europeo e proprio le Chiese cristiane lo riconoscono come decisivo per superare sistemi che difficilmente possono essere definiti non discriminatori, per alcuni però questo sarebbe un discorso politico. «Quando don Di Liegro organizzò il famoso convegno sui mali di Roma non organizzò un convegno contro il sindaco del tempo, ma un convegno che voleva aiutare tutti a individuare i mali per realizzare più bene comune e solidarietà».

Quale contributo europeo l’ha interessata di più? «Si è parlato di molte realtà, esempi buoni e interessanti ci sono, ho seguito con molto interesse la rappresentazione di alcuni paesi a maggioranza protestante. In sintesi è importante ricordare che noi come credenti sappiamo che il Vangelo è per tutti e per tutti gli ambienti. Quindi se un credente esclude dall’annuncio alcuni singoli o alcuni ambienti, allora quel credente a mio avviso non pensa più evangelicamente. È stato molto interessante constatare come si viva l’autenticità ecclesiale pensando a tutti e quindi all’annuncio del Vangelo alle varie società odierne. Questo ovviamente richiede uno sforzo comunitario».

 

https://www.lastampa.it/2018/11/25/vaticaninsider/comunit-religiose-e-societ-civile-due-giorni-di-confronto-alla-gregoriana-WGAHDzYJLXsUxM32xsL3hI/pagina.html

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