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Come le donne il mattino di Pasqua, di Antonio Savone

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 03/04/2020 19:55
Abbiamo bisogno di accodarci al pellegrinaggio delle donne il mattino di Pasqua perché se il dolore che provano è tanto vero lo è altrettanto e ancor di più l’amore che fa loro sfidare le ombre della notte…

Qualche giorno fa, mentre il Presidente del Consiglio elencava le misure di sicurezza in materia di coronavirus, non ho potuto non pensare alle parole che sentiamo proclamare quasi come un pugno allo stomaco nella liturgia della settimana santa: da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra.

Per quanto sentissimo che la cosa riguardava tutti, di fatto noi al di fuori della zona rossa e arancione, ci sentivamo ancora sollevati, speravamo non ci toccasse più di tanto. Ma quando l’intero paese è zona protetta, pare davvero di rivivere quello che ogni anno, anche se per un tempo circoscritto, si respira nelle nostre chiese in occasione della passione del Signore. 

Buio, notte, tutto sembra perduto, tutto vacilla, la speranza delusa e la fede smarrita. Un grande surreale silenzio. Le strade che fino a poco fa erano ancora popolate di ragazzi che non avevano ancora realizzato la posta in gioco di questa tremenda epidemia, ora sono vuote. Chi è ancora in giro è visto con sospetto. La vita sembra perdere il suo vigore: una volta di più scopriamo di non essere padroni di nulla, neppure della libertà di spostamento, della possibilità di dare una carezza a chi amiamo, neppure di salutare per l’ultima volta chi non vedremo più. 

Mentre ascoltavo il Presidente mi è giunta notizia che erano stati celebrati i funerali di un mio amato formatore a cui sono stati riservati funerali più che privati. Un uomo che tanto ha lavorato per la Chiesa, costretto ad andarsene nel silenzio e nella discrezione che sempre lo ha contraddistinto: in punta di piedi. E ti fai tante domande.

Signore, che cosa è l’uomo perché tu te ne curi? Il figlio d’uomo perché te ne dia pensiero? (Sal 8).

Quel che più ci rattrista è l’incertezza dell’ignoto: cosa ci accadrà? Verso quali scenari stiamo andando? Come e quanto cambierà la nostra esistenza quando tutto questo sarà passato? 

Ci manca persino il pane dei deboli, il cibo degli infermi dal momento che non abbiamo potuto non recepire quanto emanato dal governo a tutela dell’incolumità di tutti. Molti han fatto presente la difficoltà a recepire una norma tanto restrittiva. Qualcuno ha addirittura paragonato quello che stiamo vivendo ai tempi della Chiesa delle catacombe. Il paragone non regge affatto: anzi, farlo è mancare di rispetto ai tanti fratelli e sorelle che in quegli anni e in seguito hanno versato il sangue per ragioni ben più serie dal momento che si trattava di scegliere se salvare la propria vita fisica e quella della propria famiglia oppure subire il martirio. 

Qui si tratta di qualcosa assai diverso. La sospensione delle celebrazioni eucaristiche, infatti, non è una limitazione della libertà religiosa o uno sfregio alla fede cattolica. Nessuno ci sta proibendo di vivere la nostra fede nelle forme adeguate a un tempo di calamità. Qui c’è in gioco il bene grande e prezioso della salute pubblica e personale. È buon senso, esercizio della ragione, uno dei doni più grandi del Padre Eterno. Se san Paolo arriverà addirittura a ritenersi anatema a vantaggio dei fratelli, non dovremo noi privarci di uscire di casa (con tutto quello che comporta in termini di conseguenze, s’intende) se questo è a vantaggio di ognuno e dell’intero corpo dei nostri fratelli?

L’Eucaristia resta fonte e culmine della vita della Chiesa, è il sacramento che plasma e fonda l’unità della Chiesa (senza Eucaristia non c’è Chiesa), tuttavia, la Chiesa ha sempre creduto che la grazia non è legata ai sacramenti, che ne sono tuttavia le vie ordinarie (gratia non alligatur sacramentis). Tanti sono i modi e le vie attraverso i quali Dio parla a noi: la sua Parola, la preghiera personale, l’amore verso chi è nel bisogno, le tante vie note solo a lui e all’opera del suo Spirito in noi. La presenza del Signore in mezzo a noi non è venuta meno, neanche in questo frangente.

Qui non si tratta di voler trovare il positivo a tutti i costi e dunque anche in una situazione che sembra assurda. È piuttosto questione di lasciarsi condurre per vie che noi non avremmo mai percorso. Per la prima volta a memoria d’uomo, non celebriamo una Quaresima liturgica ma esistenziale. Non sappiamo neppure se la Pasqua liturgica (che ci auguriamo di celebrare finalmente riuniti) coinciderà con la Pasqua sanitaria.

Se a condurci forzatamente in questa nuova fase della nostra vita di fede è un’emergenza sanitaria, lo Spirito ci chiede di lasciarci condurre nel deserto della prova perché il Signore parli al nostro cuore.

Fa impressione pensare che un intero paese viva un digiuno eucaristico forzato. Ma ora si applica ad un intero popolo, per un bene maggiore, quello che talvolta siamo costretti a vivere personalmente perché fisicamente impediti di partecipare all’Eucaristia.

Ci farebbe bene ascoltare nuovamente in questi giorni le parole del prefazio della Preghiera eucaristica V/a:

“Tu non ci lasci soli nel cammino,  

ma sei vivo e operante in mezzo a noi.  

Con il tuo braccio potente guidasti 

l’assemblea errante nel deserto; 

oggi accompagni la tua Chiesa, 

pellegrina nel mondo, 

con la luce e la forza del tuo Spirito, 

per mezzo del Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, 

ci guidi, nei sentieri del tempo, 

alla gioia perfetta del tuo regno”

Questi sono i giorni in cui siamo sollecitati a rifugiarci nel vangelo come nella carne di Cristo, come afferma S. Ignazio di Antiochia nella sua lettera ai Filippesi (V, 1). E S. Girolamo gli fa eco quando dice che dobbiamo cibarci della sua carne e del suo sangue non solo nel mistero dell'altare, ma anche nella lettura delle Scritture. Vero cibo e vera bevanda infatti è quello che si riceve dalla Parola di Dio, cioè la conoscenza delle Scritture (Comm. in Ecclesiasten III, 13).

Questi sono i giorni in cui apprendere cosa significano per la nostra vita di fede le parole dell’apostolo Pietro quando scrive: adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori (1Pt 3,15). Non c’è luogo in cui Dio non abiti. Per questo, la comunione con Dio è anzitutto una questione che tocca l’anima non il luogo, come ripete il Signore stesso alla donna di Samaria: Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità (Gv 4,23).

L’aver accolto il Signore Gesù nella nostra vita fa sì che Dio stesso venga ad abitare personalmente in coloro che custodiscono la sua parola e vivono in grazia: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui(Gv 14,23). 

Questi giorni ci ricordano ancora un’altra cosa. Per la partecipazione al corpo mistico che è la Chiesa, quello che ora a noi è tolto, viene dato ancora a tanti altri fratelli in tante altre parti del mondo. Sono anch’essi a nutrire e sostenere la nostra fede. Questo è il momento in cui le parti più deboli che meritano maggior attenzione e rispetto, ricevano una maggiore protezione e attenzione premurosa da quelle più forti.

Cosa dobbiamo fare, allora?

È ancora l’apostolo Pietro a dircelo: essere pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi (1Pt 3,15). 

La Chiesa ha sempre avuto particolare venerazione per la Madre di Dio dedicandole un giorno particolare, il sabato. Nel silenzio del sabato santo, l’unica che custodì la fede della Chiesa fu la Madre. Fu un sabato di paura, quello. Gesù sembrava definitivamente sconfitto e tutte le promesse da lui fatte ridotte al nulla. Proprio in quel frangente lei certamente si mantenne salda nella fede, continuando a meditare nel suo cuore, come il Vangelo ci aveva già mostrato in altre occasioni, quello che era appena accaduto.

Una sorta di pensiero magico alquanto adolescenziale ci fa ritenere che la gioia sia qualcosa che rimpiazzi o si sostituisca al dolore, magari cancellandolo o ignorandolo. La gioia che viene dalla Pasqua è la gioia che matura dentro il dolore del mondo, lo cambia dal di dentro. La Pasqua ci attesta che l’amore immenso di Dio si manifesta proprio nell’ora del dramma per vie che noi non conosciamo. Nessuno di noi potrà fare a meno di sperimentare talvolta il dolore, il non senso, proprio come in questi giorni: ciò che la nostra fede ci annuncia è che proprio quelle esperienze sono abitate da un amore più forte.

Per questo abbiamo bisogno di accodarci al pellegrinaggio delle donne il mattino di Pasqua perché se il dolore che provano è tanto vero lo è altrettanto e ancor di più l’amore che fa loro sfidare le ombre della notte. Le donne riescono a reagire senza lasciarsi impietrire dal dolore. Cercano di vincerlo con gesti di pietà e di affetto. E non è ciò di cui abbiamo ancora bisogno anche noi in questo frangente storico in cui tutto sembra non avere più la luce di un senso?

Proviamo a pensare solo per un attimo cosa devono aver vissuto quelle donne: spavento, timore, gioia. In fondo, il messaggio che l’angelo reca loro ha del ridicolo: come si può dire a chi lo ha visto spirare, tirar giù dalla croce e chiuderlo in una tomba, non è qui, come se non fosse accaduto nulla?

L’angelo, però, non ha detto che non è accaduto nulla. Ha detto che è risorto. È passato per davvero attraverso la morte e una morte orrenda, umiliante e dolorosa. Ma appunto vi è passato. La morte non è stata bypassata, anzi! Non continuare a cercare un morto: so che cercate Gesù il Crocifisso, dice l’angelo alle donne. L’angelo le invita ad accorgersi della novità avvenuta: qui non c’è più niente. Dio ha sconvolto le leggi dentro le quali eravate prigioniere. 

Credere nella risurrezione non significa evitare la morte ma attraversarla e vincerla non attraverso una riedizione della vita precedente ma mediante l’ingresso nella vita stessa di Dio. Un anticipo di questo ingresso nella vita di Dio lo abbiamo già tutte le volte che amiamo qualcuno.

[presbitero, diocesi di Potenza]

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