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Come l’emotività ha trasformato la nostra democrazia, di Elisa Giunti

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 15/10/2019 09:05
Dobbiamo imparare a vivere in un modo che porti a una rinnovata stabilità emotiva nel futuro: rispondere con equilibrio a un presente sempre più destabilizzante. Prima di tutto dobbiamo imparare a conoscerlo…

Il 4 marzo 1933, nel suo discorso di inizio mandato, il Presidente degli Stati Uniti Francis Delano Roosevelt disse che “la sola cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa”, consapevole di quanto il prevalere delle emozioni sull’oggettività e la razionalità fossero pericolosi per una società democratica. Nel saggio Stati nervosi William Davies, professore di economia politica alla Goldsmiths University di Londra, analizza come l’emotività abbia “conquistato il mondo” e quanto il raptus emotivo sia il diretto responsabile della perdita di importanza di una narrativa politica basata sulla verità e sui fatti. I sentimenti di nostalgia, risentimento, rabbia e paura hanno sconvolto e stanno sconvolgendo le nostre nazioni, come dimostra l’avanzata globale dei populismi.

Cas Mudde, politologo olandese, in The Populist Zeitgeist illustra le due più frequenti interpretazioni della parola populismo. La prima riunisce la componente emotiva e il discorso semplicistico, due fattori che insieme riescono a colpire la maggior parte della popolazione perché arrivano “alla pancia” dell’ascoltatore. Ai “nodi gordiani della politica moderna”, la retorica populista risponde con soluzioni semplicistiche e superficiali. Nella seconda definizione, il populismo viene visto come “politica opportunistica con l’intento di soddisfare rapidamente le persone”.

Per quante siano le definizioni di populismo, tutte hanno in comune l’uso concomitante di “élite” e “popolo”. Mudde parte proprio da questo per arrivare a identificarlo come “un’ideologia che considera la società come separata in due gruppi omogenei e antagonisti, il popolo puro contro l’élite corrotta, e che sostiene che la politica debba essere un’espressione della volontà generale del popolo”. La centralità della visione dualistica con due gruppi omogenei e non conciliabili, che si scontrano l’un l’altro, viene ripresa da Davies, che la analizza partendo dalla dicotomia cartesiana di mente e corpo, cogito ergo sum. Cartesio distingue la mente e il corpo, la res cogitans e la res extensa, ovvero le cose che pensano e le cose fisiche. Per Davies “Le divisioni culturali cui assistiamo oggi nelle nostre società fanno sì che a una categoria di persone sia garantita la condizione di res cogitans, ad altri solo quella della res extensa: alcuni di noi pensano, altri sono semplicemente corpi”. 

Molti attacchi che vengono oggi rivolti a chi si occupa di definire l’evidenza e la verità, come la comunità scientifica, condividerebbero in parte la visione sospettosa di Hobbes di fronte all’imposizione di verità univoche per tutti gli uomini. Il filosofo, a suo tempo, si era schierato contro la Royal Society, basandosi sul fatto che le scoperte di questa associazione scientifica trovassero tutti i suoi membri d’accordo solo perché il numero di componenti era troppo ristretto. Gli scienziati pretendevano di avere il diritto di cercare l’essenza delle verità a porte chiuse su fatti oggettivi che avrebbero dovuto essere poi condivisi da tutti gli uomini.

L’approccio di chi abbraccia la visione populista si contraddice da solo: denigro una verità deliberata da una “casta” per sostenere una verità stabilita da singoli esponenti politici. Un gruppo numericamente ancora più ristretto rispetto a quello degli esperti tiene al guinzaglio il proprio elettorato, facendogli credere di potersi liberare dai vincoli imposti dall’alto, a patto di rigettare le élite. In realtà i populisti propongono solo un’altra verità, la loro, facendo leva sull’emotività del loro elettorato.

Davies spiega l’attuale propaganda prendendo a modello vari esempi della storia. Tra questi, Napoleone Bonaparte, che avrebbe utilizzato il quotidiano governativo Le moniteur universel come strumento di comunicazione autocratico, facendo pubblicare sia notizie reali che costruite a tavolino, per enfatizzare il suo eroismo e la sua figura. Napoleone sosteneva che “Non è la verità che conta, ma ciò che la gente ritiene vero”. La diffusione delle fake news e la distorsione demagogica dei fatti che minaccia le democrazie occidentali si basa proprio sul creare delle verità fasulle, ma condivise da una parte del popolo.

Secondo Davies, oggi il concetto di verità sembra sempre meno solido e aver perso la sua oggettività in favore di una visione soggettiva, anche in altri ambiti rispetto alla retorica populista. Un esempio è dato da Peter Thiel, fondatore di PayPal e tra i primi investitori di Facebook. Infatti, nella società in cui viviamo oggi, dominata dai giganti dell’hi-tech, per Thiel “Ogni grande business è costruito intorno a un segreto nascosto a chi sta all’esterno”. Quest’idea sicuramente non aggiunge niente di nuovo alla tipica mentalità concorrenziale tra aziende, ma almeno non distorce in toto il concetto di verità, limitandosi a non rivelarla. Allo stesso tempo, Thiel è solito chiedere ai candidati ai colloqui di lavoro quale sia la verità più importante su cui pochissime persone sono d’accordo con loro, dimostrando interesse per “una conoscenza che non sia accettata pubblicamente e che può persino essere negata dagli esperti di professione”. Un approccio simile si inserisce a metà strada tra il concetto di verità in chiave populista e una in cui l’opinione degli esperti perde comunque di importanza, ma dove non è richiesto un consenso popolare su ciò che può considerarsi vero. Per Thiel, l’enfasi emotiva dedicata a una “presunta verità” durante il colloquio sarà fondamentale nel determinarne l’esito.

L’economista del Ventesimo secolo Hayek ha rifiutato l’applicazione del metodo scientifico, spostando l’importanza dell’indagine economica da un’ottica oggettiva a una soggettiva, dove il mercato diventa un dominio della post-verità e la realtà conoscibile solo analizzando ciò che ci riguarda. Davies pensa che, seguendo la visione di Hayek il mercato farebbe ciò che si rifiutano di fare le élite intellettuali: prenderebbe “in considerazione i sentimenti, gli istinti e punti di vista della massa delle persone coinvolte”, diventando un “dispositivo di percezione” per rilevare gli stati d’animo e gli sbalzi di umore delle persone. Quando accade qualcosa, come un annuncio politico, l’introduzione di nuove leggi o un disastro naturale, i mercati ne subiscono le conseguenze. Il mercato diventa così un rilevatore di sensazioni umane: la fede in questo si confonde con populismo e nazionalismo, perché si mettono da parte gli esperti in favore dell’emotività e tutticonsiderano la politica poco più di un sistema di coordinamento di massa tramite un sentimento condiviso”.

La centralità delle emozioni umane è ormai ben nota anche ai grandi imprenditori come Zuckerberg, che nel 2015 ha affermato di ritenere “che un giorno potremo inviarci pensieri complessi tramite la tecnologia. Basterà che pensiate qualcosa e potranno sentirla anche i vostri amici”. Dal 2017 Facebook avrebbe in cantiere la realizzazione di sistemi per cui, da brevi messaggi di testo, creati usando solo il pensiero, indossando una manica vibrante si potranno sentire messaggi analoghi sulla pelle: “Io potrò pensare in mandarino e tu potrai sentirlo istantaneamente in spagnolo”. La massima forma di comunicazione a cui puntare in futuro si baserebbe, quindi, su un’esperienza di intimità sociale fondata sul potere emotivo. La nostra labilità emotiva potrebbe essere, se già non lo è, centrale non solo per i movimenti populisti, ma anche per i colossi del digitale.

Davies si è anche concentrato su un altro punto, analizzando sia le prospettive di salute che l’aspettativa di vita degli elettori di Trump, Le Pen e altri leader nazionalisti, e ha notato che queste sono molto più basse della media. Nello studio dell’Economist Trump succeeds where health is failing è stato dimostrato quanto i malati possano essere attratti dalla retorica dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Se la prevalenza del diabete fosse stata inferiore anche solo del 7% in Michigan, Trump avrebbe ottenuto meno 0,3 punti percentuali, sufficienti a consegnare lo Stato ai democratici. Se in Pennsylvania l’8% in più della popolazione avesse svolto attività fisica regolare e i forti bevitori fossero stati del 5% in meno in Wisconsin, nel 2017 Clinton sarebbe diventata presidente. Non sembra quindi una coincidenza che alla conclusione del mandato di David Cameron dopo la vittoria del Leave nel 2016, l’aspettativa di vita nel Regno Unito era in calo, registrando il risultato più disastroso mai ottenuto da un Primo ministro del dopoguerra. Quando le condizioni di salute e di vita peggiorano, o si è affetti da patologie che provocano dolore, ragionare mettendo da parte l’emotività diventa difficile. Il populismo fa i maggiori proseliti proprio tra le fasce di popolazione più colpite da questo peggioramento.

“Il potere delle emozioni sta trasformando le democrazie in modi che non si possono ignorare e da cui non si può tornare indietro. È questa ora la nostra realtà. Non possiamo cambiare la storia, né possiamo sfuggirle”. Stati nervosi ci dimostra in modo dettagliato dove possono farci arrivare il rifiuto dell’obiettività e una sempre maggiore centralità degli stati d’animo. Non è detto che siamo già arrivati all’apice del sopravvento emotivo, ma la situazione attuale non è assolutamente rassicurante. Dobbiamo imparare a vivere in un modo che porti a una rinnovata stabilità emotiva nel futuro: rispondere con equilibrio a un presente sempre più destabilizzante. Prima di tutto dobbiamo imparare a conoscerlo. Come sostiene Davies:“Per superare indenni questo tempo nuovo e scoprire qualcosa di più stabile al di là di esso, dobbiamo per prima cosa capirlo”.

 https://thevision.com/politica/emotivita-democrazia/

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