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Clero e abusi: colpe e rimedi della teologia morale, di Roberto Massaro

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 03/05/2019 09:31
La teologia morale deve rendere liberi e capaci di gioire di Dio, di gioire al servizio di Dio e del prossimo. Deve indicare e aprire le vie che portano a relazioni personali e a strutture sane e sananti...

Non poche settimane fa, mentre, durante una lezione del corso di morale sessuale, affrontavo le problematiche relative all’educazione sessuale nei percorsi prematrimoniali, ravvisandone non poche lacune, uno studente è intervenuto dicendomi: «Prof! Noi, in questi anni di seminario abbiamo affrontato solo il tema del celibato, ma mai un percorso serio sui temi sessuali».

Una simile affermazione, sicuramente frutto anche della smemoratezza dell’alunno, stride fortemente con l’appello alla responsabilità formativa derivante dal dilagare dei casi di abusi sessuali perpetrati da uomini di Chiesa (una recente ricerca condotta in Australia riporta che il 7% dei preti australiani è stato accusato di pedofilia https://www.patheos.com/blogs/tippling/2017/06/30/catholic-clergy-likely-paedophiles-general-public/).   

Spesso l’opinione pubblica extra o intra ecclesiale ha puntato il dito sul celibato o sulla formazione del clero. Ci chiediamo se anche l’insegnamento della teologia, nella fattispecie della teologia morale, possa essere “colpevole” e quali strade possa indicare per un rinnovamento globale.

L’istanza conciliare

La teologia morale ha ricevuto dal Concilio un compito arduo: «Si ponga speciale cura nel perfezionare la teologia morale, in modo che la sua esposizione scientifica, più nutrita della dottrina della sacra Scrittura, illustri la grandezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo» (OT, 16). Essa, pertanto, non è chiamata soltanto alla trasmissione di contenuti né tanto meno alla formulazione di teorie asettiche, ma a contribuire perché l’umano possa giungere a piena fioritura e sia in grado di produrre e diffondere amore.

Se questa è la missione della teologia morale, allora il suo insegnamento (spesso rivolto a giovani che si preparano a vivere il ministero presbiterale) non può tralasciare di indicare percorsi di crescita che conducano i futuri ministri a una relazione armonica con la propria sessualità.

Ne discende che anche l’impostazione didattica dei corsi di teologia morale dovrebbe essere più attenta a suscitare domande che portino ad assumere uno stile rinnovato alla luce di quanto il mistero di Cristo suggerisce all’uomo che desidera rispondere alla sua chiamata.

Potrebbe essere d’aiuto una triplice conversione.

Conversione erotica

Una certa forma di ascetismo disincarnato conduce spesso all’idea che la scelta celibataria debba eliminare ogni forma di erotismo, per accogliere e vivere un amore agapico, totalmente gratuito, a immagine dell’amore totalmente oblativo di Cristo per l’umanità. Questo ha insegnato una teologia morale elaborata, spesso, da uomini celibi, col rischio di formare «guardoni disincarnati, occhi senza faccia, preti che giudicano il comportamento sessuale di altre persone senza conoscere cosa sia la sessualità o come essa potenzi positivamente le relazioni umane e le esperienze di vita».

Una teologia morale che si converte all’eros è in grado di mostrare la sessualità come cosa bella e buona e, così, può insegnare ad accogliersi come persone sessuate, portatrici di un’energia positiva che sanno orientarsi all’altro con la capacità di interpretare il proprio corpo senza essere terrorizzate dal suo particolare e difficile linguaggio. 

Può ancora aiutare ad affrontare e dare un nome al proprio orientamento sessuale, in un clima ecclesiale sereno e accogliente che non demonizza l’omosessualità e non la ritiene un disturbo alla pari della pedofilia. 

Può riconoscere e valorizzare il ruolo della donna ascoltando anche il novum che la sua “voce diversa” può portare in teologia, favorendo le condizioni perché donne e laici sposati approfondiscano e insegnino l’etica teologica. Infine, può sostenere nel riconoscere le difficoltà che l’impegno del celibato comporta, senza avere il timore di definirlo come una mancanza, un “lutto” nella vita del presbitero, indicando nella fraternità presbiterale, nelle amicizie paritarie, nell’impegno pastorale o in altre strade quelle sane sublimazioni che consentano di elaborare un vuoto così grande.

Conversione diakonica

Una domanda che affligge molti credenti e tutti coloro che sono impegnati nel debellare il fenomeno degli abusi è: com’è stato possibile che il fenomeno della pedofilia si sia insidiato anche nel clero cattolico? Probabilmente una delle possibili ragioni sarebbe da ricercare oltre che – come abbiamo già accennato – in una visione distorta della scelta celibataria, anche nell’impostazione astorica del potere clericale.

Il pedofilo, infatti – secondo autorevoli studi –, sarebbe una persona incapace di instaurare relazioni affettivo-sessuali con un pari e troverebbe nel bambino un partner sessuale remissivo e passivo da dominare. Non è difficile comprendere, a nostro parere, come una chiesa eccessivamente clericale possa essere un rifugio eccellente per persone affette da un simile disordine.

In questo, forse, la teologia morale ha anche le sue colpe. L’antico e pur saggio adagio alfonsiano secondo il quale il confessore sarebbe padre, medico, giudice e dottore avrebbe creato l’immagine di un prete-padrone della coscienza dei fedeli. Una rivalutazione del ruolo della coscienza morale, già mirabilmente aperta dal Concilio, aiuterebbe a ridimensionare questo ruolo onnipotente appannaggio di un ministero diakonico, che si prende cura, “perdendo tempo” ad ascoltare la voce dei fedeli per trovare insieme possibili percorsi di redenzione.

Conversione sociale

Infine, la teologia morale – almeno fino alla svolta impressa dal magistero di papa Francesco – si è troppo a lungo incentrata sulle problematiche sessuali, facendole diventare l’unico vero problema della riflessione etica. Davvero, per riprendere la dura espressione di Gorrel, a volte anche i teologi morali sono parsi dei “guardoni disincarnati”. Troppa attenzione alle questioni sessuali può generare quasi un’ossessione che non può non avere ripercussioni sul singolo individuo, soprattutto se già segnato da fragilità e inconsistenze personali.

Si pensi che – come ricorda Marciano Vidal in un suo recente libro-intervista – «Sant’Alfonso dedica solo quaranta pagine alla morale sessuale e duecentoquaranta alla morale sociale».

In effetti, sembra che la teologia morale tratti in modo differente le questioni sociali e quelle sessuali. Le prime vengono trattate in modo soft, le seconde in modo rigido. Per le prime si tende a offrire giudizi morali articolati e improntati al discernimento dei casi particolari, per le seconde vige ancora il mantra della non parvitas materiae in rebus venereis (espressione che indica che nell’ambito del sesto comandamento non vi è materia lieve ma solo materia grave) e un linguaggio normativo rigidamente collocato nello schema binario del lecito e dell’illecito.

Una teologia morale che guardi alle questioni sessuali sotto il paradigma della complessità e dia la medesima importanza alle questioni sociali sarebbe in grado di far cogliere la globalità dell’umano in tutte le sue sfaccettature, sanando il morboso e malsano rapporto con l’eros.

Non lo dobbiamo dimenticare! La teologia morale dev’essere una disciplina liberante! Ce lo ricorda uno dei grandi colossi della materia, Bernhard Häring, che, in un suo opuscolo dedicato proprio al ministero presbiterale, scriveva: «La teologia morale deve rendere liberi e capaci di gioire di Dio, di gioire al servizio di Dio e del prossimo. Deve indicare e aprire le vie che portano a relazioni personali e a strutture sane e sananti». 

 

http://77.81.234.212/moralia/blog/clero-e-abusi-colpe-e-rimedi-della-teologia-morale-roberto-massaro

 

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