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Chi vuol fare il capoclasse? Il flop delle elezioni scolastiche, di Maurizio Tucci

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 10/11/2018 09:41
Dopo quarant’anni la rappresentanza negli istituti non interessa più a nessuno: solo un ragazzo su cinque la trova utile. Piace di più lo scuola lavoro...

 

Correva l’anno 1974 e per la prima volta le scuole italiane – si chiamavano «decreti delegati» – aprivano gli organi collegiali ad una rappresentanza di studenti e genitori. L’assemblea degli studenti non era più uno spazio da conquistarsi e trattare, ma un diritto mensile sancito e i rappresentanti di classe sostituivano formalmente l’aleatorio «capoclasse». Non più, quindi, il «primo-della classe» un po’ secchione e spesso antipatico, ma rappresentati eletti in base ad idee e programmi. Per chi quel 1974 lo ha vissuto da studente resta una data memorabile. Ancora con gli echi del ’68 nelle orecchie e nei racconti dei più grandi, fu uno dei più significativi, se non il più significativo, momento di partecipazione collettiva, di impegno (non solo strettamente politico), di speranza, di sensazione che qualcosa davvero stesse cambiando anche nella scuola.
Fuori moda
Ma a più di quarant’anni di distanza cosa è rimasto – al di là dell’amarcord di qualche milione di reduci e dell’impalcatura delle «elezioni scolastiche», che ancora resiste – dello spirito di quei decreti delegati? «Laboratorio Adolescenza» lo ha chiesto – nell’ambito della sua attività di ricerca – ad un campione di circa 1000 studenti delle scuole superiori di Milano, integrato da focus in altre città d’Italia. Il dato certo, con i dovuti distinguo, è che ad oltre la metà del campione (54%) l’esperienza partecipativa (essere rappresentate di classe o di istituto) non interessa in assoluto e che circa il 60% di quello scarso 30% che l’ha avuta l’ha trovata deludente. Pochi (19%) quelli che, invece, si dicono interessati ad averla.
Meglio l’alternanza che la partecipazione
Più consenso l’ha raccolto addirittura la tanto vituperata alternanza scuola-lavoro, con il 35,7% che l’ha trovata interessante e coerente con il proprio percorso formativo e il 31% interessante anche se non coerente con il percorso formativo. Lo scarso interesse a mettersi in gioco svuota di significato anche il momento del voto. Votare per una «lista unica» (come capita in un numero sempre più alto di scuole), dove va già bene se i candidati sono sei e non solo i quattro che vengono eletti, non è certo un esercizio particolarmente avvincente. «Due volontari per fare i rappresentati di classe si trovano generalmente senza difficoltà», riferiscono gli insegnanti, ma il problema non è «riempire la casella», ma capire perché, nel tempo, questi ruoli di rappresentanza sono diventati sempre meno ambiti e contesi.
«Alla fine è solo una grana»
«Non serve a niente», dice Caterina di un linguistico di Napoli; «Nessuno ti sta a sentire», aggiunge Alberto di un tecnico di Roma; «Alla fine litighi solo con i compagni, che se la prendono con te, perché non si riesce a fare niente di quello che proponiamo», sottolinea Lorenzo di un liceo milanese. E, come il capoclasse old-style, il rappresentate di classe si ritrova spesso a raccogliere i soldi per qualche iniziativa della classe – «che poi alla fine mancano sempre e danno la colpa a te», si arrabbia Martina di uno scientifico di Modena – e a fare poco altro. Scuole sorde alle istanze degli studenti? A volte, ma a volte – come riferisce Teresa Caputo, insegnante in un istituto tecnico milanese – richieste che denotano una scarsa consapevolezza di ciò che può essere ragionevolmente proposto e cosa no.
I programmi «creativi»
Nei «programmi» delle liste elettorali si trova, infatti, di tutto: da regolamentazioni più o meno assurde sulle «verifiche», a serie proposte di analisi sulle esperienze di alternanza scuola lavoro; da ragionevoli ritocchi sull’orario per raccordarsi meglio con i trasporti pubblici, a proposte di convenzioni per avere buoni sconto nelle discoteche. Gita scolastica e organizzazione dell’autogestione sono gli argomenti sui quali generalmente si dibatte di più e sui quali si «sparano» promesse elettorali (3 autogestioni all’anno e due settimane a New York) che raramente vengono realizzate (ma questa non è una peculiarità delle scuole).
La marginalità della politica
La «politica» è certamente più ai margini di quanto non lo fosse nel 1974 e dintorni e questo non è necessariamente un male finché non sfocia nell’esagerato disimpegno. C’è però da fare attenzione – sottolinea Elisabetta Grimaldi, insegnante in un liceo di Potenza – che la politica non entri eterodiretta dall’esterno da gruppi universitari o movimenti politici organizzati. Naturalmente, come anticipato, la situazione non è omogenea e, restando a Milano, si passa dalla scuola dove l’impegno degli studenti è alto (liste contrapposte, assemblee in cui ci si confronta su temi concreti, report puntuale di ciò che avviene nei consigli di istituto) alla scuola che si è inventata il «seggio itinerante» che gira classe per classe per indurre gli studenti a votare (ovviamente il voto non è obbligatorio).
«La sfida fallita della partecipazione»
Dalla scuola in cui gli studenti si candidano e partecipano attivamente anche ai lavori della «consulta provinciale degli studenti», alla scuola in cui non sanno nemmeno cos’è: «Ma le provincie non le avevano abolite?». Non si meraviglia di risultati e commenti Francesco Dell’Oro, esperto di orientamento scolastico: «Una disaffezione che conferma quanto la scuola – con le dovute eccezioni – non riesca a sollecitare una partecipazione attiva e virtuosa di studenti e famiglie, e non eserciti quel ruolo formativo, al di là delle discipline curriculari, che le competerebbe». Del quadro complessivo emerso, ciò che preoccupa di più è infatti proprio la scarsa importanza che gli studenti attribuiscono ai ruoli ma, soprattutto, agli spazi di rappresentanza.
Il diritto-dovere del voto
Un atteggiamento che la scuola avrebbe il dovere di correggere non solo per il miglior funzionamento di consigli di classe e di istituto, ma anche per formare dei cittadini che comprendano appieno il valore di questi fondamentali della democrazia. Di quanto ciò sarebbe prezioso ce ne accorgiamo quando osserviamo il sempre crescente numero di italiani che non vanno a votare alle elezioni lasciando «agli altri» il compito di analizzare, di scegliere, di decidere.

* Presidente Laboratorio Adolescenza
https://www.corriere.it/scuola/secondaria/18_novembre_09/chi-vuol-fare-capoclasse-flop-elezioni-scolastiche-71a94ed2-e0df-11e8-b7b1-47f8050d055b.shtml

 

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