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Che cosa significa mangiare insieme, di Enzo Bianchi

creato da webmaster ultima modifica 21/07/2016 17:05
Sappiamo fin troppo bene che le feste natalizie oggi, segnate dalle esigenze del consumismo che si fanno sentire già a novembre, sono percepite come occasioni per scambiarsi doni in una società opulenta e, seppure in crisi, incapace di sobrietà e portano con sé abitudini che fanno ripetere gesti e parole magari svuotati di passione.
Che cosa significa mangiare insieme, di Enzo Bianchi

ARCABAS, Pane e vino

 

In tutte le culture la festa è l’occasione per “vivere insieme” un evento, una memoria, un’appartenenza, una speranza condivisa ma nelle culture ispirate dal cristianesimo la festa del Natale è sentita anche da parte di chi non professa la fede nella nascita a Betlemme di Gesù di Nazaret, il Dio fatto uomo. Per cristiani e non cristiani queste feste natalizie accolgono il senso che viene loro dato, ma soprattutto offrono l’occasione a quanti si sentono legati da sentimenti affettivi di “stare insieme”.

Natale rimane così nel sentimento di moltissimi uomini e donne dell’occidente la festa in cui si celebra l’amore. Certo, non sempre e non nello stesso modo, perché gli eventi della vita possono oscurare la festa o impedire di assaporarla in modo pieno, ma non appena la data si avvicina, nel cuore si fa strada la domanda: “Con chi vivrò quei giorni? con chi condividerò il pranzo di festa? con quali piatti allieterò la tavola?”.

Sappiamo fin troppo bene che le feste natalizie oggi, segnate dalle esigenze del consumismo che si fanno sentire già a novembre, sono percepite come occasioni per scambiarsi doni in una società opulenta e, seppure in crisi, incapace di sobrietà e portano con sé abitudini che fanno ripetere gesti e parole magari svuotati di passione. Eppure dobbiamo riconoscere che restano un’occasione per “vivere insieme” qualcosa: davvero la ragione profonda permane non sconfitta in queste feste è lo “stare insieme”. Gli esseri umani sentono questo bisogno nonostante lo sfilacciamento della vita sociale, l’individualismo dominante che ammorba l’esistenza, la diffidenza e la paura dell’altro che ormai minaccia anche la vita familiare. Trovarsi insieme, aprire almeno per un giorno la casa ad altri che abitualmente non vivono con noi ma che noi amiamo, cercare di contraddire la solitudine, l’isolamento cui sovente sembriamo condannati dalla vita di oggi e dalle architetture che abitiamo: questo può essere il Natale.

In questo senso, elemento essenziale è la convivialità attorno alla tavola, luogo straordinario di umanizzazione, di ascolto reciproco, di scambio della parola, luogo dove dire sì alla vita con le sue fatiche, le sue sofferenze, le sue gioie e le sue speranze. Abbiamo bisogno di questo “sì”, di dire “grazie” e vivere la gratitudine verso la terra, verso gli altri, verso Dio se credenti, e di dirlo “insieme” cercando una gioia comune, condivisa. Perché sia conviviale, la tavola va preparata innanzitutto con la volontà precisa di invitare qualcuno a condividere il cibo che prepariamo: i parenti, ma anche gli amici, qualcuno che amiamo e rischierebbe di fare Natale da solo o in una situazione che non potrebbe renderlo contento. Solo dopo aver definito i commensali, si può pensare ai cibi da preparare: cibi capaci di esprimere “straordinarietà”, eccesso di bontà da gustare e cantare, cibi che, allietati dal vino, possono favorire una sobria ebbrezza: non un vino qualsiasi, non necessariamente il più costoso, ma quella bottiglia preziosa tenuta in serbo per gli amici, aperta per l’occasione, profumo e gusto fuori dall’ordinario.

Convivialità a tavola significa spazio, tessuto, mosaico di parole scambiate e di immagini create, racconti che seducono. Lì tutti sono uguali, con le stesse possibilità di prendere cibo e di intervenire con la parola: bambini e vecchi, uomini e donne, invitanti e invitati. L’uno parla, l’altro ascolta mentre si mangia: parole che si intrecciamo fino a spegnere ogni diffidenza. E qui occorre l’arte di chi presiede la tavola: l’arte del favorire l’esprimersi di tutti, del disinnescare i rapporti di forza, del contenere con delicatezza i chiacchieroni, dello stimolare i più timidi; l’arte di creare quel clima festoso in cui possono spegnersi i ricordi non buoni, gli antichi contrasti, i rancori taciuti. Come nel pranzo di Babette. Così si scoprono gli altri e li si conosce di più... La convivialità è terreno fertile per esercitarsi in rapporti affettivi che diano gusto alla vita, che ci rallegrino nella faticosa quotidianità che appesantisce tanti nostri giorni...

Questo clima non dovrebbe però limitarsi al pranzo di Natale: nei giorni successivi perché non accettare di non uscire troppo di casa, di dedicarsi nella lentezza dei giorni senza lavoro alle cose più semplici: godersi la casa, spazio che abitiamo e che durante l’anno fatichiamo a tenere in ordine e sentirlo nostro, leggere – quest’arte di viaggiare restando là dove siamo – ascoltare musica, invitare qualcuno per dialogare e porsi insieme domande di senso. I giorni tra Natale e l’epifania, quando guardando dalla finestra ci pare di scorgere i paesaggi invernali di Brueghel, quando il rigore del freddo ci rimanda al caldo delle nostre case sono occasione per esercitarci alla vita interiore: se siamo capaci di approfittarne, ne guadagna il nostro benessere più autentico, ma anche la società, l’umana convivenza.

Fonte: "la Repubblica" del 20 dicembre 2012

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