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C'è un altro bollettino di cui ci siamo dimenticati, quello dei morti nel Mediterraneo, di Luigi Mastrodonato

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 12/11/2020 17:56
A largo della Libia hanno perso la vita sei naufraghi, tra cui un bambino di sei mesi. Oggi è la pandemia a coprire le pagine dei media nazionali, ma una strage quotidiana davanti a casa nostra non può non fare notizia…

Mentre giorno dopo giorno si aggiorna tragicamente il bollettino dei decessi per Covid-19, c’è un’altra strage che continua a consumarsi senza sosta. È quella dei migranti nel Mediterraneo, molto più silenziosa, ma non per questo meno drammatica. Negli ultimi giorni ci sono stati diversi naufragi, che sono costati la vita a un numero imprecisato di persone. Quel che si sa con certezza, è che a morire è stato anche un bimbo di sei mesi. Nella giornata di ieri, i volontari di Open Arms erano stati chiamati a soccorrere un gommone in difficoltà. Una volta arrivati si sono trovati davanti a un centinaio di persone in acqua. Per sei di esse, tra cui il neonato, non c’è stato nulla da fare.

C’è un’immagine che in questi anni è diventata simbolo della tragedia umanitaria nel Mediterraneo. Quella del bimbo siriano Ayan riverso senza vita sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, dopo il naufragio dell’imbarcazione su cui si trovava. Sono passati cinque anni, durante i quali si è continuato a ripetere che di immagini così non se ne sarebbero più volute vedere, eppure migliaia di persone, tra cui molti bambini, hanno continuato a morire alle frontiere marittime dell’Europa, nell’indifferenza generale. Il decesso di ieri del neonato di sei mesi non è una tragica fatalità, ma un episodio che ha precise responsabilità.

La criminalizzazione delle navi ong degli ultimi anni ha avuto come effetto quello di svuotare il Mediterraneo di mezzi di soccorso, bloccati da motivazioni amministrative e processi che sistematicamente si risolvono con assoluzioni. Oggi in mare c’è solo la ong Open Arms, che da sola fatica a presidiare tutto. Ieri è riuscita a raggiungere i migranti, ma una serie di ritardi nell’evacuazione dei casi più gravi dalla sua nave a causa dell’assenza di altri mezzi di soccorso in zona hanno reso impossibile salvare le vite. “Abbiamo fatto il possibile ma siamo da soli con i nostri mezzi limitati, due lance rapide e sei soccorritori. Ci saranno sicuramente altri morti, quanti non lo sappiamo. Questo dimostra quanto è necessaria un’operazione congiunta a livello europeo di soccorso da parte dei governi e corridoi umanitari per ingressi sicuri“, ha sottolineato Riccardo Gatti, presidente di Open Arms.

Il soccorso in mare divenuto uno stigma, la dialettica dei porti chiusi che la fa da padrone nella comunicazione politica, un’Europa imbrigliata da anni in negoziazioni sulle operazioni di soccorso congiunte che si risolvono in un nulla di fatto, è questo il mix che continua a rendere il Mediterraneo un cimitero. Dal 2013 al 2019 i morti e i dispersi nel mare davanti casa nostra sono stati quasi 20mila, nei primi sei mesi di quest’anno l’Unhcr ne conta più di 4mila. Una strage continua, su cui però mancano del tutto i riflettori mediatici. Mentre i decessi per Covid-19 occupano da mesi i principali titoli di tutti i giornali, i decessi che avvengono a un pugno di chilometri dalle coste italiane trovano spazio al massimo nei trafiletti, se proprio lo trovano.

Oggi del neonato di sei mesi che ha perso la vita si legge molto poco sui principali quotidiani del paese. I lettori vogliono altro, vi diranno, ma questo allora è per precisa responsabilità del giornalismo nostrano. Se una strage quotidiana davanti casa non fa notizia, se la morte di un neonato di sei mesi a causa dell’approccio statico dell’Italia e dell’Europa nei soccorsi non stimola la sensibilità delle persone, è perché le si è abituate così. Perché si capisca il dramma dell’immigrazione è necessario che esso venga raccontato, non attraverso i filtri della dialettica sovranista che rende la tragedia solo lo spunto per dichiarazioni da campagna elettorale, ma in un modo completo, continuo, neutrale. Questo non è mai stato fatto, men che meno oggi, quando la pandemia sta fornendo l’alibi a stampa e cittadini a non preoccuparsi di quegli “altri morti”, inghiottiti sempre più in una spirale di indifferenza.

Secondo un rapporto dell’Associazione Carta di Roma del 2019, l’immigrazione è un tema centrale dell’informazione mainstream con un aumento, sulle prime pagine dei quotidiani, del 30% rispetto all’anno precedente. Ma si tratta di notizie che vertono per la quasi totalità attorno al tema della criminalità, in un concentrato di luoghi comuni che contribuisce a rendere gli italiani insensibili di fronte a quanto avviene nel Mediterraneo. Il tema dell’accoglienza, invece, riguarda solo il 9% del racconto. Dell’immigrazione nella chiave della tragedia umanitaria in Italia insomma non si parla, in queste ore ne abbiamo avuto la prova con l’ultimo naufragio. Mentre si piangono in coro i morti di Covid-19, il decesso di un neonato di sei mesi e dei suoi compagni di viaggio al largo delle coste italiane non solo non fa versare lacrime, ma viene totalmente ignorato nella narrazione di casa nostra. La dimostrazione che, nel sentire comune, esistono morti di serie a e di serie b. 

https://www.wired.it/attualita/politica/2020/11/12/naufraghi-mediterraneo-bollettino-giornalismo-italiano/

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