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Caso Taranto, caso italiano?, di Giorgio Lombardo

creato da webmaster ultima modifica 30/09/2015 10:39
E' in distribuzione il n. 74 di Cercasi un fine sul caso Taranto come caso italiano. Questo saggio di Giorgio Lombardo: Taranto-Ilva, Genova-Ansaldo, Torino-Fiat, Monfalcone-Cantieri, Brindisi-Petrolchimico, Bagnoli-Italsider ecc sono molto simili tra loro... La domanda è: cosa succede ad una città quando potere economico, politico, mediatico e responsabilità ambientale non promuovono più il bene comune?

 

Ho raccolto l’invito a offrire una mia riflessione sul moltiplicarsi delle crisi produttive e dei disastri ambientali connessi all’attività di grandi impianti dell’industria di base (siderurgica, chimica, energetica), delle chiusure di grandi impianti della industria meccanica (in particolare, automobilistica e cantieristica), crisi che si estendono ad altri impianti e settori, ubicati nel Mezzogiorno ma non solo. Le domande poste, in realtà, sono due.

La prima è in sostanza la seguente: come mai in Italia, e solo in Italia, tra i Paesi maggiormente industrializzati in Europa, la maggior parte dei grandi impianti appartenenti a imprese una volta potenti, decisive per lo sviluppo dell’economia italiana e per l’occupazione di intere città, province e  perfino regioni, hanno manifestato, con tragica continuità in un arco di tempo storico invero non breve, che data dalla seconda metà degli anni settanta (ma, almeno nel caso del petrolchimico di Brindisi, fin dalla metà del decennio precedente), difficoltà così drammatiche da portarli a una chiusura senza ritorno, fino ai casi più recenti di impianti a un passo dalla chiusura: Monfalcone-Cantieri della Finmeccanica, conglomerato controllato dallo Stato, altri impianti Fiat in Italia dopo la chiusura di Termini Imerese in Sicilia e della Irisbus in provincia di Avellino, fino al rischio ormai annunciato di una presenza solo residuale della Fiat in Italia, la grande acciaieria di Ilva-Taranto del gruppo Riva e altri ancora, come la Carbosulcis e la fabbrica di alluminio di Portovesme, quest’ultima della regione Sardegna ma finora gestita dalla transnazionale Alcoa?

La seconda è in realtà un giudizio che individua le responsabilità dei disastri annunciati nel comportamento delle autorità  di Governo e territoriali - istituzioni e operatori che dispongono nella società  del potere economico, politico, mediatico e del controllo sull’ambiente – in quanto non “promuovono più il bene comune”. Ora, è necessario definire ciò che si intende per “bene comune”. Il “bene comune” è un concetto assolutamente diverso da quello di “bene pubblico”, cioè di un bene di cui lo Stato dispone per redistribuirlo ai cittadini in vista del raggiungimento dell’equità, come da quello di “bene privato”, che si oppone al bene pubblico poiché della sua fruizione sono titolari in via esclusiva coloro che ne sono possessori. Mi avvalgo della definizione che di “bene comune” dà Stefano Zamagni[1]:

Si badi bene che il bene comune non va confuso né con la somma dei beni privati né con il bene pubblico. Nel bene comune, il vantaggio che ciascuno trae per il fatto di far parte di una comunità non può essere scisso dal vantaggio che altri pure ne traggono. Come a dire che l’interesse di ognuno si realizza assieme a quello degli altri, non già contro (come avviene con il bene privato) né a prescindere dall’interesse degli altri (come avviene con il bene pubblico). In tal senso “comune” si oppone a “proprio” come “pubblico” si oppone a “privato”. E’ comune ciò che non è solo proprio, né ciò che è di tutti indistintamente (p.12).

Più oltre il prof. Zamagni richiama la definizione di “comune” che dà Hannah Arendt nel suo Vita Activa:

Comune è il mondo stesso in quanto comune a tutti e distinto dallo spazio che ciascuno di noi occupa privatamente” e conclude: “Proprio perché tale, comune è il luogo di ciò che non è proprio, e cioè il luogo delle relazioni interpersonali” (p.12).  Il bene comune è allora è il luogo della fraternità, della gratuità. Non è sostenibile una lettura di una società di umani in cui sia annullata la fraternità, la gratuità, e in cui tutto si riduce a migliorare le transazioni economiche cioè la misura di valori equivalenti nello scambio e, per altro verso, a aumentare i trasferimenti da strutture assistenziali di natura pubblica.

Una società in cui si dissolve il principio della gratuità non può avere futuro – afferma ancora Zamagni -; non è cioè capace di progredire quella società in cui esiste solamente “il dare per avere” oppure “il dare per dovere”. Ecco perché né la visione  liberal-individualista del mondo in cui tutto (o quasi) è solo scambio né la visione statocentrica, in cui tutto (o quasi) è doverosità sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui le nostre società sono oggi impantanate (p. 10).

Se proviamo a calare questo concetto di gratuità, il valore del  “bene comune”, in uno spazio economico di mercato dove solo esso può essere perseguito (non fuori o contro il mercato), resta un interrogativo decisivo come fare – cito ancora Zamagni – perché il mercato possa tornare ad essere  mezzo per rafforzare il vincolo sociale, sia attraverso pratiche di distribuzione della ricchezza che si servano di suoi meccanismi per promuovere l’equità sia di uno spazio economico in cui i cittadini che liberamente lo scelgano possano mettere in atto, e dunque rigenerare quei valori (la solidarietà, lo spirito d’intrapresa, la simpatia, la responsabilità d’impresa) senza i quali il mercato non potrebbe durare a lungo” (p. 10).

Come fare se a queste crisi sottendono ragioni molto simili tra loro e se esse sono riconducibili al malgoverno: a) dei poteri economici (azionisti, imprenditori, banche finanziatrici, sindacati dei lavoratori), preoccupati di staccare ciascuno il proprio dividendo dalle attività di impresa ma non coinvolti e interessati alla definizione delle condizioni per la sua sopravvivenza compatibile con l’impatto ambientale delle attività svolte; b) del Governo e dei poteri politico-amministrativi, perché privi di una strategia di difesa dell’apparato produttivo,  compatibile con la sostenibilità ambientale delle attività svolte; c) infine dei media, inefficaci nell’esercitare un potere di stimolo indipendente nei confronti delle suddette autorità, nel sottolineare i rischi per il deperimento sociale e ambientale di attività produttive svolte senza una strategia per la sopravvivenza delle stesse,  nel sollecitare e avanzare proposte di soluzioni nonché incapaci di cogliere il bandolo di una matassa aggrovigliata di conseguenze non controllabili provocate dalla “globalizzazione dei mercati” a cui si sono aggiunti profondi cambiamenti nella qualità dei flussi del commercio mondiale e nei costi comparati di produzione rispetto alle aree manifatturiere emergenti nel mondo? Come fare se al principio dello scambio ispirato a una visione dell’economia di mercato fondata solo sul profitto si trova come contrappeso solo quello della giustizia, agito con il ricorso alla magistratura?

Si tratta di due “domandone” a cui ritengo di poter rispondere, alla prima, sulla base di un profilo storico dello sviluppo socio-economico realizzato dall’Italia nei 65 anni della sua storia repubblicana, così come si è riflesso, nel bene e nel male, nella parabola della grande industria mettendo il fuoco su due casi, quelli geograficamente  più vicini ai lettori della Puglia,  alla seconda, sulla base di congetture circa le possibilità di modificare il modello di crescita facendo emergere nel contesto di mercato l’esercizio del “bene comune”, cioè della gratuità e fraternità.

L’Italia, nei primi 50 anni dalla fine della seconda guerra mondiale si è definitivamente lasciata alle spalle l’arretratezza economica che l’aveva contraddistinta dall’epoca della rivoluzione industriale, dato che il suo avvio sul sentiero dello sviluppo industriale è avvenuto solo alla fine del XIX secolo, cioè un secolo e mezzo dopo le grandi nazioni europee e gli Stati Uniti. La crescita del prodotto interno lordo (PIL) pro capite è stata così rapida che ancora nel 1995, nonostante la rincorsa si fosse fermata già nel 1993, era superiore di 21 punti rispetto alla media (posta pari a 100) delle 27 nazioni che oggi compongono la UE, e si collocava a metà strada tra il 116 della Francia e il 129 della Germania[2]. Nel 2011, il reddito pro-capite era ormai allineato a quello medio della UE e sensibilmente inferiore a quello medio dei 17 paesi membri dell’eurogruppo mentre l’indice di Francia e Germania si manteneva sensibilmente al di sopra della media del gruppo dei 27 e anche dei 17.

La stagnazione verificatasi nei 20 anni successivi è stata caratterizzata all’interno dal passaggio dalla cosiddetta “prima repubblica” alla “seconda repubblica” e nel mondo da cambiamenti talmente radicali da poter dire che si è chiusa un’intera epoca storica, l’età moderna, e con essa un ulteriore ciclo  (il terzo) della rivoluzione industriale iniziata a metà del XVIII secolo.

L’apertura dei mercati e lo sviluppo dei volumi di transazioni nei mercati finanziari pari a un multiplo crescente rispetto al reddito prodotto nel mondo e agli scambi di merci e servizi non finanziari hanno portato le imprese “multinazionali” a diventare “transnazionali”, cioè a gestire un processo di produzione disegnato su scala mondiale e i confini nazionali sono divenuti privi di significato: il commercio internazionale è costituito ormai in maggioranza da prodotti intermedi mentre fusioni e organizzazioni di imprese su scala mondiale sono all’ordine del giorno[3]. Vera Negri Z. definisce con il termine di darwinismo economico la concorrenza distruttiva che le imprese transnazionali sono in grado di esercitare nei confronti delle imprese i cui impianti sono ubicati nei mercati di sbocco del prodotto finito:

Queste imprese sono in grado di …valorizzare per i loro scopi aziendali non solo i bassi costi del lavoro, l’assenza o debolezza dei diritti di tutela dei lavoratori, i bassi costi fiscali e gli incentivi offerti in certe aree e paesi ma anche le capacità di lavoro specializzato esistenti in quelle stesse o in altre aree e paesi, raggiungendo così livelli di competitività irraggiungibili da imprese con un orizzonte nazionale. Stiamo dunque assistendo a un vero e proprio darwinismo economico dove le grandi imprese non si assicurano solo una fetta più grande del mercato ma tendono a far del tutto scomparire le imprese più piccole e meno attrezzate (ibidem).

Un secondo aspetto del processo di globalizzazione è il cosiddetto social dumping cioè la concorrenza che i paesi in via di sviluppo sono in grado di fare sul costo del lavoro, per i bassi salari e la totale assenza di protezione sociale per i loro lavoratori. Non solo le imprese transnazionali  sono avvantaggiate rispetto alle imprese più piccole perché possono spostare le attività ad alta intensità di lavoro dovunque sia più conveniente. Anche le imprese relativamente piccole ma specializzate in “produzioni di nicchia” che hanno mercato internazionale si lasciano tentare dal social dumping provocando disoccupazione, perdita di saper fare operaio e forte disagio sociale nelle aree di storico insediamento dell’attività produttiva dove maestranze altamente specializzate restano improvvisamente prive di lavoro e di reddito (la ben nota “delocalizzazione”).

Un terzo aspetto del cambiamento epocale dell’ultimo ventennio è stato lo scatenamento degli odi etnici e degli attentati terroristici su scala mondiale che hanno provocato almeno tre guerre sanguinosissime, rispettivamente nei Balcani, in Irak e in Afganistan, combattute con una mobilitazione di buona parte delle nazioni alleate degli Stati Uniti e una nuova corsa agli armamenti che ha visto l’industria statunitense di nuovo prevalere su quella europea e del Giappone.

Un quarto aspetto è l’emergere, fin dagli anni novanta, di nuove forme di colonialismo soprattutto in Africa, nella regione dei grandi laghi e nel Sudan, e in Medio Oriente, sfociate in stragi tra civili e guerre combattute da eserciti locali con milioni di morti. Motivate da odi politici, etnici e tribali ma in realtà aizzate, le stragi, e sostenute, le guerre, dalle armi e dalla logistica di grandi potenze che, in competizione tra loro, hanno potuto, grazie al consenso di governi, formati dai referenti delle forze che con il coperto ma decisivo aiuto dell’una o l’altra Potenza hanno prevalso, esercitare un controllo sul commercio internazionale di materie prime strategiche per la crescita delle imprese transnazionali.

Un quinto aspetto, di cui stiamo vivendo in tutto il mondo gli effetti devastanti, è la “deregolamentazione” dei comportamenti dei grandi operatori nei mercati finanziari, che hanno accumulato fortune colossali speculando sui mercati immobiliari e delle materie prime, fino ad enfiarne oltre ogni ragionevolezza prezzi e valori finché non è venuto in tempi rapidi lo sgonfiamento delle relative “bolle”, e con esso il crollo dei castelli di carta di titoli mobiliari artificiosamente costruiti su quei valori e degli stessi grandi intermediari finanziari che ne erano stati gli artefici. Come è noto, la crisi dei mercati finanziari, esplosa nel 2007/2008, si è ripercossa sull’economia reale, dapprima negli USA e poi in tutto il mondo, deprimendo domanda di consumi e di investimenti, in modo così drastico da richiedere salvataggi di grandi istituzioni finanziarie e imprese industriali. La ricaduta in Europa di tale crisi è stato l’indebolimento dei sistemi bancari che maggiormente avevano investito in titoli subprime, in realtà spazzatura, la necessità di un loro salvataggio da parte dei Governi dei paesi le cui banche erano più esposte, l’emergere nell’economia reale di una flessione della domanda, di un eccesso di capacità produttiva e di difficoltà delle imprese che hanno appesantito i rapporti banca-impresa.

La maggiore esposizione di alcune nazioni europee verso i mercati internazionali dovuta al livello del debito pubblico e alla sua naturale tendenza a crescere con la spesa pubblica, soprattutto in periodi di crisi finanziaria e produttiva interna, ha diffuso un clima di sfiducia nei mercati finanziari circa la capacità di questi Stati di far fronte alle loro obbligazioni creando così un ulteriore avvitamento del circolo vizioso banche-governi-imprese e perfino il dubbio che la moneta europea, l’euro, possa sopravvivere e alfine prevalere su tali venti contrari. Si è affermato  in Europa l’orientamento ad imporre agli Stati più indebitati un drastico riequilibrio della finanza pubblica e un rientro dal debito pubblico, vincoli che non lasciano alcun margine né per politiche economiche nazionali di incentivazione al riassorbimento dell’occupazione e dei redditi da lavoro perduti né a svalutazioni competitive del cambio, impossibili all’interno di un sistema monetario unificato.

Vengo alle debolezze e ai limiti strutturali dell’Italia e agli effetti delle politiche economiche adottate e di quelle mancate. Come è noto, l’inizio del periodo di stagnazione ha coinciso con la crisi politica che ha portato al passaggio dalla cosiddetta prima alla seconda repubblica: la corruzione della politica, il collasso dei partiti storici, la nascita di nuovi partiti, il passaggio della legge elettorale dal proporzionale al maggioritario hanno segnato un radicale cambiamento rispetto agli equilibri politici precedenti. Questa svolta tuttavia non ha portato a politiche macroeconomiche che avrebbero potuto modificare stabilmente la situazione dei conti pubblici della Nazione nonostante la decisione dell’ingresso dell’Italia nel sistema della moneta unica: elevato deficit di bilancio, elevato debito pubblico, avanzo primario (cioè quel margine tra entrate fiscali e spesa pubblica che dovrebbe almeno coprire l’ammontare degli interessi da corrispondere sul debito pubblico in essere) in espansione o in contrazione a seconda della minore o maggiore larghezza nella gestione della spesa pubblica e della maggiore o minore disciplina nel prelievo fiscale, hanno caratterizzato, pur con alti e bassi, l’intero ventennio. Soprattutto nel secondo decennio, un falso clima di ottimismo, una sostanziale rilassatezza della politica fiscale e una forte ripresa della corruzione politica hanno caratterizzato i governi presieduti da Silvio Berlusconi[4] mentre altri paesi seguivano una linea di rigore fiscale e al contempo di rafforzamento della competitività del loro sistema produttivo, fino al brusco e drammatico risveglio dovuto alle difficoltà nel rinnovo del debito pubblico in scadenza e alla recessione economica conclamata che ha condotto alla crisi politica e al cambio di Governo e di maggioranza parlamentare imposti dai fatti e dalle scelte del Presidente della Repubblica. L’attuale Governo ho dovuto attuare al meglio l’agenda dettata dalle autorità della UE e sottoscritte dal precedente, che ha richiesto prima di tutto misure atte a garantire un riequilibrio dei conti pubblici e il ripristino di un avanzo primario atto a far fronte alla spesa per interessi sul debito pubblico.

Occorre ricordare che anche nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica i governi cosiddetti “tecnici” di Amato (1992), Ciampi (1993) e Dini (1995) furono varate incisive riforme, quali le fondazioni bancarie come premessa alla privatizzazione delle banche pubbliche (Amato), il passaggio al demanio dello Stato delle partecipazioni nel capitale di importanti banche e istituti di assicurazione a controllo pubblico, l’abolizione del Ministero delle PP. SS. e l’avvio della privatizzazione di banche e imprese controllate dagli Enti delle PP. SS. (Ciampi) e la prima riforma del regime pensionistico (Dini). Si tentò allora di trasformare il paese della piccola banca e della piccola impresa in un’economia dotata di poche grandi banche, in grado di dare un sostegno finanziario a tutto campo alle poche grandi imprese rimaste affinché, pur controllate dal capitale privato, certo non abbondante, potessero affrontare la sfida della globalizzazione. Al contempo, la razionalizzazione delle reti di sportelli bancari avrebbe più efficacemente offerto sostegno al sistema delle piccole e medie imprese che, spesso organizzate nel territorio in “distretti industriali”, hanno costituito l’originale risposta italiana alla incapacità di creare l’ambiente adatto alla crescita di grandi imprese.

Come è noto, l’Italia nel secondo dopoguerra ha fatto un tentativo serio di dotarsi di una grande industria, sull’esempio della rivoluzione americana della grande dimensione d’impresa, capace di realizzare economie di scala e di diversificazione e al contempo di spostare continuamente in avanti la frontiera tecnologica e dell’innovazione di processo e di prodotto. Fu un tentativo portato avanti in molti settori, che produsse risultati significativi ma che incontrò limiti insuperabili in una cultura industriale che non riusciva ad assimilare i requisiti di successo della grande impresa sia a livello imprenditoriale  sia soprattutto nella classe politica. La siderurgia, la raffinazione di petrolio e la petrolchimica, l’automobile, il motociclo e le motorette, gli elettrodomestici, l’elettronica, il macchinario strumentale, il cemento, la navalmeccanica, la grande caldareria, la telefonia, l’aereonautica, sono tutti settori in cui l’Italia si inserì nelle grandi tendenze internazionali[5].

In particolare, l’industria siderurgica partì con grande slancio di investimenti, soprattutto per merito dell’industria pubblica, controllata – com’è noto – dall’IRI- Finsider . Un risultato ottenuto grazie a due scelte strategiche innovative rispetto all’assetto sviluppato in Italia e in buona parte dell’Europa continentale tra le due guerre: il processo di produzione a ciclo integrale e l’ubicazione costiera, volute fortemente da Oscar Sinigaglia, che le aveva inutilmente prospettate alla presidenza dell’IRI già con la nascita di Finsider, nel 1937. La prima, partendo dal carbone da coke importato e dalla riduzione del minerale di ferro nell’altoforno, metteva al margine la produzione siderurgica fondata sul riciclo del rottame ferroso, cara ai produttori privati, e  svincolava  l’ubicazione degli impianti dalle aree interne, prossime alle forze idrauliche fornitrici di energia idroelettrica (il “carbone bianco”). La seconda scelta permetteva il rifornimento del minerale e del carbon-coke importati al minor costo e di migliore qualità e la distribuzione dei prodotti ottenuti via mare. Entrambe queste scelte rendevano superflua e fin dannosa la protezione daziaria nel commercio di materie prime, semilavorati e prodotti finiti e preparava perciò la nascita del Mercato Europeo Comune. La moderna siderurgia Finsider, inizialmente fondata su tre centri: Cornigliano, Piombino e Bagnoli, adeguatamente ristrutturati e specializzati, permise all’Italia una graduale apertura dei mercati di approvvigionamento e di sbocco, che trovarono una sistemazione organica nei sei paesi dell’Europa continentale, grazie alla istituzione nel 1952 di un organismo sovranazionale, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (Ceca), che vi sovraintendeva.

La ricostruzione e riprogettazione dell’industria italiana favorirono lo sviluppo della domanda al punto che, già nel 1956, il comitato ristretto costituito per l’attuazione del “Piano Vanoni”, presieduto da Pasquale Saraceno, aveva individuato nell’area di Taranto l’ubicazione più adatta per la realizzazione del progetto di un quarto centro siderurgico. Nel 1958 il progetto di un’acciaieria a ciclo integrale della capacità di 2 milioni di t. annue era varato, nonostante le resistenze di una parte della dirigenza Finsider e dei produttori privati, grazie alle pressioni esercitate sull’IRI da Antonio Segni, presidente del Consiglio tra il 1955 e il 1957, e da Giulio Pastore, segretario nazionale della Cisl dal 1950 al 1958. L’impianto fu inaugurato nel 1964 potendo contare sulla FIAT e sui produttori di elettrodomestici ubicati al Nord come maggiori clienti. Le infrastrutture furono interamente finanziate e realizzate dalla Cassa per il Mezzogiorno (Casmez) e l’investimento industriale fruì di finanziamenti agevolati  nell’interesse e di contributi a fondo perduto a titolo di capitale. Un primo raddoppio della capacità produttiva si ebbe nel 1968 e un ulteriore raddoppio, a 7-8 milioni di t. annue, fu realizzato nel 1970, con la consulenza degli esperti giapponesi della Nippon Steel, sull’onda di previsioni della domanda  risultate regolarmente inferiori alla richiesta effettiva. Si trattò di una misura eccessiva, accompagnata dal raddoppio della capacità dell’impianto di Piombino, una scelta affidata alla logica di incentivazione dei “poli di sviluppo” di cui il polo Bari-Brindisi-Taranto era quello ritenuto più adatto per nuovi insediamenti dell’industria meccanica. Una politica di espansione della capacità produttiva dell’industria siderurgica nel Mezzogiorno che vide in Emilio Colombo, più volte ministro del Tesoro nel decennio 1963-1972 e presidente del Consiglio dall’agosto 1970 al febbraio 1972, e in Guido Carli, governatore della Banca d’Italia per un quindicennio (1960-1975), il centro di potere pubblico propulsore della politica di sviluppo industriale affidata all’incentivazione con risorse pubbliche, concentrate nell’industria di base (siderurgia, raffinazione di petrolio e chimica) e nel Mezzogiorno, industrie capaci di rifornire in abbondanza di prodotti intermedi l’industria manifatturiera del Nord.

Invano, nel 1971 la giunta del comune di Taranto (allora a guida DC) tentò di bloccare il progetto negando la concessione della licenza per l’ampliamento dello stabilimento. Emilio Colombo, allora presidente del Consiglio, impose al Comune il rilascio della licenza[6]. Ancora invano, l’anno successivo, la segretaria provinciale della Cgil intervenne con un documento che stigmatizzava “la polarizzazione e la congestione di industrie nelle zone costiere cui corrisponde il vuoto di sviluppo nel retroterra [una scelta che] configura un tipo di assetto del territorio…diametralmente opposto a quello proposto dalle confederazioni sindacali per Taranto e per il Mezzogiorno”(ibidem). Il documento insisteva perché a Taranto venisse realizzato un porto non a servizio di “poche industrie del mare” ma aperto allo sviluppo industriale e agricolo del retroterra regionale e del Mezzogiorno e all’incremento degli scambi economici e commerciali con i paesi dell’Oriente e del Meridione del Mediterraneo. Il tema della “diversificazione produttiva” maturò negli anni successivi, a cominciare dal 1973, quando si trattò di riassorbire la “disoccupazione di ritorno” delle maestranze che avevano lavorato al raddoppio dell’impianto (circa 6.300 unità). I sindacati e una maggioranza consiliare assai consistente (DC, PCI, PSI, PRI e PSDI) redassero un documento che diede vita alla “Vertenza Taranto”, in cui si chiedevano al governo interventi che ampliassero la gamma delle attività produttive per riassorbire la “disoccupazione di ritorno” e impedissero la “monocoltura dell’acciaio”. La vertenza si protrasse negli anni ma la “monocultura dell’acciaio” prevalse. L’unico risultato fu l’assunzione dei disoccupati nel siderurgico, che raggiunse così nel 1980 i 23.000 occupati diretti, nelle imprese di appalto e nei cantieri edili, che si moltiplicavano in città sotto la pressione demografica. Ciononostante, la mobilitazione sindacale produsse, tra il 1974 e il 1976, degli ottimi accordi che avrebbero consentito la partecipazione dei delegati dei lavoratori alla difesa della sicurezza, della tutela della salute e della qualità dell’ambiente di lavoro.

L’infatuazione per l’acciaio nel Governo (come se non fosse bastato il duplice raddoppio di Taranto, ancora nel 1970 si era sostenuto il progetto di costruzione di un quinto centro siderurgico a Gioia Tauro), ebbe un primo segnale di allerta già nel 1975. Con la quadruplicazione del prezzo delle fonti energetiche fossili e la flessione della domanda globale nei paesi consumatori che ne fu conseguenza, l’eccesso di capacità produttiva e la necessità di realizzare consistenti risparmi nell’input energetico imposero  una ristrutturazione dell’industria siderurgica in tutti i paesi della Comunità Europea. Dal 1975 al 1985 furono realizzati piani di riduzione della capacità produttiva sotto la guida della Ceca. In Italia, i maggiori produttori privati scomparvero (Falk tra i primi) e i piccoli si rafforzarono (Lucchini, Riva, Marcegaglia, i più noti), mentre la Finsider non poté per ragioni di ordine pubblico e di consenso elettorale imporre smantellamenti di impianti (Bagnoli ne è l’esempio tipico) e le perdite per il resto degli anni ’70 e ‘80 si moltiplicarono. Ciononostante, a partire dal 1980, al siderurgico di Taranto l’Italsider cominciò a intensificare gli investimenti per migliorare l’efficienza degli impianti e ridurne i costi, con la consulenza della Nippon Steel. Il risultato fu certamente un miglioramento delle emissioni inquinanti ma anche un progressivo alleggerimento degli addetti che, dai 23.000 del 1980 si erano ridotti a 12.000 al momento della cessione dell’impianto ai Riva (1° gennaio 1995).

Nel 1987, riassorbite le perdite dall’IRI (sotto la presidenza Prodi), la Finsider fu risanata dal punto di vista finanziario e il suo nome tornò ad essere quello antico di Ilva (fondata nel 1905 lavorava a Piombino il ferro estratto all’Elba). Dopo qualche sogno, presto infranto, da parte di un nuovo amministratore delegato che ebbe cura di nascondere la realtà dei conti dell’Ilva, di ulteriori acquisizioni di capacità produttive ubicate negli USA, nel 1993 le perdite e la situazione dei conti dell’Ilva emersero in tutta la loro insostenibilità. Il governo impose all’IRI di sbarazzarsi quanto più possibile degli impianti dell’Ilva. La società fu divisa in tre tronconi dei quali l’Ilva Laminati Piani includeva l’impianto di Taranto e quello di Novi Ligure. Già nel 1992 l’impianto di Bagnoli era passato sotto il controllo di Lucchini, un piccolo distributore, ma rimase ancora per poco in vita mentre gli impianti di  Terni e Dalmine e altre imprese furono affidati a una terza impresa per essere ceduti. Le pressioni della Commissione della UE furono in questo caso inesorabili. La ricapitalizzazione dell’Ilva-L.P. e gli investimenti di ammodernamento nell’impianto di Taranto avrebbero avuto il sostegno della Commissione Europea solo a condizione che la società fosse ceduta ai privati, dopo aver smantellato alcuni impianti di troppo e buona parte di quelli di Bagnoli. L’IRI, che nel corso degli  anni ’80 aveva resistito alle pressanti richieste della Commissione Europea di ridurre il potenziale produttivo della sua siderurgia, venuta meno la sponda del Governo, non più disposto né in condizioni di coprire le perdite accumulate dall’Ente di Stato,  ma anzi desideroso di trovare investitori privati nell’IRI trasformato in una SpA, avendo rinviato per lungo tempo gli investimenti di ammodernamento che avrebbero contenuto le perdite nel comparto siderurgico, in cambio di aiuti alla ristrutturazione, dovette capitolare. L’Ilva - L. P. fu ceduta al gruppo Riva che, già socio della Finsider, dal 1989 controllava l’impianto di Cornigliano.

Intanto, nel 1991 (oltre vent’anni or sono!), il Ministero per l’Ambiente aveva sancito lo stato di catastrofe ambientale del territorio di Taranto e di alcuni comuni contigui definendoli “area ad elevato rischio ambientale”, segnando l’inizio di un percorso di bonifica del territorio  che ancora non ha visto uno sbocco concreto. Con l’avvio del processo di privatizzazione si intensificarono gli appelli delle autorità locali perché si accelerassero gli investimenti per l’adeguamento degli impianti prima della cessione ai privati.

La gestione dell’Ilva di Taranto da parte del gruppo Riva, a quanto pare, si è caratterizzata per un utilizzo esasperato degli impianti, per investimenti di rinnovo del tutto insufficienti ad assicurare il loro buon funzionamento (è noto che il ciclo di rinnovo completo degli impianti siderurgici è di 10 anni), ha licenziato la maggior parte del personale addetto al controllo degli impianti stessi e ridotto il personale addetto alla produzione di diverse migliaia di unità. A partire dal 1998, i dipendenti che si rifiutavano di rinunciare alla propria attività sindacale e quelli che non accettavano la proposta di “demansionamento” da categorie impiegatizie di alto livello a quella di operaio di basso livello venivano costretti all’inattività assoluta e relegati in una palazzina in disuso all’interno dello stabilimento: “maturò così il caso più grave di mobbing collettivo mai verificatosi in Italia, conclusosi con la condanna dei vertici aziendali e della proprietà”[7]. Nel contempo, fu avviato un esteso ricambio generazionale che, grazie ai pensionamenti anticipati, permise la sostituzione di operai con esperienza trentennale con giovani spesso diplomati i quali, inesperti dei pericoli delle operazioni e assunti con contratti a tempo determinato, furono spesso vittime di incidenti, di cui quelli mortali “divennero una tragica consuetudine” (ibidem). Dal 2009 gli incidenti mortali non si sono più verificati mentre “permangono… episodi di gravi infortuni che riguardano in special modo i lavoratori delle ditte di appalto”(ibidem). Uno stile da padrone delle ferriere e una gestione all’osso, mirante alla realizzazione di un profitto pur se l’impresa opera ormai da tempo in un regime di prezzi condizionato da una forte concorrenza internazionale, da una moneta forte e da un cambio non modificabile secondo le convenienze.

La questione di stretta attualità connessa al rapporto tra produzione di acciaio e inquinamento ambientale ebbe i suoi prodromi in due ordinanze del sindaco di Taranto del 2001 che chiedevano la sospensione dell’esercizio di cokerie, responsabili della emissione di cancerogeni quali gli “idrocarburi policiclici saturi” da impianti considerati obsoleti. Dal provvedimento scaturì un braccio di ferro con la proprietà poi rientrato con la firma di un “protocollo di intesa” tra l’Ilva, le autorità locali e le organizzazioni sindacali. Nel 2005 iniziò l’allarme per le emissioni di diossina, fortuitamente rilevate in misura percentuale altissima rispetto a ogni altro impianto. Questa scoperta “fu l’elemento catalizzatore per la nascita e lo sviluppo di una coscienza ambientale che, nel giro di pochi anni, spinse a manifestare migliaia di persone…” (ibidem). Sulla spinta della pressione popolare, nel 2009 la Regione Puglia emanò “la legge regionale sulla diossina”, molto restrittiva nella bozza di origine, poi depotenziata per le pressioni del Ministero dell’Ambiente. Il resto è ormai cronaca. Negli stessi giorni in cui l’Ilva riceveva l’Autorizzazione Integrata Ambientale-AIA dalla commissione incaricata dal Ministero dell’Ambiente, i Carabinieri del Nucleo Operativo di Lecce chiedevano alla Procura della Repubblica “l’emissione di un provvedimento cautelare reale, diretto ad evitare il protrarsi di attività illecite descritte nell’arco di 40 giorni di monitoraggio. Le perizie, medico-epidemiologica e chimica, ordinate dalla magistratura, spingono il giudice delle indagini preliminari a parlare di “disegno criminoso”, di un “territorio sacrificato alla logica del profitto”, dell’immobilità dell’azienda riguardo ai temi dell’ambiente e della salute “nonostante la farsa degli atti di intesa” (ibidem).

Il secondo caso che intendo raccontare è quello del petrolchimico di Brindisi, anch’esso emblematico di un’industria, quella petrolchimica appunto, che negli anni del dopoguerra ebbe una crescita vivace di iniziative e di nuovi attori ma più di altri settori accusò i limiti di una cultura imprenditoriale e di governo che portarono a risultati negativi già a partire dalla fine degli anni ’60, risultati che si volsero in crisi drammatica nel decennio successivo, in concomitanza con le due crisi petrolifere, e portarono alla quasi sparizione di grandi imprese e impianti nel corso degli anni ’80.

Il petrolchimico di Brindisi fu una delle prime vittime di una crescita disordinata del settore ma anch’esso fonte di gravissimo inquinamento ambientale e di un numero elevato di morti di cancro che, per la vita dell’impianto relativamente breve, non produssero l’allarme sociale che portò alla chiusura di quello di Porto Marghera. Nato nel 1962 per iniziativa della Montecatini, associata alla Shell nella Monteshell che controllava anche l’impianto di Ferrara, già tre anni dopo l’impresa era in grande difficoltà, principalmente per una serie di errori tecnici riguardo alla scala produttiva, troppo piccola, degli impianti di cracking mentre la tecnologia spostava in continuazione verso l’alto la dimensione ottimale. Le difficoltà tecniche e  il rischio economico indussero la Shell a uscire dalla joint venture aggravando i conti della Montecatini dell’importo del rimborso della quota del valore degli impianti afferente la Shell. La fusione della Montecatini con la Edison che diede vita alla Montedison nel 1965 non migliorò la situazione né del nuovo conglomerato né tantomeno dell’impianto di Brindisi[8].

Le lotte operaie del 1969-72, che nel petrolchimico di Brindisi ebbero forte vitalità, permisero ai chimici di strappare, con il contratto nazionale firmato nell’ottobre del 1972, strumenti di formale tutela della salute degli operai (registri dei dati ambientali, libretti sanitari individuali, l’istituzione in ogni fabbrica di una commissione ambiente) oltre a notevoli miglioramenti economici e normativi. Ciononostante, i problemi della salute nella fabbrica restarono irrisolti per la mancanza di unità di azione da parte sindacale dovuta all’atteggiamento antiunitario della Cisl, il sindacato con il maggior numero di iscritti[9]. I problemi irrisolti si acuirono con la caduta produttiva seguita alla prima crisi petrolifera e ancor più con l’esplosione che distrusse l’impianto di cracking in una notte del dicembre 1977, esplosione che provocò la morte di tre operai e il ferimento di altri settanta. L’impianto non fu più ricostruito e la Montedison attese il 1981 per dichiarare l’abbandono di ogni interesse per l’impianto di Brindisi. Così conclude il suo bel racconto Tatiana Schirinzi:

L’impianto conobbe la definitiva chiusura nel 2000: tutt’ora esiste a Brindisi un piccolo polo petrolchimico, sulle ceneri di quello, che, suddiviso in varie fabbriche, dà lavoro a circa un migliaio di dipendenti. Quello che l’impianto petrolchimico si è lasciato dietro è un’amplissima area tutta da bonificare, ricca di sostanze nocive non tutte identificate, le falde acquifere inquinate, la catena alimentare interrotta, un porto esterno reso tutto nero dall’inquinamento, le spiagge più vicine alla città distrutte – erano gemme preziose, vera perla del patrimonio collettivo della città, alcune popolari, altre meta della borghesia dai tempi della belle époque- e un grande quantità di morti per i tumori causati, in primo luogo ma non unicamente, dal cloruro di vinile.

I riflettori sulle morti legate al cloruro di vinile prodotto nello stabilimento di Brindisi – ci tiene a precisare Schirinzi –si sono accesi solo quando, a metà degli anni novanta, un caporeparto in pensione raccontò la sua esperienza a Felice Casson, il magistrato che indagava sulle morti al petrolchimico gemello di Porto Marghera: la morte dei suoi quattordici colleghi cui seguì la sua. La sequenza di morti causata dalla sostanza – avverte Schirinzi- continua ancora adesso e molti sono i processi che ancora hanno luogo…In verità in città non se ne parla molto: in un’area ad altissimo rischio ambientale…e in cui ancora forte è la disoccupazione…questo non sorprende.

La storia di questi due casi permette di raggiungere due conclusioni, afferenti l’una alla prima, l’altra alla seconda domanda posta all’inizio. La prima è una conferma che una causa peculiarmente italiana dello sviluppo squilibrato e alla fine insostenibile dei grandi impianti capital intensive, in specie dell’industria di base, ebbe nella legislazione speciale per il Mezzogiorno la sua radice, insieme con l’ansia di realizzare uno sviluppo fondato sul modello “fordista” della grande impresa. Contribuirono alla degenerazione del sistema l’uso strumentale al mantenimento dell’ordine sociale e al consenso elettorale che di quella legislazione fecero le istituzioni di Governo nonché la ripartizione delle risorse disponibili  tra le imprese concorrenti realizzata  sulla base della maggiore o minore influenza che esse furono in grado di esercitare sulle decisioni del Comitato interministeriale per il Mezzogiorno (Cipe). L’obiettivo del soddisfacimento della domanda interna a cui questo tipo di sviluppo industriale mirava ha definitivamente spiazzato i grandi impianti ubicati in Italia rispetto a quelli rispondenti al modello dell’impresa transnazionale, non solo nella ricerca di nuovi sbocchi e opportunità ma anche nei costi ambientali degli insediamenti che l’impresa transnazionale sceglie dove più larghe sono le maglie della regolamentazione.

Il ritardo con cui le istituzioni centrali (Parlamento, Governo e Amministrazione) hanno  preso coscienza del valore primario della protezione sociale dall’inquinamento dell’ambiente, terra, aria, acqua, i più preziosi tra i “beni comuni”, ha lasciato sulle spalle delle amministrazioni locali, dei lavoratori e dei loro sindacati, delle associazioni ambientaliste, dell’opinione pubblica cittadina la responsabilità della lotta in difesa dei beni comuni e la difficoltà di seguire una linea di compromesso tra istanze in conflitto, spesso trovando nel Governo centrale un avversario allineato con gli interessi degli inquinatori[10]. La difficoltà con cui si va affermando nella legislazione e nella giurisprudenza il principio che le spese per la bonifica dell’ambiente e per la cura delle malattie e gli indennizzi per le morti provocate restano a carico di chi è responsabile dell’inquinamento la dice lunga sulle conseguenze di questo ritardo nel varo di politiche di prevenzione. Resterebbe tuttavia inaccettabile il ricatto tra investimenti antinquinamento insufficienti per abbattere le emissioni dannose a livelli non pericolosi per la salute e blocco della produzione e/o abbandono del sito produttivo da parte dell’imprenditore. Occorre piuttosto guardare avanti con ottimismo. Il presente ci offre anche un’altra immagine dell’industria italiana, quella dei “distretti industriali”. I “distretti industriali” sono costituiti – come una vasta letteratura ha ormai definito e scandagliato- da costellazioni di piccole e medie imprese legate da vincoli informali di integrazione verticale e orizzontale, specializzate in settori dove l’abilità, creatività, gusto e qualità delle lavorazioni dovute alle virtù artigiane dell’imprenditoria e dei lavoratori italiani prevalgono sulla ricerca scientifica e tecnologica condotte dai grandi centri e imprese transnazionali. Nell’attuale congiuntura, le difficoltà per loro vengono dalla caduta della domanda mondiale oltre che da quella nazionale, dal restringimento del credito bancario, dall’inceppamento dei rapporti di subfornitura quando qualche anello della catena cede. Ciononostante, è la realtà dei distretti che ha tenuto e tiene tuttora in piedi la tradizione manifatturiera in Italia dopo il progressivo disfacimento della grande impresa. Dai distretti può venire il fervore dell’invenzione di imprese che dedichino le loro migliori energie a ricerca e innovazione finalizzate alla produzione di strumenti che permettano di contenere nei minimi i valori dei fattori inquinanti degli impianti industriali, di altri in grado di realizzare la bonifica di territori devastati e resi impraticabili dall’inquinamento. Il terzo settore, il settore cosiddetto “non profit” può dare un contributo straordinario alla ricerca e sviluppo di nuovi prodotti e servizio in questo campo, in cui si moltiplicano brevetti e procedure nuove. Basta un progetto intelligente e onesto, condiviso da istituzioni e associazioni presenti nel territorio, dotato di fondi pubblici contenuti e fondi privati detassati (il terzo settore!), per trovare nei fondi “sussidiati” dalla Commissione della UE, stanziati e pochissimo utilizzati dalle Regioni italiane, che si aggiungerebbero a quelli messi in gioco dai proponenti un progetto, per fungere da esempio trascinante per lo sviluppo  di un’industria  orientata alla salvezza del bene comune più prezioso, la terra, l’aria, l’acqua, il lavoro.

Occorre soprattutto una riforma profonda nel modello di capitalismo ormai imperante in Italia, mutuato dal mondo anglosassone, vincitore della seconda guerra mondiale, che fa centro sull’impresa come luogo di formazione del profitto dove i manager sono giudicati e remunerati solo sulla base del livello di soddisfazione dell’azionista. Un altro modello di capitalismo esiste e dà ottimi risultati, quello che vede e vive l’impresa come una comunità in cui gli interessi di tutti coloro che concorrono alla sua prosperità cercano un contemperamento in vista della tenuta nel medio e nel lungo termine dell’impresa e dell’ambiente socio-economico-politico e fisico che l’accoglie. Di questo modello, della sua concezione e della sua attuabilità, si potrà parlare e scrivere in altra occasione. Mi limito qui a un richiamo alla lettura del piccolo prezioso saggio scritto da Edmondo Berselli, direttore della rivista “Il Mulino”, con il quale nel 2010 ha chiuso la sua intensa vita terrena: “L’economia giusta”[11].

Giorgio Lombardo

Roma, 19 novembre 2012



[1] Stefano  Zamagni, L’economia del bene comune, Roma, Città Nuova Editrice, 2011, prefazione.

[2] Dati Eurostat: “GDP per capita in PPS. Index EU 27=100” (prodotto interno lordo pro capite a parità di potere di acquisto standard. Indice della media dei paesi della UE posto pari a 100).

[3] Vera Negri Zamagni, Le difficoltà economiche della seconda Repubblica, Università di Bologna, 2003.

[4] Si veda l’incisiva definizione dei caratteri identificanti il berlusconismo che si può leggere nel saggio di Rocco D’ambrosio e Rosa Pinto, La Malapolitica, Trapani, Di Girolamo, 2009.

[5] Vera Zamagni, L’industria chimica italiana e l’IMI, Bologna, Il Mulino, 2010.

[6] I riferimenti alla storia delle lotte condotte dalle istituzioni locali, dai sindacati dei lavoratori, dalle associazioni ambientaliste sono tratti da un appunto redatto da Salvatore Romeo (dottorando in storia economica presso l’Università di Verona) e Vincenzo Vestita (operaio Ilva, membro del direttivo FIOM di Taranto), dal titolo, Il siderurgico di Taranto (1971-2011). Un quarantennio di lotte per l’affermazione del bene comune,  s.d. ma sicuramente redatto tra il 16 e il 19 settembre u.s.

[7] S. Romeo e V. Vestita, Il siderurgico di Taranto (1971-2011), Un quarantennio di lotte per l’affermazione del bene comune, op. cit..

[8] Vera Negri Zamagni, L’industria chimica italiana e l’IMI, op. cit.

[9] Tatiana Schirinzi, Il petrolchimico di Brindisi (1969-1972), tratto dal sito www.petrolchimicodibrindisi.it, s.d.

[10] Il 1986 è l’anno in cui si costituisce in seno al Governo nazionale (il 2° governo Craxi)  un Ministero per l’Ambiente e solo nel quinquennio successivo il suo impatto sulla politica economica divenne significativo, per merito di Giorgio Ruffolo, che ne fu il titolare dall’aprile del 1987 al giugno del 1992, mentre un testo unico delle leggi a protezione dell’ambiente ha visto la luce solo nel 2006.

[11] Edmondo Berselli, L’economia giusta. Dopo l’imbroglio liberista, il ritorno di un mercato orientato alla società. Una via cristiana per uscire dalla grande crisi, Torino, Giulio Einaudi Editore, 2010

 

[storico dell’economia, Roma]

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