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Caro Battisti, non era "guerra" era terrorismo, di Elisa Chiari

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 27/03/2019 11:03
Cesare Battisti, dopo 40 anni, confessa e riconosce davanti ai Pm di Milano le sentenze per le quali è stato condannato e che per anni sono state infangate da chi ne proteggeva la latitanza...

No, non è stata una guerra e riconoscerlo, ormai nelle mani della giustizia, – senza far nomi, senza aggiungere pezzi di verità - dopo 40 anni, è troppo facile e troppo tardi. L’ammissione di Cesare Battisti, che oggi parla di «follia», ma dice di aver creduto negli anni di piombo che si trattasse di «una guerra», davanti ai Pubblici Ministeri di Milano non aggiunge nulla a quanto già accertato dalla magistratura.

Si sapeva dalle sentenze definitive dei quattro omicidi di Antonio Santoro e Lino Sabbadin commessi come esecutore materiale, e di Pierluigi Torregiani e Andrea Campagna, ordinati da mandante, ma sempre negati durante la latitanza in spregio alle vittime (cui le scuse a scoppio ritardato non possono certo bastare) e con il soprammercato degli insulti allo stato di diritto, ripetuti alla nausea con la compiacenza di intellettuali francesi e brasiliani, ma anche italiani, che hanno protetto e ancora proteggono ex terroristi alimentando la leggenda della “guerra civile”, della persecuzione politica e dei processi sommari.

Si sapeva da sempre che di terrorismo e non di guerra si è trattato, per la semplice ragione che in quel contesto di follia ideologica, le armi si sono imbracciate da una parte sola. 

Non avevano armi Guido Galli, Emilio Alessandrini, Girolamo Minervini, Nicola Giacumbi, Francesco Coco, avevano Codici e toghe. Non aveva armi Walter Tobagi, aveva una macchina per scrivere. Non aveva armi Fulvio Croce, aveva la legge. Non aveva armi Vittorio Bachelet, aveva una cattedra e libri e idee. Non avevano armi tutti gli altri civili rimasti per strada feriti e uccisi.

Da una sola parte di quel fronte autoproclamato si sparava, solo dall'altra parte si moriva di esecuzioni sommarie, senza processo. Chi ha combattuto dal lato dello Stato lo ha fatto, coprendo i vuoti lasciati dai morti ammazzati, sempre e soltanto nel solco della forza tranquilla delle leggi normali di uno Stato democratico, dentro le aule di tribunale. Parlare di «guerra» significa reiterare la narrazione di comodo con cui si autoassolveva chi ha sparato.

L’ammissione di Battisti, meglio tardi che mai, facendo in una frase a pezzettini il cumulo di menzogne cui hanno creduto o finto di credere coloro che l’hanno coperto in questi anni e che con questa frase dovranno fare i conti di qui in poi, riconosce finalmente, in una sede legale, la correttezza della giustizia italiana, che ha agito contro l’emergenza del terrorismo senza mai ricorrere a tribunali e leggi speciali.

Che sia la presa d’atto della sconfitta o il calcolo della convenienza per limitare i danni dovendo comunque confrontarsi con quattro condanne definitive all’ergastolo da eseguire, è la prova che lo Stato, con i suoi strumenti disarmati, è stato più forte.

http://www.famigliacristiana.it/articolo/armi-contro-codici-e-terrorismo-non-guerra.aspx

 

Cesare Battisti: “no killer, ma giusto movente”/ L’ideologia che continua ad uccidere, di Niccolò Magnani

Cesare Battisti, la difesa della “guerra giusta”: «non sono un killer, era un giusto movente politico» . Quell’ideologia che “uccide” ancora...

«Io non sono un killer, ero solo un uomo animato da un movente ideologico»; così Cesare Battisti si è difeso in carcere davanti al Pm di Milano Alberto Nobili dopo aver ammesso, per la prima volta dopo la latitanza, di essere responsabile dei 4 omicidi di cui è stato condannato alla pena dell’ergastolo. Non solo, ha spiegato ancora nello stesso interrogatorio «Voglio precisare che lei mi ha parlato di freddezza – si legge nel documento oggi riportato con ampi stralci da Repubblica – che sembrerebbe che io abbia manifestato nei casi in cui ho sparato. In merito, intendo evidenziare che io non sono un killer ma sono stato una persona che ha creduto in quell’epoca nelle cose che abbiamo fatto e quindi la mia determinazione era data da un movente ideologico e non da un temperamento feroce, quando credi in una cosa, sei deciso e determinato. A ripensarci oggi provo una sensazione di disagio ma all’epoca era così». Quante volte abbiamo sentito la (falsa) litania della legittima “motivazione” dietro le stragi anche più barbare? Quel «ho ucciso, ma..»: a cominciare dalle indegne “comparazioni” tra genocidi dove ancora una certa cultura dominante sinistrorsa tende a considerare assai meno “importante” i Gulag sovietici rispetto ai campi di concentramento nazisti, per giungere fino alle giustificazioni date dai vari gruppi terroristici sparsi in tutto il mondo. C’è sempre qualcuno che si sente più legittimato di altri ad uccidere e – quel che peggio – c’è sempre qualcuno pronto a proteggere e “giustificare” quelle assurde teorie autoassolventi.

L’ideologia il "giusto" movente

Cesare Battisti non è che l’ultimo a provare una ricostruzione (la chiameremmo forse mistificazione) della realtà dietro i suoi crimini: «guerra giusta» l’ha chiamata davanti ai pm, chiedendo scusa alle vittime ma ribadendo di aver agito per un motivo ideologico. Come se uccidere – in qualsiasi modo avvenga – sia qualcosa che possa essere in “graduatoria” a seconda delle motivazioni: come ben scrive oggi sul Corriere della Sera Pierluigi Battista, «l’Italia è piena di petizioni di intellettuali che hanno firmato appelli insolenti e grotteschi smentiti dalle sue stesse dichiarazioni. Adesso si vergogneranno almeno un po’?». Sembra di ritornare indietro negli anni Settanta-Ottanta, quando ad esempio un gruppo terroristico come le Brigate Rosse, venivano “giustificate” nei loro atti-attentati perché sorretti dai motivi di “rivalsa sociale”, “guerra proletaria” e ogni qual altra spiegazione addotta dai convinti seguaci. Come un lampo, ci ritorna in mente una delle testimonianze che il cantante, autore e scrittore Enrico Ruggeri ha sempre raccontato ripensando a quei giorni terribili che seguirono l’omicidio del Commissario di Polizia Luigi Calabresi: «Ero al liceo, in una delle mille assemblee che si facevano in quegli anni. All’improvviso entrarono dei “compagni” che urlarono alla platea che finalmente era stato giustiziato il Commissario Calabresi. Tutta la palestra esplose in un applauso. Mai come in quel momento fui felice ed orgoglioso di non essere di sinistra». 

Per alcuni, le morti non sono tutte uguali e qualcuno ha “diritto” più di altri di essere ucciso: ecco quel “movente ideologico” ci sembra un costante ed indegno insulto alla memoria di chi davvero ci ha rimesso la vita per un lucido e criminale progetto di “guerra santa”, qualunque essa sia. Un costante insulto che arriva ad “uccidere” per una seconda volta tutte quelle vittime innocenti.

https://www.ilsussidiario.net/news/cronaca/2019/3/26/cesare-battisti-no-killer-ma-giusto-movente-lideologia-che-continua-ad-uccidere/1863962/

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