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Bye bye Londra, di Davide Brullo

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 26/12/2020 13:10
La Brexit è fatta. Boris esulta come un putto, Ursula von cita Thomas S. Eliot, il sommo poeta. Come mai? Ghirigori nostalgici…

Da ragazzo, anelavo la cittadinanza inglese. Stavo in un grigio paese appeso alla periferia di Torino. L’unico svago era ammirare, nei giorni freddi & azzurri, la dentatura delle Alpi. Bianche, aguzze, immortali: parevano la mascella di un dio fermo e feroce. Sognavo l’Inghilterra leggendo Kipling, Dylan Thomas e William Blake: che UK fosse un’isola, il residuo eccentrico di un impero, alcova monarchica, infuocava la leggenda. In una delle tante vite immaginarie, avevo casa a Swansea, in Galles; in una delle troppe vite reali fui a John o’ Groats, estremo lembo scozzese, quando lo guardo sulla carta ancora barcollo.

Ammetto: ho tradito il fervore inglese per il ribellismo di Scozia. A 19 anni, con un paio di amici, abbiamo attraversato tutta UK. Siamo sbarcati a Inverness, direzione Edimburgo. Era il 1998, sfruttavamo il fatidico InterRail, aveva appena preso a governare Tony Blair. Costrinsi gli amici a toccare il punto più nordico della Scozia. Da un lato vedevo vasti pascoli punteggiati da pecore; di fronte, l’oceano, le Orcadi. Una signora mi aveva regalato un pendaglio di vetro: scaccia gli spettri maligni, di cui quelle zone sono infestate, giurava. La chiesa sfogava su un cimitero malmesso. Una capra brucava sulla sprovveduta tomba di un uomo morto secoli prima – ne immaginai la vita. Per bere una pinta dovevi camminare tre miglia, sull’unica strada tra il nulla e la civiltà. Molti anni dopo, a Hampstead, ho visto la più bella libreria del mondo: un vecchio era conficcato in mezzo a piramidi di libri impilati a casaccio. In quel caos, eri certo di trovare, guidato dal caso, il libro decisivo. Comprai l’opera omnia di William Blake e quella di John Donne, per pochi spiccioli. Il mio amico, anni prima, aveva passato ore in un negozio di dischi, a Cambridge.

Due giorni fa Boris Johnson è stato immortalato con i pollici in su, rideva come Falstaff, pareva un putto caduto dalla culla. Quattro anni dopo Brexit, l’accordo tra UK ed EU è fissato. I miei antichi sogni di vita inglese si infrangono. Cosa cambia? Intanto, UK è fuori dal programma Erasmus – i vagabondaggi degli studenti italiani nei dintorni di Londra finiscono in idolatria del niente. Boris Johnson ha detto di aver ideato “un programma britannico per gli studenti nel mondo”, congiunto alle “migliori università del pianeta”: si chiamerà “Turing Scheme”, come Alan Turing. Il cuore dell’accordo, va da sé, è commerciale. Gioco a dadi coi dazi. All’apparenza cambia poco – “L’accordo stabilisce zero dazi e zero quote sui commerci tra UK ed EU, se le merci soddisfano le norme di origine” – in verità cambia molto (movimenti, possibilità di impresa in UK, accordi economici reciproci: sulla pesca in acque inglesi, ad esempio, e sui servizi audiovisivi). The devil of what has been agreed will be in the detail, dicono gli inglesi. Il diavolo sta nei dettagli, nei lati nascosti dell’accordo. Che va studiato. 

Va avanti per duemila pagine, qui, riassunto in 34 pagine, ne saggiate i capi. Qui, invece, per mano della BBC, una sintesi della Brexit.

“Per la prima volta dal 1973 saremo uno stato costiero indipendente, con il pieno controllo delle nostre acque. Abbiamo ripreso il potere delle nostre leggi e del nostro destino”, ha detto BJ, con enfasi imperiale. Ursula von, capitana d’Europa, che ha frequentato la London School of Economics, continua a citare EliotA inizio anno, era il 29 gennaio, aveva citato George Eliot, la straordinaria scrittrice di Middlemarch e Il mulino sulla FlossSolo dall’agonia della separazione sappiamo guardare alla profondità dell’amore”, aveva detto. Si parlava ancora di Brexit. Quasi un Bacio Perugina. A fine anno, davanti a BJ, cita l’altro Eliot, Thomas Stearns, il poeta più autorevole del secolo, Nobel nel 1948, americano convertitosi ad Albione. Nel valzer dei nemici, Ursula von gorgheggia sweet sorrow, poi ripete Eliot, What we call the beginning is often the end, and to make an end is to make a beginning. “Ciò che diciamo principio/ spesso è la fine, e finire/ è cominciare”. Ultima stanza, la quinta, dell’ultimo dei Quattro quartetti, “Little Gidding” – cito la traduzione di Angelo Tonelli – sommo capolavoro di TSEThe end is where we start from: commiato perfetto di un canto che comincia con questo enigma, “Nel mio principio è la mia fine”. Bisogna leggere un poco più avanti, per precipitare nel falò mistico di Eliot:

Un popolo senza storia

non è redento dal tempo, perché la storia

è una trama di momenti senza tempo. Così

mentre la luce vien meno

in un pomeriggio d’inverno

in una cappella appartata

la storia è adesso, e Inghilterra.

Credo che BJ potrebbe appiccicare questo verso al 10 di Downing Street: History is now and England. La storia è sempre ora, ago che fila i morti ai venuti, avvento, avvenire, avvenuto. Già, ma perché Ursula von cita proprio Eliot? Perché Eliot era, pacatamente – gran poeta, grande esteta nel dribbling dell’allusione – europeista. Ma questa è un’altra storia. Questa.

In uno dei suoi testi canonici, What is a Classic? (1945), scritto quando Thomas S. Eliot è già il poeta fondamentale e più influente del Novecento – archiviata The Waste Land ha da poco pubblicato Four Quartets, il culmine della sua ricerca poetica – mentre l’Occidente si risolleva dopo il baratro con il suo turbinio di agnelli sacrificali (Ezra Pound, l’amico, il sodale, di Eliot arrestato e gettato nel manicomio criminale di Washington), il poeta esprime la sua idea di Europa. “Abbiamo bisogno di rammentare a noi stessi che, se l’Europa è un tutto (e ancora oggi, sempre più mutilata e sfigurata quale sta diventando, l’organismo da cui deve svilupparsi ogni più alta armonia del mondo), anche la letteratura europea è un organismo i cui vari membri non possono godere di buona salute se un’unica corrente sanguigna non circola dappertutto. Il latino e il greco costituiscono la corrente sanguigna della letteratura europea… e Virgilio è il nostro classico, il classico di tutta l’Europa”. Eliot – che a Virgilio associa Dante come ‘padre’ dell’Europa culturale unita, e poi Shakespeare – pensa all’Europa come a un progetto letterario e dunque politico (e a lui, eventualmente, Thomas Stearns, come al nuovo Virgilio, aedo di un impero europeo, in cui il nuovo latino è l’inglese, dove non tramonta mai il sole). 

Nel 1946 torna sul tema in tre conversazioni radiofoniche, The Unity of European Culture, rivolte alla Germania. In questo contesto va letto il discorso, The Good European, tenuto il 2 giugno del 1951 presso il Royal Pavilion di Brighton, raccolto nel settimo volume delle Complete Prose of T.S. Eliot: A European Society, pubblicato dalla John Hopkins University Press (e proposto qui nella traduzione di Andrea Bianchi). Thomas S. Eliot, che ritiene Baudelaire il padre della poesia moderna, che ha fatto i primi passi lirici a Parigi, alla Sorbona, all’ombra di Laforgue e di Gautier, ascoltando Henry Bergson e imparando il francese da Alain-Fournier, dal 1946 è membro della sezione londinese della Fédération britannique des comités de l’Alliance française, di cui, nel 1948, è nominato presidente della commissione culturale. Nel discorso, arguto, sibillino, pronunciato in questo contesto, Eliot ribadisce che l’Europa unita è una necessità a patto che si salvaguardino le singole identità, che non tutte le nazioni sono uguali, che la cultura è una scelta anzi tutto individuale, che non si fa per esigenze di parte o di convenienza. Ecco a voi Mr. Eliot.

Abbiamo tutti tenuto sott’occhio, negli anni appena trascorsi, il problema dell’unità europea, della cooperazione. Vari gli schemi avanzati sul tavolo dei teorici; diversi i modi di organizzazione già posti in essere, e che stanno passando per fasi di inevitabile difficoltà quando le menti degli uomini, le loro abitudini devono venir riaggiustate su una più larga scala per nuove situazioni. E non mi occupo di queste ultime, ma semmai del movimento ad esse parallelo, laddove si parla di campo culturale – parola che non mi soddisfa, ma andava detta – e si tratta anche delle nuove consapevolezze nate di qui, dall’importanza delle relazioni tra persone. 

Cosa della quale non si preoccupano direttamente politici e statistiIn particolare, più di una persona ha iniziato ad avvertire l’Europa occidentale come una comunità e, oltre a ciò, il bisogno di mettere in relazione le nostre idee, fatte di unità consapevole e desiderata, con sentimenti più radicati di genere culturale che si scontrano con abitudini egualmente radicate, composte di sensazioni e comportamenti locali. 

Di nuovo, non mi prenderò la libertà di parlare di queste organizzazioni che sono state costituite per sviluppare la consapevolezza delle identità fondamentali di cultura, specialmente tra genti d’Europa, nel complesso: e non lo farò tenendo ferme le molte domande che mi interessano sul piano personale. Qui desidero solo toccare due caratteristiche che mi sembrano necessariamente da ricordare per realizzare l’unità di Francia e Inghilterra.

La prima semplicemente è che essere un “buon Europeo” non credo richieda una diminuzione di identità locali e nazionali… Il secondo punto è, nella mia visione, un corollario del pensiero precedente. Ed è che i nostri fini di unità europea, sul pianoculturale’, devono entrare in una formula la quale ci dice che ogni cultura si lega meglio con un’altra, e dipende meglio da questa, ma questo rapporto non si instaura tra tutte le culture. Dove più, dove meno. 

In altre parole, una nazione potrebbe avere più stretta affinità con una nazione straniera, ma questa stessa nazione può legarsi poi meglio a una terza, se cambia il collante, il riferimento. In breve, non solo è falso che essere un buon Europeo vale necessariamente meno che essere un Inglese o un Francese o altro ancora; perché è parimenti falso che per essere un buon Europeo si debba provare sentimenti uguali ed imparziali per ogni altro stato europeo. Vi è sempre il pericolo che qualche tifoso a oltranza possa travisare la cultura europea come qualcosa che possa essere completamente unificato, e ledere le differenze regionali e nazionali: in seguito, di qui a una condizione dove nessuno possa guadagnare nulla dal prossimo, il passo è breve. Perché, se chi nasce sulle coste del Mediterraneo fosse identico a chi viene al mondo sui fiordi e sulle sabbie danesi in pensiero, sentimenti e condotta, non ci sarebbe più alcun senso nel valicare il confine per dare la mano a chi ci troviamo davanti. Potrebbero entrambi, chi viaggia e chi accoglie, starsene tranquilli a casa e parlare al dirimpettaio.

Il pensiero al quale voglio arrivare mi sembra semplice e quasi ovvio. Ed è che, per quanto sia desiderabile essere Europei e uomini inglesi, non vogliamo essere Europei astratti; e che per quanto sia desiderabile praticare una più stretta comprensione con tutti i popoli di Europa, è nondimeno necessario – no, dovrei dire estremamente necessario – che stringiamo relazioni strettissime con quegli stati verso i quali già nutriamo una simpatia forte e incorruttibile. 

Il legame più stretto l’Inghilterra lo ha certamente con la Francia. E vorrei dire che l’ammirazione particolare e il rispetto per la cultura francese che i più civili tra gli Inglesi avvertono ha sempre giocato un ruolo decisivo per accelerare la comprensione delle altre culture latine. (Se poi una comprensione della cultura inglese ha fornito agli amici francesi un simile collegamento verso la Scandinavia, non saprei). Ma in ogni caso dobbiamo rafforzare i legami già esistenti, senza i quali difficilmente se ne stringeranno di nuovi e più distesi nello spazio.

https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/esteri/brexit-johnson-eliot/

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