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Bergoglio va in Marocco, dove la primavera non è stata affogata nel sangue, di Riccardo Cristiano

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 30/03/2019 11:17
Portare la fratellanza anche in questo Marocco, che rimane come sempre a poche miglia dalla Spagna ma che le politiche migratorie europee rischiano di allontanare ulteriormente, vuol dire portarla in un Paese che appare la sintesi, importante e peculiare, delle principali problematiche arabe e africane…

 Quando, il 7 dicembre 1965, fu pubblicata la costituzione apostolica Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo tutti lessero già nelle sue prime righe cosa avesse guidato i padri conciliari : “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia. Per questo il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini”.

Non è difficile cogliere il nesso profondo ed esplicito della Dichiarazione sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. In questo documento, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio scorso, Bergoglio e al-Tayyeb spiegano di aver “condiviso le gioie, le tristezze e i problemi del mondo contemporaneo, al livello del progresso scientifico e tecnico, delle conquiste terapeutiche, dell’era digitale, dei mass media, delle comunicazioni; al livello della povertà, delle guerre e delle afflizioni di tanti fratelli e sorelle in diverse parti del mondo, a causa della corsa agli armamenti, delle ingiustizie sociali, della corruzione, delle disuguaglianze, del degrado morale, del terrorismo, della discriminazione, dell’estremismo e di tanti altri motivi. 

Da questi fraterni e sinceri confronti, che abbiamo avuto, e dall’incontro pieno di speranza in un futuro luminoso per tutti gli esseri umani, è nata l’idea di questo Documento sulla Fratellanza Umana. Un documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli”.

Sta qui, con ogni evidenza, il punto d’inizio del nuovo viaggio apostolico di papa Francesco in Marocco, un paese “arabo” ma non solo di arabi, essendo i berberi popolazione autoctona, un paese “africano” rientrato dopo 33 anni nell’Unione Africana senza ancora aver risolto la questione Sahrawi ma profondamente africano, quanto la questione migratoria, ma soprattutto un paese che grazie all’iniziativa di re Mohammad VI ha dimostrato di aver capito la lezione araba del 2011, avviando non repressione feroce ma un processo di democratizzazione costituzionale che tra le altre cose ha finalmente riconosciuto il berbero come seconda lingua ufficiale, aperto due televisioni che trasmettono in berbero. 

Da allora in Marocco governa chi vince, cioè un partito cosiddetto “islamico-moderato”, emerso fortissimo proprio dopo il 2011, in coalizione con diversi altri partiti. Lo chiamano il “makhzen”, cioè il governo del sultano, anche per il ruolo predominante che nell’esecutivo nato nel 2017 hanno i tecnocrati graditi alla corona, formato dopo sei mesi di negoziati con altri cinque partiti benché gli islamistimoderati” del Pjd avessero un’ampia maggioranza.

I tecnocrati cari alla corona vi controllano interni, esteri e dicasteri economici. Un governo “di palazzo”? Dipende dal metro che si usa: un sogno democratico se prendessimo a metro quello Paesi dei vicini, soprattutto la rivale Algeria o “l’autorevole” Egitto . Il governo di un Paese che non è caduto nella rete del totalitarismo, ma che come gli altri affronta la minaccia terrorista, e il recente tremendo atto terroristico contro due turiste lo conferma, come lo conferma il problema dei marocchini arruolatisi con l’Isis. Ma conferma che a differenza di altri paesi il Marocco non ha pensato di affrontare il dopo-2011 con la dittatura militare, bensì con le riforme e una timida democratizzazione. Dunque papa Francesco non sta per recarsi nell’Egitto del generale al-Sisi, nell’Algeria dei generali alla ricerca di un nuovo Boutaflika, no, sta per recarsi in un Marocco presidiato dalla polizia ma non sottoposto a un governo di polizia. I suoi problemi sono la corruzione e la questione socioeconomica

Tra i nodi da sciogliere anche l’antico titolo del re, “Comandante dei fedeli”, che gli attribuisce la responsabilità suprema delle politiche religiose; anche questa ambiguità andrà sciolta e superata, perché la liberalità religiosa si costruisce, si raggiunge, e siccome la libertà religiosa è la madre delle altre libertà è difficile pensare che una società impoverita e non inserita in un circuito di fratellanza con i suoi vicini possa trovare in sé la forza per diventare liberale e non illiberale, come la rabbia o la desolazione spesso favoriscono.

In definitiva portare la fratellanza anche in questo Marocco, che rimane come sempre a poche miglia dalla Spagna ma che le politiche migratorie europee rischiano di allontanare ulteriormente, vuol dire portarla in un Paese che appare la sintesi, importante e peculiare, delle principali problematiche arabe e africane, davanti alle quali evidentemente si pone la Dichiarazione, che sa essere sia stimolo sia riconoscimento.

Il Marocco oggi si fregia di alcuni passi importanti, come l’abolizione del reato di apostasia, che era passibile di pena di morte, e la costituzione di una scuola per imam improntata a spirito “ermeneutico”, quindi moderno e non intollerante, così rilevante da aver spinto la Francia a inviare lì molti dei suoi futuri imam per formarli secondo criteri non oscurantisti. Il suo “islam profondo” si richiama a tradizioni peculiari, le confraternite sufi, la cui stagione novecentesca è stata segnata da ignoranza e auto-affermazione degli ulama, che imponevano sé stessi al “popolino” usando la forza del richiamo a Dio. Il viaggio dunque rappresenta un’occasione molto importante anche se la comunità cristiana è fatta da pochi stranieri. 

Le sfide che affronta il Marocco sono le sfide del sud del mondo, così care a papa Francesco, il primo papa che viene dal sud del mondo: migrazioni, povertà, integrazione economica: passa di qui la nascita di un islam illuminato, e questa visita riconosce al parziale modello marocchino, l’unico ad aver capito la lezione del 2011, non solo il merito di averla capita, ma anche il dovere di proseguire nella comprensione. Il papa ci va perché, come i padri conciliari, vuole conoscere “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi”, e contribuire a farne dei fratelli.

https://formiche.net/2019/03/bergoglio-marocco-fratellanza/

Incontro e speranza

Intervista al cardinale segretario di Stato alla vigilia della partenza…

Camminare sulla strada dell’incontro reciproco. È la via tracciata dal cardinale Pietro Parolin alla vigilia del viaggio apostolico di Francesco in Marocco. Il segretario di Stato — nell’intervista rilasciata a Massimiliano Menichetti per Vatican News — sottolinea l’importanza della presenza del Papa a sostegno della comunità cattolica locale e sulle migrazioni ribadisce le parole del Pontefice: accogliere, promuovere, proteggere e integrare.

Tra le tappe di questo viaggio apostolico, l’incontro con i migranti, quello con i sacerdoti, i consacrati e il Consiglio ecumenico delle Chiese. Con quali sentimenti il Papa parte per il Marocco? Qual è l’attesa?

Credo che le attese che sono nel cuore del Papa si possono riassumere in due espressioni. Una, che gli è molto cara, è quella della “cultura dell’incontro”, nel senso che questo viaggio sia una tappa, un momento in cui concretamente si esprime e si consolida anche questa proposta di incontro. Poi, l’altra frase che mi sembra esprimere bene le attese del Papa, è quella che è un po’ il motto di questo viaggio, cioè «servitore della speranza», di fronte alla difficoltà di affermarsi di questa cultura, di fronte a quella che il Papa chiama la cultura dello scarto da una parte, la cultura dell’indifferenza dall’altro; di fronte al moltiplicarsi degli egoismi, delle chiusure, dei ripiegamenti su se stessi e sulle contrapposizioni. Mi pare che il Papa voglia proprio darci una grande speranza, cioè che è possibile camminare sulla strada dell’incontro reciproco. E anche questi viaggi che si susseguono in Paesi che non sono di tradizione cattolica, hanno proprio questo significato. Ci si deve muovere in questo senso, bisogna avere speranza, bisogna ritrovare la fiducia per poter continuare a camminare in questa direzione.

Il viaggio di Francesco in Marocco si tiene poco tempo dopo quello storico negli Emirati Arabi Uniti. Questo sarà un altro incontro che mostra la via del dialogo e della convivenza pacifica tra cristiani e musulmani.

Sì, credo di sì, in un certo senso — pur con le debite differenze evidentemente, perché ogni Paese ha le sue caratteristiche — credo ci sia un filo di continuità. Questi paesi in cui il Papa si reca sono a maggioranza musulmana. Questo filo di continuità lo troverei un po’ nel concetto di fraternità, come, ad esempio, nel documento che il Santo Padre ha firmato ad Abu-Dhabi. È veramente come un fondamento di questa cultura dell’incontro di cui parlavo, cioè il fatto che siamo fratelli e quindi dobbiamo accettarci anche con le nostre differenze, rispettarci e collaborare. Questa è la base della convivenza pacifica che deve esprimersi attraverso un dialogo continuo. Il dialogo interreligioso è sicuramente una delle finalità specifiche di questo incontro. A partire da questa base — il Santo Padre ha ricordato spesso che è parte fondamentale anche dell’annuncio del Vangelo il fatto che siamo creature e figli di uno stesso Padre e che quindi dobbiamo riconoscerci tutti fratelli — mi pare che la fraternità sia il filo rosso che lega questi viaggi, anche in una certa progressione.

Sfida aperta per il Marocco anche la gestione dei flussi migratori. A dicembre, alla conferenza sul Global compact a Marrakech, lei guardando alle migrazioni ha ribadito che «integrazione significa arricchimento reciproco».

Credo che questa sia la prospettiva giusta nella quale mettersi di fronte ad un’interpretazione della migrazione che oggi è un fenomeno strutturale e non solo contingente, quindi destinata a durare molto di più nel tempo; non è un fenomeno che si può pensare di chiudere in un brevissimo lasso di tempo. Credo che questa sia la prospettiva, e bisogna vederla non come una minaccia, come un pericolo, ma come un’opportunità. La Santa Sede ha sempre detto che il primo diritto è quello di restare nel proprio Paese. Ma evidentemente se ci sono condizioni di vita che non permettono di assicurare quel minimo di sicurezza e di progresso, allora è diritto di ognuno quello di cercarlo. Quindi vedere il senso di questo evento in un arricchimento reciproco. Proprio in Marocco si è firmato il famoso Global Compact per una migrazione sicura, regolare e ordinata. Credo che la cosa importante a questo punto sia di non dimenticarlo, di cercare di attuarlo nei vari Paesi, anche se non è giuridicamente obbligatorio. Nel documento sono indicate le cosiddette best practices, le prassi buone che già in parte sono in atto, ma che devono essere continuamente implementate. D’altra parte vorrei ricordare lo sfondo sul quale si deve collocare l’impegno della Chiesa, degli Stati, i quattro verbi famosi che il Papa ha richiamato e che abbiamo richiamato anche noi in quell’occasione, cioè: accogliere, promuovere, proteggere e integrare. Poi, evidentemente all’interno di questo quadro generale, ci saranno le scelte concrete da fare, ma credo che questo sia lo sfondo sul quale collocare il tema.

Centro del viaggio in Marocco la Santa Messa di domenica. Quale incoraggiamento darà il Papa alla piccola, ma fiorente comunità locale?

Il fatto che il Papa vada a trovare una comunità cristiana è già un incoraggiamento, è già un motivo di conforto, soprattutto quando una comunità cristiana — come nel caso del Marocco — si trova ad essere, per usare un’espressione evangelica, un “piccolo gregge”. Credo che certamente nella messa, come abbiamo visto ad Abu-Dhabi, ci sarà un grande entusiasmo, una grande partecipazione. In quell’occasione la Messa è stata qualcosa di veramente commovente. Immagino sarà lo stesso anche per l’incontro con la comunità cattolica in Marocco. È un momento in cui il Papa conforta, fa sentire che quella comunità è inserita nella comunione della Chiesa universale e che quindi è sostenuta nelle situazioni concrete in cui si trova e soprattutto — le parole che abbiamo usato anche prima — porta l’incoraggiamento a continuare nella propria testimonianza cristiana, a continuare nella testimonianza del Vangelo, nel servizio al Vangelo attraverso le relazioni quotidiane e nel dare il proprio contributo anche al Paese in cui si trova a vivere ed operare. Quindi sarà sicuramente un momento molto bello e di incoraggiamento per quella comunità.

http://www.osservatoreromano.va/it/news/incontro-e-speranza-29marzo

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