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Beppe Sala non è impazzito, sta solo dicendo quello che ha sempre pensato, di Alice Oliveri 

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 20/07/2020 15:55
Beppe Sala non è un politico di sinistra, ma non c’è da stupirsi se lui agisce così, c’è da stupirsi semmai che molti lo abbiano scambiato per una figura che non è. Dire “Berlinguer ti voglio bene” è facile, portare avanti le sue idee politiche molto meno...

Tra le tante “frasi shock” a cui ci abituato Salvini, ce n’è stata una recente a mio avviso particolarmente significativa, ma non per il suo contenuto frutto di una delle tante piroette logiche di Salvini, ma per la paradossale verità che contiene: il segretario della Lega ha infatti dichiarato di essere l’erede di Enrico Berlinguer, un’affermazione offensiva ma purtroppo emblematica. Emblematica soprattutto perché negli stessi giorni, l’esponente al momento più di spicco del Partito Democratico – emanazione diretta del Pci, almeno sulla carta –, ossia il sindaco di Milano Beppe Sala, ha proposto di reintrodurre le gabbie salariali, iniziativa che definire “di sinistra” sarebbe quanto meno ridicolo.

Matteo Salvini non dovrebbe neanche permettersi di tirare in ballo il segretario del Pci morto nel 1984 per paragoni simili, ma il fatto che oggi non esista nessun tipo di eredità di quella sinistra è invece tragicamente vero. Se nel resto del mondo occidentale nascono forze di stampo socialista che, sebbene non ancora sufficientemente forti da vincere, trovano un largo consenso soprattutto tra i giovani, riportando al centro del discorso politico contemporaneo un senso di sinistra ben diverso dal quello liberal anni Novanta, in Italia tutto ciò non trova spazio, se non forse con qualche corrente più “estremista” del Movimento Cinque Stelle – il che è tutto dire. In tutto ciò, prima della pandemia Beppe Sala cominciava ad acquisire talmente tanto prestigio come sindaco modello che in molti hanno ipotizzato la sua volontà di candidarsi alla segreteria del Pd, idea vista da molti con favore ma sempre smentita dal diretto interessato.

Beppe Sala, che fino a febbraio cavalcava l’onda della sua immagine pubblica instagrammabile e frizzante, dall’esplosione dell’emergenza Covid-19 si è dato una serie di zappe sui piedi proprio attraverso quella forma di iper-comunicazione che ha messo al centro della sua campagna elettorale: dopo la improvvida campagna #Milanononsiferma, i video “Buongiorno Milano” da Palazzo Marino sono diventati un cult della quarantena quanto i discorsi di Conte. Così le sue dichiarazioni, che normalmente dovrebbero riguardare solo la città di Milano, sono diventate virali in tutta Italia. La questione della statua di Indro Montanelli, per esempio, lo ha inquadrato in modo del tutto diverso da quanto ci si può aspettare da un personaggio che posta una foto con indosso dei calzini arcobaleno o con del rossetto simbolico sul volto. Sul considerare o meno Montanelli un simbolo della città, onestamente non mi sento di dissentire, dal momento che il giornalista è sempre stato una personalità centrale del dibattito meneghino; diverso è non rendersi conto che proprio quella comunità che dici di supportare e da cui vuoi trarre consenso facendo pubblici endorsement è quella che ti sta chiedendo di rimuovere la statua che si trova proprio nel quartiere di Porta Venezia, uno dei simboli del movimento LGBTQ+ milanese. Quella dichiarazione di sostegno ne risulta molto indebolita se durante la pandemia l’inversione di marcia estetica si trasforma in una foto con il tricolore alle spalle con tanto di didascalia “Patria deriva da patrius, paterno, ed è così che mi piace pensarla”; insomma, va bene i gay e il femminismo, ma quando ci sono cose più importanti meglio ritornare su un sano concetto patriarcale.

Il punto però è che il sindaco di Milano ha sempre avuto questa visione del mondo: fin quando il capoluogo lombardo ha goduto di una crescita costante, che sembrava palpabile in ogni settore o categoria, la sua comunicazione ha potuto semplicemente cavalcare l’onda. Milano sembrava la città dove tutto era al suo posto, bastava adeguarsi a questo claim per “arrivare al cuore delle persone”. Con l’esplosione dell’emergenza però, quando cioè anche il rapporto fra sindaco e cittadini è divenuto più complicato sia a causa delle inevitabili restrizioni anti Covid, che della oggettiva difficoltà di spiegare alla popolazione cosa stava succedendo, ecco che la “natura” originaria del sindaco di Milano è venuta a galla. E no, ha poco a che fare con il socialismo.

Tant’è che le questioni civili, purtroppo, non sono le uniche ad aver vacillato nella campagna comunicativa degli ultimi mesi di Sala, dal momento che il sindaco ha ribadito più volte due punti molto importanti per la sua politica: il rapporto tra Nord e Sud Italia e i diritti dei lavoratori. Come da tradizione italica, non è mancato un po’ di sana zizzania da seminare nei confronti dei meridionali che non solo vogliono i settentrionali per fare sì che le loro regioni si trasformino nel resort estivo per il produttivo Nord, ma che si permettono pure di sindacare su una cosa che hanno inventato i milanesi. Per Beppe Sala, infatti, “il turismo in Sardegna lo hanno inventato i milanesi”. Per rimediare a questo sfogo degno della Lega Nord di Umberto Bossi, Sala ha pensato bene di proporre ciò che, appunto, sosteneva Bossi, ossia le gabbie salariali. Perché mai un calabrese che lavora nel pubblico dovrebbe guadagnare quanto un lombardo, visto che i costi della vita sono diversi? La risposta, magari, potrebbe essere che il problema è il costo della vita a Milano e non quanto poco costi la vita al Sud, a causa dell’enorme arretratezza e dalla mancanza di lavoro e non certo dal fatto che nel Meridione si è più fortunati o “ladroni”, come diceva qualcuno – dibattito portato tanto all’estremo da fargli dichiarare che “Il Nord mi capisce”, come a dire che di certe cose meglio parlarne tra persone civili.

Proprio a proposito della questione costi della vita a Milano, si apre un’altra parentesi interessante, cioè quella relativa allo smartworking e alla battaglia ideologica che sta conducendo Sala fino al punto di negare l’evidenza: una città che si regge tutta sugli affitti e sulla sua dimensione da “ufficio d’Italia”, dove per pausa pranzo si spendono cifre decisamente esagerate per pasti veloci, si trova ora nella situazione in cui il lavoro da remoto dimostra non solo che tantissime cose si possono gestire anche solo con una connessione wi-fi, ma che per chi lavora è molto più umano e sensato gestire i propri tempi nel luogo che preferisce. 

Se una mail di lavoro posso mandarla da un’altra regione, perché mai dovrei pagare un affitto e una macchina per fare la stessa identica cosa all’interno di un ufficio? Ovviamente non tutti i lavori possono godere di questa impostazione, e molte realtà lavorative stipulano contratti ad hoc con i dipendenti per bilanciare lavoro in sede e da remoto a seconda delle diverse esigenze, così come non è detto che si possa fare qualsiasi cosa a distanza, ma dichiarare che lo smart working non è lavoro, che non è la normalità, che è arrivato il momento di tornare a darsi da fare – come se chi ha lavorato da remoto in questi mesi non avesse lavorato – è forse una delle espressioni peggiori di mentalità capitalista padronale vecchia scuola. Quando il sottotesto è, ovviamente, che il problema è lo svuotamento delle aree piene di uffici con la conseguente perdita di profitto di intere zone della città. Ma se da politico preferisci inventare una scusa – “Lavorare! Lavorare! Lavorare!” – che colpevolizza i tuoi cittadini invece di ammettere che si tratta di un modello per nulla equilibrato di economia, allora forse non è il caso di pubblicare saggi in cui addirittura ti proponi come faro di un “nuovo socialismo”.

Il socialismo non è pensare prima al profitto e poi alle persone, non è mettere contro due pezzi della stessa nazione per alimentare razzismo e intolleranza atavici e non è nemmeno travestirsi da progressista se poi il progresso sociale non è per te una priorità. Beppe Sala non è un politico di sinistra, ma non c’è da stupirsi se lui agisce così, c’è da stupirsi semmai che molti lo abbiano scambiato per una figura che non è. La sinistra italiana non può essere solo centrismo, che ha tutta la sua legittimità di esistere, ma che si appropria spesso di messaggi che non gli appartengono solo per fare qualche spot elettorale. Ma soprattutto, non confondiamo il profilo Instagram di un sindaco con il suo profilo politico, perché dire “Berlinguer ti voglio bene” è facile, portare avanti le sue idee politiche molto meno.

https://thevision.com/attualita/beppe-sala/

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