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Bassetti: non dividiamoci sulla famiglia, no a piazze contrapposte, di Iacopo Scaramuzzi

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 02/04/2019 09:56
Il presidente della Cei introduce il consiglio permanente di primavera all’indomani di Verona. E rilancia il tema della riduzione delle diocesi italiane…

Il cardinale Gualtiero Bassetti si è rammaricato, all’indomani del World Congress of Families che si è svolto a Verona, del fatto che in Italia «riusciamo a dividerci su tutto», quando viene a mancare la capacità di dialogo, «a contrapporre le piazze, persino su un tema prioritario come quello della famiglia», che invece dovrebbe rappresentare «per tutti la principale opportunità di riscatto». Il presidente della Cei ha aperto il Consiglio permanente, che si svolge da oggi a mercoledì a Roma, toccando svariati temi di attualità politica e tematiche più squisitamente ecclesiastiche, a partire dalla necessità di giungere, tramite le conferenze episcopali regionali, a «scelte precise» sull’annosa questione della riduzione delle diocesi italiane più volte sollecitata dal Papa.

L’arcivescovo di Perugia ha criticato, nella sua breve introduzione, «la modalità con cui la comunicazione viene spesso usata per accendere gli animi, screditare e far prevalere le paure, arrivando a identificare nell’altro non un fratello, ma un nemico. Quanta distanza dal dialogo che abbiamo visto in atto in questi giorni con la visita del Santo Padre in Marocco… Purtroppo – ha detto Bassetti con riferimento implicito ma trasparente a Verona – quando manca questo sguardo, riusciamo a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su un tema prioritario come quello della famiglia, sul quale – ha proseguito il Porporato, che già prima del convegno di Verona aveva espresso rammarico per le «polemiche strumentali» attorno al tema della famiglia – paghiamo un ritardo tanto incredibile quanto ingiusto. 

Ma come si fa a dimenticare che, anche negli anni più pesanti della crisi, proprio la famiglia ha assicurato la tenuta sociale del Paese? E oggi non è forse ancora la famiglia a rappresentare per tutti la principale opportunità di riscatto? Le istituzioni pubbliche – ha detto ancora il Presidente della Cei – non possono fare finta che la famiglia sia solo un fatto privato: ciò che avviene tra i coniugi e con i figli è un fatto sociale; e ogni essere umano che viene ferito negli affetti familiari, in un modo o nell’altro, diventerà un problema per tutti. Non si resti, quindi, sordi alle domande di sostegno in campo educativo, formativo e relazionale, che salgono dalle famiglie».

Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico, ha detto ancora Bassetti, «ripartiamo da un’attenzione reale alla natalità, prendiamoci cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale, confrontiamoci con quanto già esiste negli altri Paesi del Continente per assumere in maniera convinta opportune misure economiche e fiscali per quei coniugi che accolgono la vita», ha detto il Presidente Cei ricordando che sul tema ci sono diverse proposte del Forum delle Associazioni familiari. 

«La famiglia è il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali: senza venir meno ai principi – visto che la famiglia non è un menù da cui scegliere ciò che si vuole – aiutiamoci a mettere a punto un pensiero sulla famiglia per questo tempo. Chi fosse sinceramente disponibile a questo passo – che è condizione per una società migliore – ci troverà sempre al suo fianco, forti come siamo di una ricca tradizione di cultura della famiglia».

A partire dalla famiglia, Bassetti ha toccato vari altri temi di attualità, dal lavoro, che deve essere «libero, creativo, partecipativo e solidale», come segnalato dalla Settimana sociale dei cattolici, alle «politiche adeguate» necessarie per «dare un nome alle domande reali della gente, alle povertà e alle disuguaglianze».

Bassetti ha poi affrontato questioni più propriamente inerenti l’agenda del «parlamentino» dei vescovi italiani e la vita della Chiesa. L’ambito delle Conferenze episcopali regionali, ha detto in particolare, «è senz’altro un banco di prova da mettere meglio in asse, arrivando anche a scelte precise: una su tutte, la riduzione delle Diocesi, che più volte ci è stata sollecitata». Si tratta di un’annosa questione, toccata dapprima da Paolo VI, nel 1964 e nuovamente nel 1966, e poi sollevata da papa Francesco una prima volta a maggio del 2013, poco dopo il Conclave, poi nuovamente all’assemblea Cei del maggio dell’anno scorso. 

https://www.lastampa.it/2019/04/01/vaticaninsider/bassetti-non-dividiamoci-sulla-famiglia-no-a-piazze-contrapposte-xkDHv2HmKNcxbiGejr2RrL/pagina.html

 

Il documento finale del Congresso delle famiglie. Ed è un "libro dei sogni", di Luciano Moia

Moratoria all'utero in affitto, misure per conciliare lavoro e famiglia, lotta alla denatalità: dopo le promesse dei politici, ecco il lungo elenco dei "desiderata". 25mila in marcia...

Moratoria internazionale contro l’utero in affitto, riconoscimento dell’umanità del concepito, protezione contro ogni ingiusta discriminazione dovuta all’etnia, alle opinioni politiche, all’età, allo stato di salute o all’orientamento sessuale, tutela delle famiglie in difficoltà economiche, contrasto all’inverno demografico, diritto dei minori ad avere una mamma e un papà, a non diventare oggetto di compravendita, a ricevere un’educazione che non metta in discussione la loro identità e non li induca ad una sessualizzazione precoce. E ancora: diritto delle donne a ricevere una valida alternativa all’aborto, parità di trattamento salariale, conciliazione tra famiglia e lavoro, orari flessibili in chiave familiare, remunerazione per il lavoro casalingo, lotta alla droga, difesa del diritto dei genitori alla libertà di scelta educativa per i propri figli, specie per quanto riguarda affettività e sfera sessuale.

La “Dichiarazione finale” del Congresso mondiale delle famiglie di Verona, sottoscritta solennemente stamattina al termine dell’ultima giornata di lavori, costruisce un altro, gigantesco, libro dei sogni. Dopo le tante – troppe – promesse consegnate sabato pomeriggio da Salvini alla platea osannante dell’incontro, che hanno avuto tra le altre conseguenze quella di suscitare la reazione risentita del premier Conte per “sconfinamento di competenze”, oggi i leader delle associazioni sono riusciti a dilatare oltre misura quell’elenco già cospicuo, anzi iperbolico, di buone intenzioni. Tutti propositi lodevoli e condivisibili fino all’ultima parola, beninteso.

Obiettivi, tra l’altro, che l’associazionismo familiare costruito in 25 anni dal Forum delle famiglie, quello collaudato nel tempo e che rappresenta davvero quattro milioni di famiglie attraverso 564 associazioni locali, 47 nazionali e 18 forum regionali, porta avanti in modo dialogico, organico e coordinato. Ma le associazioni del Forum a Verona non erano presenti – per una serie di scelte ragionevoli - e le buone intenzioni del Congresso “mondiale” rischiano di apparire un po’ inconcludenti e molto velleitarie. Non perché i problemi indicati, ripetiamo, non siano tali e non meritino soluzioni tanto ponderate quanto urgenti ­– sono i “contenuti” che anche il Papa attraverso il cardinale Parolin ha riconosciuto come validi – quanto per la modalità caotica, per i toni esacerbati, per la volontà di contrapposizione, per le scelte politiche tutte orientate soltanto sulla Lega (oltre a Giorgia Meloni), per la rappresentanza internazionale proveniente al 90 per cento dall’Europa sovranista dell’Est. E quando le modalità sono costruite da una serie così rilevante di fattori inquinanti, anche la sostanza finisce per esserne intaccata e per suscitare reazioni scomposte ed esagerate.

Alla sfilata dei 25mila “oppositori” di sabato ha fatto da contraltare stamattina la marcia delle famiglie voluta a conclusione della tre giorni del Congresso. Diecimila persone forse, in una prova di forza che non serve a nessuno, tantomeno ai problemi reali delle famiglie. Dall’una e dall’altra parte, beninteso, tanta gente per bene, motivata, davvero convinta di scendere in piazza per una scelta orientata al bene comune. Ma possibile che chi ha pensato tutto ciò non si sia reso conto di quante energie sprecate, quanto odio alimentato e custodito come benzina di un motore destinato a non portare da nessuna parte. Quando la famiglia, bene di tutti, culla accogliente di vita e di fragilità, cuore pulsante di amore tenero e inclusivo, tessuto prezioso di relazioni che per essere tali devono indurre ad aprire le braccia in una logica di misericordiosa solidarietà fuori e dentro le porte di casa, viene usata come vessillo identitario, come progetto di una parte politica contro un’altra, finisce per creare divisioni e per determinare fenditure profonde nel corpo sociale. Ma abusare del portato simbolico della famiglia e delle sue esigenze vuol dire non rendersi conto che in questo modo la salute già precaria dell’istituto familiare rischia un collasso drammatico.

E così è stato. Ora chi mai potrà concretamente realizzare tutte le infinite richieste arrivate dal Congresso di Verona? Non certo la politica italiana. Sabato sera è arrivato a stretto giro di posta l’altolà dell’altro vicepremier, Di Maio: “Nulla di quanto emerso a Verona è nel contratto di governo”. E quindi tutto rinviato a data da destinarsi. Forse a un’altra legislatura. Forse mai. Cosa resta concretamente alle famiglie dopo i tre giorni del Congresso mondiale? Uno sforzo organizzativo sicuramente importante, alcune migliaia di famiglie coinvolte, alcune buone proposte ribadite e rilanciate ma che, come detto, rischiano ora di essere parcheggiate nel vuoto dell’impossibile. Ma a Verona sono arrivati anche – ci sembra giusto ricordarlo - toni esagerati, tesi non sempre condivisibili, inutili contrapposizioni, scelte politiche internazionali che, come detto, non possono non indurre il sospetto di una regia superiore tutt’altro che trasparente, con una saldatura tra tradizionalisti americani e sovranisti dell’Est europeo che lascia disorientati e che non può non interrogare chi segue con passione e con speranza le sorti sociali e politiche della famiglia. Non parliamo delle circa 500 persone presenti ai lavoro dell’incontro veronese. E non ne mettiamo in discussione la buona fede e le corrette intenzioni. Ma dei milioni di nuclei familiari a cui, nelle varie città d’Italia, è giunta eco di questo evento, indotti a pensare che le questioni in campo a Verona fossero solo diatribe lontane, scontri ideologici, tradizionalisti contro progressisti.

Perché quando la politica prende spazio in modo così ingombrante com’è successo, difficilmente la famiglia “non schierata” sente che quella battaglia la riguarda da vicino. Avverte puzza di strumentalizzazione, è portata a pensare che dietro quello scontro ci siano altri obiettivi, forse disegni elettorali, forse voglia di protagonismo, desiderio di rivalsa, personalismi, piccole strategie di parte. Se la questione famiglia è diventata divisiva per lo stesso mondo dell’associazionismo è evidente che qualcuno ha sbagliato a dosare toni e parole, non ha avuto cura di costruire alleanze di pace ma solo piani di battaglia, ha messo da parte la possibilità di far convergere le energie su obiettivi condivisi per privilegiare scelte oltranziste ed estremiste. Non tanto nella sostanza, lo ripeteremo fino alla noia, quanto nella modalità, nelle sottolineature, nella scelta dei compagni di strada, nei simboli, negli interpreti di quell’impegno (alcuni tra quelli visti qui a Verona davvero problematici). Così la famiglia, da scuola di fraternità, è diventata trincea di divisioni. E abbiamo perso tutti.

https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/giornata-conclusiva-verona-congresso-famiglie

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