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Bari, immigrata aggredita da 6 donne e insultata dalla soccorritrice: "Se Salvini sventola bandiera dell'odio", di Silvia Dipinto

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 27/02/2019 08:02
Edith vive in Italia da trent'anni, stava tornando a casa dal lavoro a piedi quando ha incrociato un gruppo di donne che l'hanno prima insultata e poi picchiata: "Nessuno si è fermato ad aiutarmi, e il 118 è stato ancora peggio: dicevano mi stessi inventando tutto"...

Calci e pugni in testa e all'addome. Un'aggressione compiuta nel pieno del pomeriggio, poco prima delle sette, su una delle strade più trafficate della città da parte di diverse persone, senza che nessuno intervenisse a difesa della vittima. A denunciare l'episodio è la 47enne Edith Tro, ivoriana d'origine e barese d'adozione, in Italia da trent'anni, impiegata nel settore della ristorazione a bordo dei treni.

"Se Salvini sventola la bandiera del razzismo ad alta voce, chi prima era razzista ma aveva paura a farlo vedere, adesso non ha più timore e aggredisce, pensando di non essere mai punito" - denuncia - Edith è convinta che "il clima politico abbia influito molto", ritenendo di essere stata "aggredita in quel modo per il colore della pelle".

"Lo scorso mercoledì 20 febbraio tornavo a casa da lavoro a piedi nel sottopasso Duca degli Abruzzi, parlando al telefono - racconta la signora, madre di un ragazzo di 27 anni e di una bimba di 9 - quando ho dovuto chiedere più volte 'permesso' per superare un gruppo di cinque, forse sei donne di età compresa tra 25 e 50 anni, che parlavano in dialetto urlando". Di fronte alla mancata risposta, Edith Tro ha superato l'ostacolo scendendo dal marciapiede.

"Nel momento in cui ho oltrepassato le donne - la ricostruzione dell'episodio denunciato a Telebari e poi confermato a Repubblica dalla signora - ho sentito gridarmi contro una serie di insulti, come 'permesso il cazzo', 'tornatene nel tuo Paese', 'ti facciamo vedere noi, nera'. Appena mi sono voltata, è partito il primo pugno in faccia". Un colpo seguito da numerosi altri, soprattutto quando al branco si sono aggiunti due uomini, che non hanno risparmiato calci e pugni.

"Ero spiazzata, in trent'anni in Italia non mi era mai successa una cosa simile - dice Edith - Non sono una ragazza, quindi ne ho viste tante. Riconosco le battute che mi fanno al lavoro, quando mettono in dubbio che io possa essere stata assunta con un concorso. Ma sono persone isolate: dell'ira e della violenza del branco, invece, c'è da avere paura". La chiamata al 113 ha aizzato ancora di più gli aggressori, che sono scappati solo di fronte all'intervento di un benzinaio e di suo figlio, pare portando via il telefono cellulare della donna.

"Nonostante mi sia lanciata per strada, nessuno si è fermato ad aiutarmi - è il dispiacere di Edith - e la rabbia è cresciuta quando è arrivata l'ambulanza del 118, chiamata dai miei soccorritori. La donna a bordo, forse un'infermiera, ha messo in dubbio il mio racconto, insinuando che volessi andare in ospedale solo per godere dell'infortunio sul lavoro. Diceva che dovevo solo ringraziare se stavo lavorando. Se dicevo che avevo preso colpi dappertutto, mi rispondeva che non poteva mica farmi i raggi dalla testa ai piedi. Si è arrabbiata perché le ho detto che secondo me si trattava di un'aggressione a sfondo razziale, sostenendo che non potevo dirlo visto che anche gli immigrati parlano in dialetto".

Nel frattempo sul luogo dell'aggressione sono arrivati i figli di Edith. "Grazie all'insistenza di mio figlio grande mi hanno fatto tutti gli esami con codice rosso, visto che sono cardiopatica - si sfoga Edith - mentre la piccolina era in preda a una crisi di nervi, convinta che io fossi morta. Ci tengo a precisare che i miei figli sono italiani, nati qui, e tante mie amiche che mi stanno sostenendo sono baresi. Ma qualcuno viene fomentato a odiare, e stanno succedendo cose mai viste prime, anche da parte di chi dovrebbe avere una certa sensibilità come operatore sanitario". Edith Tro ora è a casa sotto osservazione. I carabinieri indagano sull'accaduto e la direzione del 118 ha avviato le sue verifiche.

https://bari.repubblica.it/cronaca/2019/02/26/news/bari_migrante_aggredia_da_otto_persone-220173323/

La «pedagogia nera» e la sua alternativa, di Daniele Novara

Quali messaggi sono sottesi a certi gesti, quali valori o disvalori vengono così veicolati in particolare ai più giovani? E quali possono esserne le conseguenze sullo sviluppo della loro personalità? «Che sia in galera un imprenditore che si è difeso e sia fuori un rapinatore in attesa di un risarcimento dei danni significa che bisogna cambiare le leggi. Cercheremo di fare di tutto perché stia in galera il meno possibile».

Sono state le prime parole del ministro dell’Interno Salvini all’uscita dal carcere di Piacenza, sabato 23 febbraio, dove è andato a esprimere la sua solidarietà ad Angelo Peveri un imprenditore condannato in via definitiva perché, con un dipendente, una notte del 2011 ha immobilizzato, sparato e ferito gravemente una persona ormai inerme, un cittadino europeo, un romeno residente in Italia, che aveva cercato di rubare del gasolio da un escavatore della sua ditta, più volte presa di mira dai ladri. Per Salvini un caso di legittima difesa. Per i giudici (ma anche secondo le ricostruzioni balistiche) il tentativo di farsi giustizia da sé. Per questa ragione, Angelo Peveri dovrà scontare 4 anni e mezzo di carcere (l’accusa è di tentato omicidio).

E il ministro dell’Interno non ci sta. Non c’è da stupirsi. Fatto salvo che non sono certo io a sostenere la detenzione come giusta punizione, non voglio neppure che sia difeso il diritto di uccidere. È solo l’ultimo episodio che vede Matteo Salvini affermare uno stile, una visione del mondo, che va ben oltre una generica linea politica e si concretizza, nei gesti, nel linguaggio perfino nell’abbigliamento, in una vera e propria pedagogia nera. Quella descritta dalla psicoanalista svizzera Alice Miller in saggi come 'La persecuzione del bambino', una pedagogia basata sulla paura e sulla mortificazione, che infonde nei bambini il senso della loro colpevolezza e cattiveria, li rende fragili, dipendenti.

Una pedagogia della paura perché questa è la linea politica: paura del diverso, dello straniero, di chi ha la pelle nera; bisogno di possedere e usare un’arma, chiusura dei porti ai poveracci e dei centri di accoglienza ai senza potere: sono tutte diverse declinazioni di quest’unica, perversa, pedagogia che, purtroppo, sta avendo molta presa sulle giovani generazioni. Ecco perché noi adulti dobbiamo fermarci a riflettere sul fatto che considerare le armi 'la base della sicurezza' o ritenere un 'diritto' quello di uccidere un ladro, sono due convinzioni che ci fanno precipitare indietro nel tempo, ci fanno tornare dritti all’epoca dei duelli. Generando mancanza di lucidità e di pensiero critico. Non solo. Si tratta di una visione che affonda le sue radici nella più retriva cultura patriarcale, maschilista, dispotica.

Non a caso diversi esponenti del partito di Salvini si sono distinti per le loro dichiarazioni sessiste, anch’esse figlie di questa stessa mentalità, che rifugge dalle differenze e che, per sostenersi, ha bisogno di trovare sempre nuovi nemici. Gli stranieri, quelli con la pelle nera, i romeni, i cinesi, le donne, i rom, gli omosessuali e così via. Matteo Salvini, che stupido non è, ricorre a questa filosofia perché sa che la caccia al nemico è un tema forte, che unisce, compatta. E attira gli elettori. Purtroppo, però, rischia anche di segnare le menti dei più giovani, ragazze e ragazzi che stanno crescendo, quindi meno strutturati e, per via dell’età, già fisiologicamente propensi a vedere le cose in modo un po’ estremo, 'bianco o nero'. Salvini semplifica, e le semplificazioni piacciono, un po’ come nei videogiochi, dove è sempre molto chiaro chi sono quelli da distruggere.

Oggi, nel nostro panorama politico, sono stati via via sdoganati i peggiori comportamenti della natura umana, ci si fa vanto di sparare sentenze a raffica, di attaccare questo o quello, di 'cantarle chiare', urlare, aggredire. Ripeto: è una pedagogia nera, contro la quale opporsi con forza. Come? Non con un eccesso di mitezza. Ma opponendo resistenza, rigore civile e morale, e aiutando le giovani generazioni a cogliere le sfide del nostro tempo, anziché averne paura. Contribuendo tutti a una società in cui si parlano più lingue, dove culture diverse entrano in contatto e si mescolano dando origine a nuove espressioni culturali, dove possano convivere religioni diverse, nel rispetto delle donne e dei bambini. I giovani non devono avere paura del futuro.

E non devono temere i conflitti, che sempre si generano nell’incontro tra diversi. Educatori, genitori, e insegnanti possono contrapporre al pensiero unico della pedagogia nera la capacità di gestire le contrarietà e viverle come sfide, opportunità, occasioni di crescita, apprendimento e felicità. In una parola, dobbiamo sforzarci di imparare, tutti insieme, una nuova cittadinanza.

Pedagogista*

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-pedagogia-nera-e-la-sua-alternativa

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