Tu sei qui: Home / Meditando / In articoli e commenti, scelti da noi / Autoritarismi alla riscossa, di Ugo Tramballi

Autoritarismi alla riscossa, di Ugo Tramballi

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 15/07/2019 10:03
I segni d’ignoranza della Storia si moltiplicano sempre di più. È sempre più forte la tentazione di ripetere l’esperienza autoritaria come mezzo per risolvere rapidamente problemi complessi…

E' bello che il Premio Strega di quest’anno sia andato a “M – Il figlio del secolo” di Antonio Scurati, che racconta la violenza del fascismo fin dal suo primo vagito. Serviva un po’ di conforto a chi crede ancora all’utilità della democrazia liberale. Ancora di più, il libro servirà a insegnare alle generazioni più recenti cosa fu davvero il fascismo.

I segni d’ignoranza della Storia si moltiplicano sempre di più. È sempre più forte la tentazione di ripetere l’esperienza autoritaria come mezzo per risolvere rapidamente problemi complessi che invece richiedono tempo e consenso (crisi economiche, disoccupazione giovanile, impatto delle tecnologie, migrazioni, deficit, confronto politico). Se diamo uno sguardo alle vicende internazionali, i più attivi nel tentare di mutare le geopolitiche note sono i paesi illiberali.

Un paio di settimane fa, prima del vertice G20 in Giappone, era stato Vladimir Putin a palesare l’offensiva autoritaria in corso da anni: la democrazia liberale è un sistema di governo “obsoleto”, aveva detto in un’intervista al Financial Times. Lo dice lui che, per uscire dalla palude sovietica nella quale stagnava il suo grande paese, ha ripristinato il modello nazionalista e reazionario zarista. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Matteo Salvini nel cui guardaroba non mancano le felpe con scritto “Putin”.

Nell’attesa che ci dica se ritiene superato il modello democratico nel quale vive e opera, segnali preoccupanti vengono dal governo giallo-verde del quale Salvini è uno dei leader. Oltre ad avere impedito alla Ue di prendere una posizione comune contro il Venezuela di Nicolàs Maduro, siamo l’unico paese occidentale che invoca la fine delle sanzioni alla Russia e l’unico a essere entrato nella Via della Seta cinese.

Nell’entusiasmo che la visita di Putin a Roma ha suscitato nel premier Giuseppe Conte, in molti imprenditori, in numerosi giornali e televisioni, nessuno si è chiesto perché la Ue avesse deciso quelle sanzioni. Nessuno ha parlato dell’aggressione all’Ucraina né dell’annessione militare della Crimea. Era come se gli altri paesi europei si fossero divertiti a imporre quelle dolorose sanzioni per punire l’innocente Putin e, naturalmente, l’economia italiana.

Contenti di aver venduto a Xi Jinping le arance siciliane, nessuno si era nemmeno chiesto se nella Via della Seta si nascondesse qualche tranello geopolitico; né si era domandato perché gli altri paesi occidentali non avessero preso impegni così vincolanti col regime che risolve i problemi con la sua minoranza etnico-religiosa degli uiguri, rinchiudendo nei lager centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini.

Anche per l’Italia è importante avere buoni rapporti con un gigante politico come la Russia e uno economico come la Cina. Ma se non per una forma di attrazione per sistemi illiberali che affrontano e spesso risolvono i loro problemi senza il fardello di minoranze politiche, sindacati e stampa libera, perché impegnarci così? Senza promettere a Putin di battersi contro le sanzioni, senza aderire al geniale ma megalomane progetto di Xi, i nostri partner europei intrattengono con quegli autocrati rapporti politici più profondi del nostro. Ed economicamente fanno affari più vantaggiosi dei nostri.

Nella parata globale degli autocrati alla riscossa non poteva mancare il Caro Leader Donald J. Trump, 45° presidente degli Stati Uniti. Di parata vera si è trattato, il pomeriggio del 4 di luglio sul Mall e davanti al Lincoln Memorial di Washington. Il militarismo è sotto pelle in ogni cittadino americano con ogni presidente; seppur raramente, veicoli e aerei militari avevano già sfilato in passato; a Parigi e a Roma i soldati marciano nel tripudio popolare anche quando governano i socialisti.

Ma a parte qualche film di Hollywood, l’Independence Day è sempre stata una festa di popolo e contemporaneamente di ogni individuo. Forse perché l’eccezionalismo del paese con la sua presunzione di perseguire la felicità (non di garantirla, come promettono le autocrazie, ma di provare a raggiungerla: non è una differenza da poco), si fonda sulle libertà individuali.

Ed ecco che arriva Trump a trasformare il 4 di luglio in un’arrogante parata putiniano-cinese di potenza militare. Un discorso di 47 minuti, “La nostra nazione non era mai stata forte come adesso”, “Per gli americani niente è impossibile”. Più un’apertura di campagna elettorale che una festa nazionale. I fuochi d’artificio, esplosi a sera da El Paso al New England, hanno fatto tornare la festa alle sue tradizioni più popolari e democratiche.

Ma i tempi sono duri per tutti coloro che pensano “M” sia solo un romanzo storico. Ai nostri giorni per cambiare le regole democratiche non servono più stivali, bastoni e balilla. A fine giugno la Corte Suprema americana a maggioranza repubblicana ha negato alle corti federali il diritto di agire contro il jerrymandering: l’abitudine dei governatori repubblicani di modificare i confini dei distretti elettorali, quando la maggioranza degli elettori diventa democratica. “Buona notte e buona fortuna” diceva Ed Murrow alla fine del suo talk show sulla CBS, ai tempi del maccartismo: in fondo non così tanto tempo fa.

“Se ripeti una falsità abbastanza spesso, la gente vi crederà e anche tu stesso finirai col crederci”, scriveva un famoso falsificatore tedesco del XX secolo nel suo best seller intitolato Mein Kampf. All’ultimo G20 giapponese mi ha fatto un certo effetto – meglio dire che faceva male -vedere Donald Trump e Vladimir Putin, due mistificatori dei nostri tempi, ridere insieme del problema vero delle false notizie.

Durante l’Independence Day, il presidente Trump aveva trasformato la festa degli americani in un’occasione per manifestare un ego smodato. Come è noto, fra i 44 predecessori si ritiene secondo solo a George Washington. Il suo discorso è durato 47 minuti, un tempo più consono alle “Mesas Redondas” di Fidel Castro che a un presidente degli Stati Uniti. Nel discorso forse più importante della storia americana, il “Gettysburg Address”, ad Abraham Lincoln bastarono due minuti e 20 secondi, e 271 parole, per lavorare attorno all’idea “di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo”.

Probabilmente per la lunghezza del messaggio, a qualcuno sarà sfuggito che il presidente Trump ha spiegato agli americani come, verso la fine del XVIII secolo, i loro antenati male armati riuscirono a battere la superpotenza britannica di allora: “Presero il controllo degli aeroporti”. Il primo atto di guerra della Rivoluzione americana fu la battaglia di Lexington, 1775; l’ultima Yorktown, 1781. Wilbur e Orville Wright fecero volare il loro biplano nel 1903. Probabilmente quello di Trump non voleva essere il tentativo di cambiare la storia dell’aviazione con una notizia falsa: era solo incompetenza. Ma l’ignoranza di un leader è ancora più pericolosa di una fake news: porta rapidamente all’autoritarismo.

È comunque assodato che la falsificazione della realtà sia l’arma preferita e più efficace della riscossa autoritaria. Tuttavia, nell’evoluzione della specie illiberale, siamo arrivati a un punto più sofisticato della semplice balla: siamo al regime autocratico che legifera contro le notizie false per corroborare e legalizzare la bugia come strumento del suo potere. Neanche George Orwell ci era arrivato.

Lo scorso maggio a Singapore, la città-stato nella quale i diritti civili non sono guardati con favore – eccetto la libertà di diventare ricchi – ha approvato una legge contro le fake news. Sarà punito con pene fino a 740mila dollari e 10 anni di reclusione chi fa circolare false notizie che “possono seminare divisioni nella società e minano la fiducia nelle istituzioni”. Fra gli oggetti di reato ci sono anche le “notizie maliziose che danneggiano gli interessi di Singapore”.

La legge, dice Amnesty International, “criminalizza la libertà di parola e concede al governo un potere quasi senza restrizioni di censura del dissenso”. La nuova norma “non fornisce alcuna reale definizione di ciò che è vero o falso né, ancora più preoccupante, cosa sia ingannevole”. Ma nel parlamento dominato dal People’s Action Party al potere, sono bastati due giorni di dibattito per approvare la legge. I capitalisti illiberali di Singapore non sono i primi e non saranno gli ultimi: la festa è solo incominciata.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/autoritarismi-alla-riscossa-parte-ii-23481

Azioni sul documento
  • Stampa
I nostri amici stranieri

Cercasi un fine organizza degli incontri settimanali di dialogo tra culture e insegnamento della lingua italiana per stranieri.

Maggiori info >>>

centro di ascolto.jpg

Associandoci

logo-barchetta.jpg
Cercasi un fine
è insieme un periodico, un’associazione onlus, di promozione sociale, iscritta all’albo regionale della Puglia, fondata nel 2008, con attività che risalgono a partire dal 2002 e una rete di scuole di formazione politica. Vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.

Una presentazione sintetica delle nostre attività la trovi nel video qui 

altre info su

presentandoci
cercasi una casa
sostenendoci

con carta di credito o PayPal

Leggendo il giornale

Cercasiunfine_115_Pagina_01.jpg

E' in distribuzione Cercasi un fine n. 115
(2019 - Anno XIV)

quadratino rosso Tema: Ambiente

Scrivendo per il giornale

Se volete scrivere per il giornale:
direttore@cercasiunfine.it


  Il 116 è sulla COPPIA (cosa vuol dire oggi essere "coppia"? Quali i ruoli nella coppia? Cos è la fedeltà nella coppia?) in preparazione.

 listing Il 117 è sul RAZZISMO (Dove nasce il razzismo? Cosa ci fa diventare razzisti? C'è il razzismo nella Chiesa?),  testi da inviare entro il 15 ottobre 2019.

 listing Il 118 è sull'ECONOMIA CIVILE (Cosa è l'economia civile? I Pro e i Contro di questo modello? Dove è applicato e come?)  testi da inviare entro il 15 novembre 2019.

 listing Il 119 è sul DIALOGO INTERRELIGIOSO  (Quanto abbiamo paura delle altre religioni? Le religioni dialogano tra di loro? Qual'è la finalità del dialogo? Cos'è il fondamentalismo religioso?)  testi da inviare entro il 31 gennaio 2020.

 listing Il 120 è sui DOVERI (si parla spesso di diritti: e i doveri? Cosa intendiamo per doveri? Esistono gruppi, culture e religioni che danno seria testimonianza sui doveri? Come educare ai doveri?)  testi da inviare entro il 15 marzo 2020.


Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo. Accettiamo anche contributi in altre lingue.