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Aneliti di giustizia, di Pietro Urciuoli

creato da D. — ultima modifica 15/09/2015 09:49
La partecipazione di papa Francesco alla manifestazione contro le mafie promossa da Libera nei giorni scorsi è un altro degli eventi che caratterizzano questo inizio di pontificato. Così come il viaggio a Lampedusa o la visita al centro Astalli questo gesto è il suo modo per dare in prima persona l’esempio di quella Chiesa che ha in mente: “Chiesa ospedale da campo”, “Chiesa in uscita”, “Chiesa povera e per i poveri”, “Chiesa verso le periferie esistenziali”...

La partecipazione di papa Francesco alla manifestazione contro le mafie promossa da Libera nei giorni scorsi è un altro degli eventi che caratterizzano questo inizio di pontificato. Così come il viaggio a Lampedusa o la visita al centro Astalli questo gesto è il suo modo per dare in prima persona l’esempio di quella Chiesa che ha in mente: “Chiesa ospedale da campo”, “Chiesa in uscita”, “Chiesa povera e per i poveri”, “Chiesa verso le periferie esistenziali”, come ripete ormai quotidianamente.

È una rivoluzione vera, questa, non di facciata. E uno dei tanti aspetti di questa rivoluzione è il riconoscimento dell’impegno di tante persone, chierici e laici, che in una Chiesa così hanno sempre creduto ricevendo, invece, dalle istituzioni ecclesiastiche, più diffidenza che sostegno. Don Ciotti è uno di questi. Le sue parole - «Quanti silenzi in passato dalla Chiesa!» - non sono meno dolorose dell’elenco interminabile delle vittime innocenti della mafia. Ma adesso queste parole trovano finalmente qualcuno disposto ad ascoltarle e a farsene carico per riprendere la strada giusta.

Qualche giornale ha scritto che incontrando don Ciotti papa Francesco ha riabilitato i “pretacci”. Sicuramente, ma credo che forse occorra essere po’ più cauti, c’è ancora tanta strada da fare in proposito: già, perché i problemi della Chiesa sono di vario tipo e vi sono anche vari tipi di “pretacci”.

Quello della giustizia sociale è un tema da sempre centrale nella vita della Chiesa, fin dalle sue origini, fin dalle prime comunità cristiane; da sempre la Chiesa sa che il suo posto è a fianco degli oppressi e non degli oppressori. Il “pretaccio” di turno denuncia l’ipocrisia di una Chiesa che alle belle parole non fa seguire fatti concreti, che non va oltre retoriche dichiarazioni di principio, assumendo invece atteggiamenti omissivi se non addirittura conniventi con la criminalità. Quello che denuncia il “pretaccio” è un problema di prassi più che di dottrina.

Ma quello della giustizia sociale non è certo l’unico problema della Chiesa. Ad esempio, ci sono problemi di natura teologica e pastorale e le risposte fornite al Questionario sulla famiglia lo dimostrano: il popolo di Dio ormai vede la Chiesa istituzionale come una struttura arroccata in se stessa e che pretende di entrare nelle coscienze delle persone in virtù di incomprensibili alchimie teologiche. Il “pretaccio” di turno fa opera di educazione, divulgazione e coscientizzazione su argomenti come il potere del papa, il coinvolgimento dei laici e delle donne nel governo della Chiesa, la libertà di ricerca teologica, la libertà di coscienza dell’individuo, le questioni etiche e politiche, la pastorale familiare, la morale sessuale e via di seguito. Quello che denuncia il “pretaccio”, in questo caso, è un problema di dottrina più che di prassi; questi temi, difatti, veicolano questioni ecclesiologiche di importanza capitale che mettono in discussione la stessa ragion d’essere della Chiesa istituzionale.

Pertanto, se i “pretacci” del primo tipo sono figure scomode per l’istituzione, quelli del secondo tipo forse lo sono ancora di più.

In conclusione e per dirla tutta: abbiamo visto papa Francesco abbracciare don Ciotti, lo vedremo fare altrettanto con Giovanni Franzoni? L’abbraccio con il primo ha riabilitato quanti lottano per una Chiesa più coerente e coraggiosa nella denuncia dell’ingiustizia e dell’oppressione. Un abbraccio con il secondo riabiliterebbe quanti desiderano una Chiesa più di periferia che di centro, più di base che di vertice, più di spirito che di legge, più di servizio che di potere; non un’altra Chiesa ma una Chiesa “altra”, come si usa dire. Vedremo questo abbraccio, quindi? Chissà. Diamo tempo al tempo e speriamo in bene.

 

 

Pietro Urciuoli, 28 marzo 2014, ecclesiaspiritualis.blogspot.it

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