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Andreotti: “Quando Moro gli scrisse: non sarai mai De Gasperi”, di Miguel Gotor

creato da Denj — ultima modifica 17/09/2015 11:29
Andreotti si inscrive a pieno titolo dentro una tradizione di realismo politico di origine cattolico controriformata e, in particolare, nella specifica variante della dottrina della ragion di Stato ecclesiastica, di cui è stato l’ultimo interprete novecentesco, il più abile e raffinato. Chi sa non parla e chi parla non sa...

Andreotti si inscrive a pieno titolo dentro una tradizione di realismo politico di origine cattolico controriformata e, in particolare, nella specifica variante della dottrina della ragion di Stato ecclesiastica, di cui è stato l’ultimo interprete novecentesco, il più abile e raffinato. Chi sa non parla e chi parla non sa, giacché si è schiavi delle parole e padroni dei propri silenzi: questi sono stati i due principali comandamenti cui Andreotti ha affidato il segreto di un’eccezionale resistenza dentro i meccanismi del potere nazionale.

Ma a cosa si deve questa speciale capacità di durata? Anzitutto all’essere stato, prima che un uomo di governo italiano, un politico vaticano e romano, una sorta di cardinale rinascimentale interprete di un mondo e di una saggezza millenari capaci di unire e di mediare tra il senso di una missione universale e un fascio apparentemente inestricabile di interessi particolari. E non poteva che essere la Città del Vaticano il luogo in cui un Andreotti poco più che ventenne, mentre attendeva a una ricerca erudita sulla storia della marina pontificia, conobbe Alcide De Gasperi, allora impiegato della Biblioteca Vaticana. Il grande trentino aveva in testa un progetto di vasto respiro, quello di superare il popolarismo sturziano fondando un nuovo partito interclassista democratico e cristiano, e seppe riconoscere in quel giovane dalle modeste origini, ma dalla viva intelligenza, una disponibilità a seguirlo, rappresentando tutto ciò che il cattolico mitteleuropeo De Gasperi, per nascita, per cultura e per inclinazione, non poteva e non sapeva essere: la deferenza curiale verso l’autorità pontificia, la capacità di muoversi dentro una città che continuava a essere anche quella del papa, la disponibilità a usare la religione per fini politici, il candore della spregiudicatezza.

In secondo luogo, è stato importante il fatto che Andreotti abbia occupato più volte e per lunghi periodi, dalla fine degli anni Cinquanta e sino al 1974, un ganglio vitale in qualsiasi sistema di potere, ossia il ministero della Difesa. Questo ruolo lo ha portato a essere un punto di riferimento per una parte significativa dei servizi segreti militari, ma anche a stringere solidi rapporti con l’amministrazione statunitense, con il corpo duraturo dei funzionari del dipartimento di Stato e della Cia, che di volta in volta lo hanno scelto come interlocutore privilegiato. E non perché Andreotti fosse «l’uomo degli americani», ma perché gli americani hanno riconosciuto in lui una speciale capacità di rappresentare pienamente il Paese, persino negli stereotipi attraverso i quali sono abituati a guardarci. L’impressione è che Andreotti abbia costituito un centro di equilibrio imprescindibile nel sistema di potere repubblicano, quello di segnalare l’accensione di una sorta di allarme, il limite oltre il quale il satellite Italia non avrebbe potuto spingersi nella definizione della propria autonomia nel quadro dell’Alleanza atlantica: l’estremo argine prima dello straripamento, il luogo dove i flutti si ingorgano, l’estremo filtro prima del baratro del golpe. Non a caso Andreotti ha saputo dare il meglio di sé nella politica estera, in qualità di presidente del Consiglio e di ministro, garantendo la scelta atlantica ed europeista dell’Italia e coltivando la vocazione mediorientale del Paese, non il prodotto di una scelta, ma di un necessitante posizionamento geografico, che ha reso indispensabile lo sviluppo di quella direttrice geo-politica per garantire l’approvvigionamento energetico della nazione.

Infine egli ha avuto la capacità di essere un uomo di cerniera dentro il sistema politico, disponibile a ogni tipo di alleanza, dalla destra estrema ai comunisti nella stagione della solidarietà nazionale, pur di conservare se stesso come perno e garante di quegli accordi. Per vocazione e per scelta ha avuto la capacità di posizionarsi quasi sempre all’incrocio tra i lembi delle due cesure, quella antifascista e quella anticomunista, senza appartenere mai a nessuna di esse sino in fondo, ma in questo modo cogliendo l’espressione di un volto moderato, profondo e radicato dell’abito politico e civile italiano che ha trovato a lungo nella Dc l’interpretazione elettoralmente più seducente fin quando la logica internazionale dei blocchi ne ha giustificato l’esistenza.

Tuttavia è significativo che la Dc, con la saggezza che ha contraddistinto gran parte della sua storia, non abbia mai voluto consegnare ad Andreotti le chiavi del partito, eleggendolo segretario. Allo stesso modo gli è sempre sfuggita l’agognata carica di presidente della Repubblica, a dimostrazione che anche l’intero sistema repubblicano ha guardato alla sua parabola politica con una diffidenza non inferiore alla disponibilità con cui ha riconosciuto le sue qualità politiche. A partire dagli anni Novanta, la stagione dei processi per reati gravissimi, quali l’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli e i rapporti con la mafia, ha rivelato tutta la lungimiranza di quella scelta. A prescindere dagli esiti giudiziari assolutorii, che per quanto riguarda le accuse di mafia hanno portato a una sentenza così insoddisfacente sul piano dell’onorabilità politica che lo stesso imputato ha vanamente provato a riformare, quei processi hanno rivelato una spregiudicatezza nella gestione della cosa pubblica che giustifica ampiamente le resistenze che hanno impedito più volte ad Andreotti di raggiungere il traguardo più alto. Del tempo amaro e doloroso della repentina caduta nel 1993 colpisce la dignità con cui egli ha saputo affrontarla, difendendosi dentro il processo senza mai sottrarsi a esso e aspettando il suo destino, ossia la risposta di quella giustizia terrena certo imperfetta, ma che in fondo egli considerava l’ombra di un giudizio superiore più grande.

La gestione del sequestro di Aldo Moro e dei suoi scritti dalla prigionia, vale a dire il modo ostruzionistico con cui da presidente del Consiglio interpretò la linea della fermezza e in cui si scontrò duramente con Paolo VI, resta la zona più buia della sua attività politica, tanto che suonano come un tragico epitaffio le frasi con cui il prigioniero, mentre lo ricordava in quei giorni «indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria», volle immortalarlo nel memoriale: «Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. Lei ha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da Lei. Ma Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell’insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un po’ più, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia». Siamo certi che non sarà così, ma, proprio per questo motivo, tali parole continueranno a pesare come un macigno nell’elaborazione di un equanime giudizio storico sulla sua persona.

 

fonte: La Repubblica, 07.05.2013;

http://miguelgotor.italianieuropei.it, 08.05.2013

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