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Amos Oz, l’importanza del saggio contro il fanatismo tra i libri di un grande romanziere, di Pierluigi Battista

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 29/12/2018 11:01
Dopo Philip Roth, il 2018 si prende un altro gigante della letteratura mondiale: la cui grandezza è paradossalmente resa dal suo scritto meno letterario: «Cari fanatici»…

Mentre piangiamo, con la morte di Amos Oz, la scomparsa di uno scrittore straordinario, mentre registriamo sgomenti la crudeltà di un anno che si è portato via due vette della letteratura mondiale come Oz e Philip Roth, sarebbe il caso di ricordare che la grandezza somma di Amos Oz, ciò che lo ha reso un interprete sottile della sensibilità morale contemporanea e persino del pensiero politico, è rappresentata da uno scritto apparentemente «saggistico», il meno letterario di tutte le opere di Oz: «Cari fanatici».

Oz ha voluto entrare nel cervello, nel cuore, nelle vibrazioni profonde che agitano il fanatico: il fanatico di tutti i tempi, il fanatico del mondo moderno. Non lo demonizza, non ne fa la caricatura del Male, ma ne svela le pieghe più impensabili attraverso l’arma della letteratura. Un’arma devastante, lucida, penetrante. Lo scopo del suo libro, ma in fondo questo progetto è presente nelle pagine di tutti i suoi libri migliori, a cominciare da «Una storia d’amore e di tenebra», è stato così formulato: «Immaginare il mondo interiore, le idee e anche le emozioni dell’altro da sé: farlo pure nel momento dello scontro». Farlo sempre: immaginare non è un esercizio della fantasia sbrigliata, è mettersi al posto di chi ti odia, interpretarne ogni trasalimento omicida, lasciarsi scottare dal fuoco devastatore che gli sta consumando l’anima. Immaginare per capire. Per capire cosa muova un essere umano alle peggiori abiezioni allo scopo di morire per un assoluto che lui vive come il «Giusto», per capire cos’è la devozione disumana a un’Idea non negoziabile che porta ai peggiori massacri, allo sterminio, alla persecuzione di chi è vissuto come il Nemico da abbattere, sradicare, annientare, singolarmente e in massa.

Oz ha vissuto in Israele, in una terra che di quel fanatismo è teatro permanente. Era ebreo, bersaglio primo del fanatismo omicida. Sapeva di cosa parlava e parlava per mettere in guardia gli esseri umani dall’orrore della deriva fanatica. Le sue parole ci mancheranno per sempre.

https://www.corriere.it/cultura/18_dicembre_28/amos-oz-l-importanza-saggio-contro-fanatismo-libri-un-grande-romanziere-feaf54e2-0ab6-11e9-807b-d85edec6e72a.shtml

 

Uno Stato palestinese è garanzia per Israele, di Amos Oz

L’alternativa è una dittatura dei fondamentalisti ebraici o un unico Paese in mano araba che ucciderebbe il sogno sionista...

 

Iniziamo dalla cosa più importante, una questione di vita o di morte:
Se non ci saranno due Stati, ce ne sarà solo uno;
Se ce ne sarà uno solo, sarà arabo;
Se sarà arabo, chissà quale sarà il futuro dei nostri e dei loro figli.
Uno Stato arabo, quindi, dal mare al fiume. Non uno stato binazionale, poiché gli stati bi e multinazionali (tranne l’eccezione Svizzera) non hanno un futuro promettente: difatti tendono a frantumarsi o a dissanguarsi fino all’annientamento.

E difatti, immaginare che palestinesi e israeliani, che si sono inflitti finora reciprocamente tante e tali sofferenze, siano disposti all’improvviso a voltar pagina e ad accogliere una pacifica ed equa convivenza, appare a dir poco una chimera. Dopo un’eventuale separazione, in un futuro lontano, potrebbero anche adottare una qualche forma di cooperazione, ma non prima che i palestinesi abbiano avuto modo di sperimentare la libertà e la dignità che - come ben sappiamo - scaturiscono dall’indipendenza. Pertanto, esclusa la realtà di due Stati, e relegato al dominio della fantasia l’ipotesi del binazionalismo, ecco che avanza minacciosa la prospettiva di un unico Stato arabo in grado di cancellare il nostro sogno sionista.

Nel tentativo di arginare una visione così funesta, questa terra - dal fiume Giordano al mar Mediterraneo - potrebbe essere governata da una dittatura di fondamentalisti ebraici, caratterizzata dal fanatismo razziale e capace di imporre la sua volontà sia alla maggioranza araba che all’opposizione ebraica. Come si è visto in gran parte delle dittature delle minoranze nell’era contemporanea, anche questa non durerà. Dovrà fare i conti con il boicottaggio internazionale, assistere a bagni di sangue interni, o entrambe le cose, finché non sarà costretta a cedere davanti all’inevitabile: uno Stato arabo dal fiume Giordano al mar Mediterraneo.

E la soluzione dei due Stati? Molti di noi, che appoggiano questa prospettiva, sostengono che l’attuale conflitto non può trovare soluzione in altro modo. Ai loro occhi, Yasser Arafat era troppo forte e intransigente, ma il suo successore Mahmoud Abbas (Abu Mazen), uomo ponderato e ragionevole, è troppo debole. Pertanto si manterrebbe in vita l’opzione dei due Stati tramite un’operazione di «gestione del conflitto». Ma ahimè, solo l’estate scorsa abbiamo vissuto sulla nostra pelle il significato di questa «gestione», che ci condanna alla prossima Guerra del Libano, e a un’altra ancora; alla prossima Guerra di Gaza, e a tutte le successive; come pure alla terza, quarta e quinta Intifada a Gerusalemme e in Cisgiordania, combattute nelle nostre strade. Il collasso inevitabile dell’Autorità palestinese vedrebbe l’emergere di Hamas o di un successore ancor più estremista, mentre tutti sarebbero testimoni di un’infinità di morti da una parte e dall’altra. Questa è la realtà della «gestione del conflitto».

Infine, l’idea di una possibile risoluzione del conflitto merita uno sguardo più approfondito: da un centinaio di anni a questa parte, non c’è stato un momento più favorevole alla fine delle ostilità come oggi. Non che i nostri vicini si siano convertiti al Sionismo, né abbiano di colpo accettato il nostro diritto a questa terra. Il motivo invece sta nel fatto che i principali attori politici della regione - Egitto, Giordania, Arabia Saudita, gli altri Stati del Golfo e del Nord Africa - si ritrovano ad affrontare una minaccia di gran lunga più imminente e catastrofica a lungo termine rispetto a Israele. Per alcuni di loro, l’Iran è al vertice nella classifica delle forze del male. Per altri, questa minaccia si chiama Isis. Ma sia Teheran che l’Isis sono la causa delle molte notti insonni in tutte le capitali del Medio Oriente, e su questo sfondo oggi Israele appare come parte della soluzione, se solo la collaborazione con noi fosse legittimata e rafforzata con la fine dell’occupazione dei Territori palestinesi e con il riconoscimento delle aspirazioni dei palestinesi verso uno Stato proprio.

Dodici anni fa ci è stata proposta l’Iniziativa saudita per la pace, in seguito sottoscritta (con qualche modifica) anche dalla Lega araba. Non suggerisco di adottarla a occhi chiusi, ma certamente vorrei che venissero coinvolti i sauditi ed altri partecipanti in una discussione sui nostri dubbi e le nostre riserve. Una nostra risposta condizionata, ma positiva, a questo rovesciamento storico dell’antica posizione araba di rifiuto e chiusura totale sarebbe altamente auspicabile, e spalancherebbe la porta alla collaborazione sia sulla proposta dei due Stati che sulla sicurezza regionale.

La verità ineluttabile - per quanto controversa - è che la Guerra dei sei giorni, nel 1967, ha segnato la nostra ultima vittoria decisiva. Da allora, nessun risultato ottenuto può essere considerato una vittoria, perché in guerra il vincitore non è necessariamente colui che infligge le distruzioni peggiori, ma colui che ottiene il suo scopo. Non avendo fissato alcun obiettivo politico per le guerre più recenti, non abbiamo potuto né aspettarci né dichiarare vittoria, e l’assenza di obiettivi è il riflesso di una realtà in cui nessuno dei nostri obiettivi nazionali è più raggiungibile con la forza. Con questo non intendo dire che la forza militare sia ormai inutile. Anzi, essa è essenziale alla nostra stessa sopravvivenza. Fin troppo spesso ci ha protetto dall’annientamento, ed è servita sia come deterrente, ma anche per sconfiggere tutti i nostri avversari laddove la deterrenza è fallita. La forza militare ha svolto egregiamente i suoi compiti. Ma non confondiamo la legittima autodifesa - dove non possono esserci compromessi - con l’illusione di imporre con la forza la nostra volontà politica sugli altri. È questa la realtà dei limiti della forza militare, com’è stato dimostrato a più riprese negli ultimi decenni, ed è per questo che sono giunto alla conclusione che la cosiddetta «gestione del conflitto» è la ricetta di nuove sventure. Essa è destinata a fallire e dovrebbe, anzi, cedere il passo a uno sforzo sincero e duraturo verso la soluzione del conflitto.

Fin troppi israeliani si sono convinti che basta utilizzare un bastone più grosso e far mostra di maggior risolutezza per «educare» gli arabi a sottomettersi alla nostra volontà. Tuttavia, nel centesimo anniversario di questo concetto fasullo, davanti alla prova schiacciante che il nostro bastone sempre più grosso si rivela ogni volta inadeguato, è giunto il momento di riconoscere l’arroganza e la futilità del voler «convincerli della nostra supremazia».

Eppure, la nostra politica è ancora concepita per imporre la nostra volontà con l’uso della forza. Di conseguenza, in Cisgiordania, l’Autorità palestinese è sul punto di crollare da un momento all’altro, sbattendo la porta su importanti operazioni di coordinamento per la sicurezza e lasciandola invece spalancata a Hamas e ad altri gruppi di estremisti pronti a occupare gli spazi lasciati liberi.

I coloni e i loro sostenitori in patria e all’estero ripetono che questa terra è nostra per diritto. E quale sarebbe questo diritto? Non hanno ancora capito che il mondo - tra cui la maggioranza degli Stati arabi - riconosce il nostro diritto allo Stato di Israele all’interno della «linea verde» ma respinge senza mezzi termini la nostra occupazione dei restanti territori? Che riconosce il diritto dei palestinesi ad uno Stato accanto al nostro, ma respinge ogni pretesa di ampliamento?
Questi coloni, molto simili in questo alla loro controparte estremista tra i palestinesi, sembrano aver dimenticato che i diritti - per quanto divini - se privi di legittimità internazionale devono restare confinati alle sacre scritture, non entrare a far parte del programma di governo. Quando vantano il diritto esclusivo alla Terra di Israele si rifanno al precetto religioso di non cedere un palmo di terra, e quando pretendono di modificare la normativa che regola la Spianata delle moschee non si curano affatto dei sentimenti di quanti ne condividono la sacralità. Ai loro occhi, offendere 200 milioni di arabi è solo una prova di forza per scatenare lo scontro con un miliardo di musulmani in tutto il mondo.

Allora io chiedo: quando reclamiamo il diritto di pregare sulla Spianata delle moschee, siamo disposti a rinunciarvi finché non verranno raggiunti gli accordi e che la questione non sia più fonte di divisioni e scontri? A coloro che intendono scatenare una guerra di religione sulle modalità di preghiera io dico: non nel mio nome. Non nel nome dei miei figli, dei miei nipoti, non nel nome di tutti i miei cari e di tutti coloro che sono d’accordo con me.

É sorprendente come persino la provocazione nei confronti degli arabi e dei musulmani non sembri soddisfare il loro appetito. Oggi assistiamo al tentativo di dettare le scelte politiche degli Stati Uniti, senza tener conto delle conseguenze per il nostro principale alleato strategico. Nel favorire un connubio tra la nostra estrema destra e la loro, nel tentativo di scalzare le fondamenta tradizionali bipartisan di tali rapporti, questi politici irresponsabili mettono a repentaglio la nostra sicurezza nazionale. Con presunzione essi vanno affermando: «Il leader del mondo libero oggi è solo nella lotta contro la minaccia iraniana, come osa Obama sbarrargli la strada?»
La nostra storia è ricca di esempi in cui abbiamo sfidato il mondo e in più di un’occasione i risultati sono stati catastrofici. David Ben Gurion vedeva giusto quando ci insegnava che lo Stato di Israele non sarebbe mai esistito senza l’appoggio di un forte alleato a livello globale. Oggi, per quanto salda sia la nostra alleanza con gli Stati Uniti, la sua permanenza non è affatto scontata. Essa richiede rispetto e considerazione, e certamente non deve essere sottoposta a pressioni malevole e interessate.

In questo contesto, come in altri, occorre distinguere ciò che è permanente da ciò che è transitorio. La nostra alleanza con gli Stati Uniti è transitoria, e sta a noi investire costantemente i nostri sforzi per mantenerla in vita. D’altro canto, la nostra presenza accanto alla Palestina e nel cuore del mondo arabo è una caratteristica permanente della nostra realtà ed è questa a dover dettare le nostre scelte. Allo stesso modo, la forza degli agenti ostili, dai terroristi alle potenze nucleari, è in fase di trasformazione. Pertanto, dobbiamo garantire in permanenza la superiorità delle nostre capacità difensive. E per assicurarci che la nostra potenza difensiva sia sempre adeguata per affrontare ogni eventuale minaccia, nulla è più deleterio che prendere decisioni unilaterali; coalizzare la comunità internazionale contro di noi; e indebolire la nostra alleanza con gli Stati Uniti. Al contrario, guidare uno sforzo di pace dinamico con i nostri vicini palestinesi sotto l’egida dell’Iniziativa araba di pace farà molto per forgiare una coalizione di sostegno, regionale e internazionale, e disinnescare le tensioni nei territori, verso un rafforzamento della sicurezza nazionale.

Il mio appello per la pace non è fondato su ingenue aspettative riguardo le difficoltà nel superare le differenze o le sfide che ci vengono poste dalle bocciature che riceviamo da ogni parte. La pace non è un giocattolo su una mensola, che basta allungare una mano per afferrarlo. Né era semplicemente per il rifiuto di un papà - Rabin, Barak o Olmert poco importa - di pagare il prezzo che ne siamo stati privati così a lungo. Come dice il proverbio arabo: per applaudire ci vogliono due mani. Bisogna essere in due per ballare il tango attorno al tavolo dei negoziati e la nostra controparte palestinese ha contribuito non poco ai passati insuccessi. La colpa è di tutti coloro che sono stati coinvolti in questa vicenda, parti terze e sostenitori inclusi.

Di conseguenza, non prometto nessuna soluzione rapida verso un accordo; nessuna facile attuazione; né una panacea per il giorno dopo. Ma prevedo gravissime conseguenze se non sapremo separare il nostro Paese da quello palestinese. Non mi stancherò mai di ripeterlo: ci saranno due Stati se lo vorremo, oppure un unico Stato arabo in mancanza di alternative.

Non me la sento di criticare i milioni di israeliani che riconoscono la necessità di dividere i territori ma non si fidano della volontà dei palestinesi di garantirci quello di cui abbiamo più bisogno: la sicurezza. Capisco e condivido questi timori legittimi. Non li prendo alla leggera. Anzi, ritengo che occorre addossare al movimento per la pace e ai suoi leader l’ulteriore responsabilità di vegliare attentamente sulle questioni di sicurezza; di cercare nuove sedi per ribadirne la necessità e l’attuazione (come quelle offerte dall’Iniziativa araba per la pace); e di convincere gli scettici della sua fattibilità.

La mia premessa sionista è semplice e diretta: non siamo soli su questa terra, né siamo noi gli unici proprietari di Gerusalemme. Ai miei amici palestinesi dico lo stesso: nemmeno voi siete soli qui. Questa nostra piccola casa dovrà essere suddivisa in due appartamenti più piccoli. E che vi sia una buona recinzione tra le due proprietà, per garantire rapporti di buon vicinato.
Una volta divorziati, proviamo a coesistere gli uni accanto agli altri, lasciando alle future generazioni il progetto di una possibile coabitazione - confederata o di altro genere. La nostra vita non è un film di Hollywood con i buoni contro i cattivi, bensì una vera tragedia di due cause giuste in un conflitto che genera sempre maggiori ingiustizie. Potranno continuare a scontrarsi, infliggendo ancora più lutti e sofferenze. Oppure potranno cercare di riconciliarsi tramite la separazione e il compromesso.

Nelle terre bibliche è difficile misurarsi con gli antichi profeti. Eppure, è lecito affermare che in Medio Oriente la durata di un «mai» o di un «sempre» va dai tre mesi ai trent’anni. Ciò che era impossibile quando prestavo servizio in divisa durante la Guerra dei sei giorni si è trasformato in un visto egiziano e giordano sul mio passaporto. Coloro che si opponevano aspramente a cedere un territorio «tre volte più grande di Israele» per sancire la pace con l’Egitto non immaginavano che quella pace sarebbe durata per decenni, superando prove durissime. I loro argomenti, allora e adesso, contro la pace con i palestinesi rispecchiano lo stesso terrore dell’ignoto, la stessa riluttanza ad assumere rischi nella prospettiva di un futuro migliore, malgrado la certezza che lo status quo è un’illusione, che sarà sostituita dall’inaccettabile. E proprio come i due precedenti - con l’Egitto e la Giordania - così pure le nostre dispute con la Palestina non saranno risolte dalla sera alla mattina. Eppure anche qui, con una leadership illuminata, si potrà cancellare la parola «impossibile».

https://www.corriere.it/esteri/15_marzo_04/amos-oz-stato-palestinese-garanzia-per-israele-dad6a93a-c299-11e4-9c34-ed665d94116e.shtml

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