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Ambiente, questo sconosciuto, di Marco Tassielli

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 23/07/2019 17:19
Può la tecnologia, all’inizio del XXI secolo, diventare abbastanza raffinata da allearsi con la natura? Può la Natura essere intesa come entità complessa, come modello "da imitare" ma, e soprattutto, come flusso continuo di materia ed energia di cui l’uomo è solo una parte infinitesima? Forse…

Forse, per la prima volta, il richiamo esplicito della tecnologia ai processi e alle caratteristiche strutturali del mondo organico esce dalle ipotesi teoriche e si traduce in processi produttivi concreti in un numero sempre più elevato di discipline. Oggi, si vanno sviluppando e diffondendo una miriade di studi e processi "biotecnologici" caratterizzati dal connubio tra area ecologica ed area tecnologica. L'aspetto più importante, di questa che dovrebbe essere una nuova alleanza tra natura e tecnologia, sta nel riconoscimento che molte sono ecologicamente sostenibili; lavorano con e non contro l'ambiente. 

Ma, a questo punto, siamo in grado di affrontare questo grande passo della nostra società con una vera preparazione culturale ed etica? Siamo coscienti di essere di fronte ad un grosso gap tra conoscenza tecnologica e cultura non all’altezza? Siamo consapevoli di essere ad un grande bivio storico che ci impone di agire, con valori culturali profondi, sulle differenze e complessità dei luoghi e dei comportamenti che sono alla base della stabilità degli ecosistemi? Un passo importante che si dovrebbe affrontare con una nuova cultura, cosciente ed onesta, verso coloro che ci seguiranno dopo la nostra esistenza. Un vero connubio tra scienze umane e naturali. Un nuovo approccio sugli aspetti e sugli insediamenti urbani, industriali e agricoli.  Si dovrebbe intraprendere un percorso culturale che porti a una nuova consapevolezza persino dei termini ambiente ed ecologia

Ci si deve rendere conto che la crisi ambientale è reale e le sue dimensioni sono tali che certamente trasformeranno la moderna società in modo irriconoscibile. Questo processo, se non opportunamente affrontato, metterà in serio pericolo il benessere e la stessa sopravvivenza della popolazione mondiale, in costante aumento. A questo va aggiunto che l'impatto globale, quello già presente e quello futuro dell'enorme popolazione sulla terra sarà sicuramente molto più vasto degli enormi cambiamenti già registrati negli ultimi secoli. L'uomo forse non si è ancora reso conto di essere, creatura abbastanza insolita nel contesto naturale. Esso, benché entità pensante, non è ancora consapevole che è soggetto alle stesse leggi scientifiche che governano l'universo materiale e le inesorabili leggi evoluzione delle forme di vita. Allo stato attuale, bisogna rendersi conto che lo sfruttamento dei combustibili fossili, retaggio di un’era industriale novecentesca, è la causa primaria della spettacolare esplosione della popolazione umana, delle conquiste tecnologiche e di ogni altra caratteristica della società moderna. Sfruttamento che come contropartita ci sta mettendo di fronte a un baratro di cui non ci rendiamo ancora conto. Sebbene sia alquanto difficile prevedere quali saranno gli sviluppi della società umana successiva all'esaurimento delle risorse energetiche di tipo fossile, è indubbio che i prossimi decenni vedranno il ritorno ai modelli osservabili in natura e nelle società preindustriali; cioè modelli sociali dipendenti da energie e risorse rinnovabili. Il vero problema è rendersi conto quanto prima. Frenare e affrontare prima che sia troppo tardi. Sono in troppi, studiosi e analisti dopo lo studio del “Club di Roma”, che hanno lanciato fin dagli anni sessanta, il loro grido d’allarme. D’altro canto s’ignorano totalmente le interazioni reali (in termini "ecologici" cioè dì: flussi di energia e materia, calore, radiazione solare, inquinanti chimici, ecc.) tra gli edifici, i sistemi produttivi, i sistemi di trasporto, sistemi agricoli e l’ambiente. Basti solo pensare, in ambito locale, alle ultime polemiche su ILVA, TAP, TAV, Xylella, ecc. 

E’ sorprendente, ad esempio, come si usino, ormai normalmente, termini (quasi parole d’ordine o metafore complesse potenti) tipo: sviluppo sostenibile, ecologico, caos ambientale, evoluzione, estinzione, riscaldamento globale. Al contrario molti vocaboli, fondamentali in tema ecologico, sono pressoché sconosciuti, nella vera essenza del termine, alla moltitudine d’oggi. Sappiamo, ad esempio, che ambiente deriva dal verbo latino ambire, che vuol dire andare intorno, circondare? Ossia osservare lo spazio circostante considerato con tutte (o con la maggior parte) delle sue caratteristiche? Questo vuol dire considerare: condizioni climatiche, condizioni geologiche, condizioni biologiche, estensione e tipologia di un areale, popolazione, clima, e tanto altro ancora. Vuol dire considerare l’insieme delle condizioni fisico-chimiche e biologiche che permettono e favoriscono la vita degli esseri viventi e le loro interazioni. E non solo, se parliamo dell’uomo, in questa analisi bisogna studiare il complesso delle condizioni sociali, culturali e morali nel quale una persona o una comunità si trova, si forma, si definisce. 

Siamo in grado di analizzare e capire tutto ciò che, evidentemente, è molto complesso? Stiamo spiegando ai nostri giovani che saranno loro i soggetti e gli eredi che vedranno le conseguenze dei nostri atti?

Ecologia deriva dal nome composito dal greco oicoz ossia casa e logoz scienza. Ossia una disciplina che ha per oggetto lo studio delle relazioni tra l’uomo, gli organismi (vegetali e animali) e l’ambiente in cui vivono. Probabilmente l’ecologia è ancora una scienza troppo giovane (e non entrata a far parte dei programmi ministeriali) che tenta di studiare le immense interazioni degli organismi viventi terrestri nello spazio e nel tempo. Essa cerca di capire, sulla base delle conoscenze attuali, le condizioni ambientali del nostro astro. Il problema è che il termine ecologia è inteso, nel lessico comune, anche come pulizia, correttezza, congruenza; cioè in contesti che nulla hanno a che fare con ambito ambientale. Nel linguaggio comune, persino dai media si antepone spesso eco e bio a dismisura in una marea di termini di prodotti, attività e applicazioni. Se un prodotto è proposto come bio, automaticamente, dovremmo fidarci. Dovremmo accettarlo perché, si dà per scontato, proveniente da una filiera onesta ed etica. Il problema è che la nostra esperienza ci ha spesso fatto vedere il contrario. 

Sostenibile, cosa vuol dire sostenibile?  Progresso sostenibile, sviluppo sostenibile, attività sostenibile, economia sostenibile… Sostenibile si può fare, e si può essere, solo se si comincia a capire cosa è la sostenibilità e l’impatto ambientale di tutte le nostre attività. Ad esempio, benché, la sostenibilità nell’architettura o nel mondo dei trasporti è il frutto di scelte tecniche assolutamente misurabili, purtroppo oggi si costruisce ancora ignorando che le attività del costruire e dell’abitare sono le attività umane a più alto impatto ambientale. E’ giusto continuare a costruire ma siamo in un momento storico che, se riflettiamo, ci impone che si deve costruire meno, meglio e soprattutto costruire sostenibile. Ossia bisogna far in modo che queste attività garantiscano alle generazioni future almeno le opportunità, le risorse e gli ambienti che abbiamo ricevuto dalle passate generazioni. E’ un compito difficile ma dobbiamo capire che si può ma, soprattutto, si deve affrontare senza egoismo. 

Forse è indispensabile ora più che mai ricordare e insegnare i fondamenti su cui si basa la nostra esistenza e quella di tutti gli esseri viventi sul nostro unico pianeta Terra. Pensiamo ad esempio all’impatto ambientale che le moderne metodologie agricole usano con sistemi intensivi basati sullo sfruttamento del suolo e sulle coltivazioni monoculturali a forte uso di prodotti chimici. E’ evidente che l’agricoltura è un mondo che si è staccato dal nostro modello ancestrale di agricoltura. Ritenuta responsabile, saggia e che rispettava e collaborava con Madre Terra. E’ indispensabile sapere che uno degli aspetti fondamentali dell’ecologica è la capacità che hanno i sistemi biologici naturali di "interagire" con il loro ambiente, cioè di attuare e regolare (in modi più o meno complessi) quegli scambi di materia ed energia da e verso l'ambiente. Solo così si garantisce la stabilità. In una sola parola: resilienza. Al contrario, i sistemi biologici dell'ambiente antropizzato contemporaneo sono stati costruiti in totale "fraintendimento" con le risorse umane, le risorse naturali e le capacità fisiche (tipologie sociali, climatologia, risorse minerarie, energia, acqua, aria, suolo, ecc.). Si è contribuito pesantemente a determinare gli squilibri ambientali e a rendere sempre più fragili le interazioni tra sistemi artificiali e sistemi naturali. Il fraintendimento, ma forse è il caso di dire tradimento, ha profonde ragioni strutturali legate ai limiti di uno sviluppo industriale di tipo prevalentemente quantitativo e remunerativo. Un sistema economico basato su un pensiero riduzionistico che bada, prevalentemente, al guadagno economico e allo sfruttamento dei sistemi naturali e delle società. L’uso di tali metodologie ha ormai pervaso l’opinione pubblica che crede, in buona parte, non si possa fare a meno di questo modello economico basato sul PIL e sulla crescita continua. Di conseguenza, sulle ambiguità e sulle contraddizioni che caratterizzano la "comunicazione ecologica" dei nostri insediamenti, dei nostri fabbisogni e, in particolare, dei nostri modi di vivere. Le conseguenze, oggi, sono imprevedibili e sorprendentemente contraddittorie. Buona parte dell’opinione pubblica “occidentale” continua a ignorare le conseguenze e le ripercussioni persino a livello sociale. Non viene, egoisticamente, valutata la fondamentale importanza di soddisfare i bisogni fondamentali dell’intera popolazione mondiale quali: salute, cibo, abitazione, istruzione, lavoro soddisfacente, rapporti sociali. S’ignorano le conseguenze che possono avere i nostri comportamenti e i nostri consumi su buona parte della popolazione mondiale che non ha i nostri stessi tenori di vita. Ignoriamo che buona parte della ricchezza mondiale è in mano ad alcuni (ricchissimi) che sono solo nel mondo occidentale. Ignoriamo che stiamo depredando materie prime da pochi paesi del terzo mondo, ricchissimi potenzialmente, ma tenuti nell’assoluta povertà economica, sociale e morale. Materie prime che usiamo in tecnologie “a tempo” e che nel giro di pochi anni sono solo rifiuti che non sappiamo ancora seriamente gestire.

In altre parole, abbiamo a disposizione tecnologie potenti ma continuano a non poter (o voler) affrontare i veri "caratteri ambientali" in termini culturali con coscienza, e soprattutto, alla loro altezza. Basti pensare al nostro patrimonio abitativo ormai non all’altezza dei canoni ambientali imposto da leggi europee. Secondo questa classificazione il 95% delle abitazioni italiane è nella peggiore classe dal punto di vista energetico. Questo parametro sta abbattendo i valori immobiliari delle nostre case e sarà un vero problema per lo smaltimento di questi manufatti che potrebbe essere indotto nel giro di pochi decenni. A questo va aggiunto il dissesto idrogeologico (direi geo-idrogeologico) che ci dimostra il fondamentale problema culturale del crescente disordine ambientale dei nostri insediamenti. Paghiamo l’evidente totale mancanza di pianificazione urbanistica basata sulle leggi delle aree naturali. Si è costruito ovunque, nel giro di pochi decenni, non in ottemperanza a vincoli dettati soprattutto dal buon senso. Eppure, come ci insegnano innumerevoli esempi di architettura regionale e rurale del nostro passato, la cultura materiale del costruito è stata sempre legata ai rapporti tra tecniche, materiali, forme, flussi naturali. Sono innumerevoli gli esempi, in particolare nella cultura mediterranea, di connubio (o simbiosi) tra manufatti, attività umane e natura. Ricordiamone solo alcuni: i trulli, le masserie, i muri a secco, i terrazzamenti. Innumerevoli sono gli esempi arrivati dal mondo arabo sulla climatizzazione naturale degli edifici. Se consideriamo i valori ambientali delle soluzioni bioclimatiche del passato, come le torri del vento, le fontane, i giochi d’acqua e le lastre di marmo (incise con geometrie complesse per facilitare l'evaporazione dell'acqua), dobbiamo riconoscere che si era creata una cultura molto raffinata ambientalmente. Una cultura consapevole e completamente ignorata dalle attuali tecnologie che oggi utilizzano, in modo disinvolto e distruttivo, solo risorse non rinnovabili.

Intanto non sono pochi gli esempi di attività che con tenacia e praticità dimostrano come sia possibile vivere in simbiosi con l’ambiente. In particolare aziende che utilizzano la permacultura. Vocabolo coniato dalla contrazione di permanent agriculture o permanent culture. Un metodo per progettare e gestire paesaggi antropizzati in grado di soddisfare i bisogni di una popolazione in termini di cibo, fibre, energia, aria e che al contempo presentano resilienza, biodiversità, ricchezza e stabilità degli ecosistemi naturali. Un metodo sviluppato, già a partire dagli anni settanta, da studiosi quali Franklin Hiram King, Stewart Brand, Bill Mollison, David Holmgren e Masanobu Fukuoka attingendo da varie discipline quali: architettura, biologia, selvicoltura, agrotecnia e zootecnia. Studiosi ed esperti che hanno fatto esempi pratici di equilibrio tra aspetti sociali, ambientali ed economici. I veri pilastri di un progresso veramente sostenibile. 

Intanto in diversi paesi nordeuropei e del mondo anglosassone si assiste a strategie "dal basso verso l'alto". Interessante è osservare che le più rilevanti partono dall'individuo e si sviluppano attraverso l'esempio e l’induzione verso i giovani nel generare cambiamenti di massa. Tale approccio si basa sulla consapevolezza che una parte della società è pronta, e in grado sostanzialmente questo è ancora più significativo, a cambiare i propri comportamenti e i propri consumi. Si agisce lontano da una politica che sembra ancora sorda e legata solo agli aspetti economici. Nascono gruppi d’acquisto, fattorie didattiche, comunità sostenibili e aziende che danno esempio che la sostenibilità non collide con il mercato e non impone traumi e mancanze. Questa minoranza socialmente ed ecologicamente motivata rappresenta la chiave di volta di un cambiamento su larga scala. In questo ambito la permacultura ne è l’esempio più lampante. Essa fa propri, in modo complementare, molti approcci scientifici ed economici all'interno del movimento ambientalista. L’obiettivo principale è quello di far pressione su governi e istituzioni per cambiare le politiche ambientali al fine di permettere ad individui, famiglie e comunità locali di accentuare la loro autosufficienza e autoregolazione. 

 

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