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Alla radice della questione sudanese, di Giulio Albanese

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 16/04/2019 10:08
Sta di fatto che il Sudan, allora il più vasto paese dell’Africa, è stato quello in cui si è combattuto il più lungo conflitto post-coloniale del continente...

Il malessere politico-istituzionale che sta attraversando, da molti anni, il Sudan è sfociato con la destituzione del presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir, al potere dal lontano 30 giugno 1989. È evidente che il paese africano deve misurarsi con una serie di sfide sociali, politiche ed economiche che non possono prescindere dai nuovi scenari imposti dalla storia contemporanea. 

La secessione dei territori meridionali del Sudan, sancita dalla consultazione referendaria del gennaio 2011, ha influito non poco sulla sorte dell’establishment di Bashir, in riferimento soprattutto al business del petrolio. A ciò si aggiunga la disputa legata al controllo delle Montagne di Nuba, collocate nel Kordofan meridionale, per non parlare della crisi del Darfur che, dal 2003 ha seminato morte e distruzione.

Di fronte a questo scenario, l’indagine storiografica può risultare utile per comprendere la vitalità e le contraddizioni di questo paese che nel suo passato ha vissuto la dialettica tra sufismo e fondamentalismo, misticismo e azione bellica, solitamente sfere separate all’interno dell’esperienza religiosa.

Occorre pertanto ricordare la vicenda di Muhammad Ahmad ibn al-Sayyid ‘Abd Allah ibn Fahl, il derviscio sudanese che nel 1881 si proclamò Mahdi e combatté contro i turco-egiziani costituendo uno Stato islamico. Fatti e accadimenti d’allora evocano ancora oggi un’atmosfera ottocentesca quasi favolistica, avvolta per certi versi dall’esotismo. Sta di fatto che lo stato mahdista — è bene rammentarlo — resistette agli attacchi dei contingenti ottomani ben dopo la morte del fondatore, fino alla vittoriosa spedizione britannica guidata dal generale Horatio Herbert Kitchener nel 1896. E non è un caso che quanto avvenne allora in Sudan divenne negli anni, fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, la metafora del conflitto romantico fra l’Occidente, portatore dei suoi valori, e un Oriente segreto, imperscrutabile e considerato violento.

La complessità dello scacchiere geopolitico sudanese, segnato dal colonialismo, emerse successivamente nel 1947, durante la Conferenza di Juba, quando si consolidò l’idea che le regioni meridionali del paese, a matrice animista e cristiana, si unissero definitivamente politicamente al nord musulmano con la creazione di uno Stato unitario. Non è un caso se nel 1955, prima ancora che fosse proclamata l’indipendenza dalla corona britannica (1 gennaio 1956), formazioni ribelli sudiste si sollevarono per contrastare questo disegno, temendo una islamizzazione forzata dei loro territori. Sta di fatto che il Sudan, allora il più vasto paese dell’Africa, è stato quello in cui si è combattuto il più lungo conflitto post-coloniale del continente.

Se infatti si sommano le due grandi guerre civili — la prima ribellione, denominata Anya-Nya i (1955-1972), e la seconda, Anya-Nya ii (1983-2005) — risultano quasi quarant’anni di ostilità, con un bilancio catastrofico. Nel secolo scorso, il Sudan, nonostante i rigurgiti dell’estremismo islamista radicato nei circoli della politica (ospitò personaggi del calibro di Osama bin Laden, legati al salafismo più intransigente), ha comunque vissuto delle stagioni di grande vivacità in cui, ad esempio, il tema della tolleranza religiosa e della partecipazione, sono stati dibattuti.

Basti pensare alla figura di Mahmud Muhammad Taha (1909-1985), un politico di fede musulmana, il cui ricordo è ancora vivo e presente oggi nella società civile sudanese. Fu soprattutto mirabile il modo in cui seppe coniugare le istanze dell’intelletto con quelle di un devoto sentimento religioso. Egli riuscì a concepire e proporre una svolta politica in grado di scuotere le coscienze e suscitare il vivo interesse di molti giovani connazionali che, in quegli anni, non trovavano nell’islam ufficiale dei dottori della legge risposte adeguate ad attese, desideri e speranze.

Muhammad Taha, in sostanza, ebbe l’ardire di proporre una delle più radicali rivoluzioni del pensiero islamico, senza precedenti nella millenaria storia di quel credo e dell’ordine sociale conseguente. Una visione esposta con chiarezza in un suo saggio, pubblicato per la prima volta nel 1967, dal titolo «Il secondo messaggio dell’islam». Per Muhammad Taha era urgente tornare all’ispirazione originaria del pensiero islamico, aggirando l’evoluzione storica e politica che quella religione aveva subito nel corso dei secoli, sin dai tempi del suo profeta, Muhammad. Secondo Taha, l’ispirazione originaria dell’islam era troppo alta e sublime per i beduini arabi del deserto, nel settimo secolo dell’era cristiana. Il profeta dovette pertanto piegare quelle che erano le vere istanze spirituali dell’islam originario ai costumi delle popolazioni arabe del suo tempo, di matrice nomadica.

Per questa ragione fu imposta una legge rigorosa che regolasse tutti gli aspetti della vita umana. Muhammad Taha denunciò anche lo strapotere degli intellettuali musulmani, soprattutto della classe dei dottori delle scienze religiose. In altre parole, Muhammad Taha desiderava proporre un nuovo modo di leggere il Corano che portasse alla netta separazione tra la dimensione religiosa della rivelazione, considerata universalmente valida e immutabile, e quella politica, legata alle situazioni storiche e contingenti, dunque mutevole. E per questa via proponeva la riconciliazione dell’islam con la libertà di religione, con i diritti umani e con l’uguaglianza dei sessi.

Furono queste convinzioni che spinsero Muhammad Taha a fondare il movimento dei Fratelli repubblicani in opposizione al movimento politico, fondato in Egitto, dei Fratelli musulmani. Per questa sua visione di grande apertura e dialogo pagò con la vita. Il 18 gennaio 1985, venne impiccato a Karthoum, come apostata e il suo corpo sepolto sotto la sabbia del deserto per volontà dell’allora presidente Gaafar Nimeiry.

Da rilevare che la sua esecuzione avvenne durante la guerra fredda, nella più totale indifferenza dell’Occidente che considerava il Sudan un proprio alleato. Un’omissione che pagarono amaramente, negli anni successivi, le minoranze religiose e i paladini del dissenso.

http://www.osservatoreromano.va/it/news/alla-radice-della-questione-sudanese

Sudan: sulla transizione pesano gli interessi dei paesi del Golfo, di Annalisa Perteghella 

Con un comunicato ufficiale, l’emiro di Abu Dhabi e presidente degli Emirati Arabi Uniti Khalifa bin Zayed al Nahyan hanno espresso il proprio supporto al consiglio militare incaricato di guidare la transizione post-Bashir in Sudan, promettendo di “esplorare le possibilità di accelerare l’aiuto verso i confratelli sudanesi”. Il comunicato ha seguito quello del ministero degli Esteri emiratino, che poche ore prima descriveva la nomina del generale Abdel Fattah al Burhan Abdelrahman alla guida del consiglio militare di transizione come “un passo che riflette le richieste di sicurezza, stabilità e sviluppo della popolazione sudanese”. Nelle stesse ore, anche l’Arabia Saudita, con un comunicato di re Salman, ha manifestato il proprio sostegno al consiglio di transizione sudanese, istruendo al contempo le proprie autorità a inviare un pacchetto di aiuti, compresi petrolio, grano e medicinali.

Il Sudan, come altri paesi dell’Africa orientale, è da anni al centro dell’interesse dei paesi del Golfo – Qatar, Arabia Saudita e EAU – che fin dagli anni ’70 hanno visto in Khartoum una sorta di granaio dal quale attingere per colmare il proprio fabbisogno alimentare. Questi paesi, poveri di terreni idonei all’agricoltura, hanno dunque investito fortemente nel settore agricolo sudanese. Per il Qatar, che dal 2017 è soggetto a blocco diplomatico e commerciale da parte dei paesi della regione, la questione dell’approvvigionamento alimentare è diventata ancora più urgente. Nel 2018 Doha ha annunciato investimenti nel settore agricolo e alimentare sudanese per 500 milioni di dollari.

In anni recenti queste dinamiche si sono arricchite di una dimensione geopolitica. Arabia Saudita ed Emirati, in particolare, hanno lanciato una strategia di costruzione di partnership commerciali (principalmente tramite l’acquisto o il leasing di porti), politiche e militari con diversi paesi del Corno d’Africa, tra cui il Sudan, per costruire un fronte di “alleati” che supportasse le politiche di Riyadh e Abu Dhabi nella regione. Uno dei principali orizzonti dell’azione saudita ed emiratina è stato quello del contenimento dell’influenza iraniana in Africa orientale

Teheran aveva sviluppato negli anni con Khartoum una partnership basata su cooperazione in ambito militare e condivisione di intelligence, facendo del Sudan uno dei principali snodi per il trasferimento di armi ai movimenti alleati della Repubblica islamica in Medio Oriente. Il forte incentivo monetario offerto da Riyadh a Khartoum (il deposito di 1 miliardo di dollari nella banca centrale sudanese) è stato giudicato alla base della rottura delle relazioni tra Sudan e Iran, nel gennaio 2016, quando Khartoum si era schierata con Riyadh dopo l’assalto iraniano al consolato saudita a Teheran, e della decisione da parte del Sudan di contribuire allo sforzo bellico della coalizione saudita-emiratina in Yemen con 1000 truppe.

Tuttavia, in occasione dello scoppio nel giugno 2017 della crisi intra-GCC che ha visto la creazione di due blocchi opposti, da una parte il blocco a guida saudita-emiratina, dall’altra il Qatar che ha rafforzato la collaborazione con Turchia e Iran, il Sudan non è stato tra i paesi della regione subsahariana che hanno interrotto i rapporti con Doha (come invece hanno fatto Eritrea, Mauritania, Comore, Senegal e Mauritius). La decisione di non schierarsi sembra essere stata determinata dall’impossibilità per Khartoum di rinunciare agli ingenti investimenti qatarini che, per quanto inferiori a quelli sauditi, erano necessari al sostegno della fragile economia sudanese. Khartoum, anzi, sembra aver utilizzato la crisi intra-GCC per acquisire potere negoziale nei confronti di entrambi i blocchi: il Sudan ha infatti continuato a ricevere investimenti sia dal Qatar che dall’Arabia Saudita per tutto il 2018.  Nel marzo 2018, Qatar e Sudan avevano firmato un accordo dal valore di 4 miliardi di dollari per la gestione congiunta del porto sudanese di Suakin, sul Mar Rosso, mentre l’ambasciatore saudita a Khartoum aveva dichiarato nell’ottobre 2018 che Riyadh investe oggi in Sudan più di 12 miliardi di dollari.

Eppure, dopo lo scoppio delle proteste nel dicembre 2018, questa tendenza sembra avere subito una frenata. Al-Bashir si era recato nel gennaio di quest’anno a Doha, dove era stato ricevuto dall’emiro al-Thani, che aveva espresso il proprio sostegno all’“unità e alla stabilità sudanese”. Il ministro del commercio saudita al-Qasabi, in visita a Khartoum il giorno successivo al viaggio di al-Bashir a Doha, aveva anch’egli espresso il supporto di Riyadh per il presidente sudanese. Alle dichiarazioni di entrambi i paesi però non sembra aver fatto seguito alcun pacchetto economico di aiuti. A incidere sembra essere stata l’incertezza per le sorti di Bashir, che avrebbe privato entrambi i paesi di un sicuro ritorno sul proprio “investimento”.

Ora, in questa fase di incertezza in cui l’esercito sembra assumere un ruolo di primo piano, sarà cruciale osservare il comportamento dei paesi del Golfo. Il Sudan rimane infatti un paese di primaria importanza per gli approvvigionamenti alimentari della regione, ed è lecito attendersi che questi paesi vogliano continuare ad assicurarsi rapporti “cordiali” con la leadership del paese. Mentre il Qatar per ora non prende posizione, Arabia Saudita ed Emirati sembrano guardare alla nuova leadership militare sudanese come un interlocutore a cui offrire sostegno, tramite aiuti economici, nella gestione della fase post-rivoluzionaria, in cambio di continuità nell’appartenenza al campo saudita-emiratino (tanto nella guerra in Yemen quanto nel contenimento dell’Iran), e nell’arginare la possibile affermazione di movimenti islamisti. A spingere in questa direzione è anche il fatto che Al Burhan Abdelrahman, capo del consiglio militare di transizione, ha un passato da capo delle forze di terra sudanesi, ruolo nel quale ha supervisionato lo sforzo bellico di Khartoum nella guerra in Yemen.

Se guardiamo al precedente egiziano, nell’ascesa al potere del generale al-Sisi e nella cementificazione della sua leadership sembrano essere stati cruciali gli ingenti aiuti economici provenienti da Riyadh, che nel post-primavere arabe ha guidato insieme agli Emirati l’asse “contro-rivoluzionario” allo scopo di scongiurare l’ascesa al potere nella regione di movimenti vicini alla Fratellanza musulmana. Come il caso egiziano insegna, però, la stabilizzazione in senso autoritario e il mancato soddisfacimento tramite riforme delle richieste alla base delle proteste popolari rischiano di creare una stabilità solo di facciata, e di portare nel lungo periodo a nuova instabilità

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sudan-sulla-transizione-pesano-gli-interessi-dei-paesi-del-golfo-22846

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