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Addio Mario Lodi, maestro della nuova Italia, di Rossana Sisti

creato da webmaster ultima modifica 17/09/2015 16:22
Quando dopo la guerra si era ritrovato dall’altra parte della cattedra, aveva capito che quel metodo non poteva più funzionare; la democrazia esigeva un linguaggio diverso. Anche allora, fatta la nuova Italia, bisognava fare gli italiani, cominciando dai bambini, restituendo dignità alla loro voce.

 

«Sono nato l’anno della marcia su Roma e mi sono diplomato il giorno in cui il Duce dal balcone di piazza Venezia portava l’Italia in guerra, ma quando ho cominciato a fare il maestro il Paese era cambiato. La guerra era finita, avevamo perduto tutto e bisognava ricostruire.
Però erano nate la Repubblica e la Costituzione, la democrazia della parola. Noi maestri avvertivamo che si parlava un linguaggio nuovo ma eravamo spaesati, confusi. Eravamo impreparati».

A Mario Lodi piaceva ricordarli così i suoi esordi nel mestiere del maestro, sulla cattedra di Vho, Bassa Padana sterminata tra Cremona e Mantova, oggi terra di cascine semiabbandonate, ieri centro vitale di vita agricola e contadina. Vho, il paese in cui era nato e aveva insegnato per 22 anni, a una manciata di km da Drizzona, dove è morto domenica a 92 anni. E dove oggi alle 15 si terrà il funerale celebrato dal caro amico don Sandro Lagomarsini.

Non era un vezzo ricordare la scuola che lo aveva formato, autoritaria, dalla disciplina militare: «La mia maestra era stata severa e molto astuta; a noi diceva di essere una maga, di avere gli occhi anche dietro. Si metteva alla finestra dove ci vedeva riflessi nei vetri e così, con la prova dei nostri movimenti, poteva castigarci».

Quando dopo la guerra si era ritrovato dall’altra parte della cattedra,
aveva capito che quel metodo non poteva più funzionare; la democrazia esigeva un linguaggio diverso.
Anche allora, fatta la nuova Italia, bisognava fare gli italiani, cominciando dai bambini, restituendo dignità alla loro voce.

Per Mario Lodi e tutti i maestri che non si rassegnavano a replicare una pedagogia autoritaria, di sole nozioni, quelli furono anni di ricerca, di studio, di scambio di esperienze attorno al Movimento di Cooperazione Educativa e alle teorie di Célestin Freinet.

La scuola doveva fare un salto: istruire e insieme educare nello stile della democrazia. Del resto anche i genitori non conoscevano altro che
l’aspetto punitivo dell’educazione: contadini, gente oltremodo povera, gli affidavano i figli con la consegna di menar pure le mani, che quegli zucconi le botte se le meritavano.

E rimasero sorpresi quando i bambini raccontarono che il maestro aveva spostato la cattedra e messo i banchi in circolo, perché tutti potessero guardarsi in faccia, conoscersi per nome, discutere con ordine, alzando la mano, rispettando il turno e senza alzare la voce.

Così, agli inizi degli anni Cinquanta, in quel di Vho prendeva corpo una scuola aperta, in cui i bambini diventavano protagonisti, raccontavano storie della propria vita, realizzavano un giornalino, facevano fotografie, scrivevano racconti collettivi, disegnavano.
E intanto imparavano italiano e matematica.
E non solo.
La storia di Cipì – passero coraggioso che lotta per sopravvivere e insegna ai piccoli a stare al mondo – che ha accompagnato generazioni di bambini era nata così: una mattina del 1957, in un’aula triste e grigia,
dall’osservazione e poi dai pensieri dei bambini sul destino di un passero che forse aveva fatto il nido, covato le uova, fatto un mucchio di sacrifici per allevare i piccini e poi arrivava il gatto o il gufo a rovinare tutto.
Stampata in classe con un rudimentale armamentario tipografico, la storia
scritta era diventata un libro uscito per la prima volta negli Struzzi Einaudi. In quella storia ciascuno aveva messo un po’ della propria vita.
Questo premeva al maestro.

Non erano bambini facili, quelli. Abituati a correre e saltare all’aperto, a scuola si sentivano in prigione e molti imboccavano lunghe carriere da bocciati. Ma lì, nella classe di Lodi, le loro vite diventavano interessanti per qualcuno, qualcuno ascoltava i loro racconti.
E da quelle parole scambiate, dalle prime discussioni e dalla necessità di evitare il caos, nasceva la scuola di democrazia, che continuava con la necessità di condividere la valutazione e i voti, cioè con l’idea della partecipazione.
E il risultato era che alle medie quei bambini senza voti, bocciature e libri di testo, ma molti libri diversi, erano i migliori.

Ci mancherà Mario Lodi, ci mancherà quel suo modo mite e gentile di aprirci gli occhi sui diritti dei bambini, a cui ha dedicato persino una versione tradotta a loro misura della Costituzione.
Agli insegnanti e ai genitori per i quali, anche dopo la pensione, il maestro è stato un punto di riferimento granitico, ha lasciato con un saluto un’eredità semplice: «Ciao, andate avanti!».
Un impegno collettivo a ricominciare dai bambini e dalla scuola.
Senza buoni maestri e maestre un Paese non può aver un buon futuro.

Fonte: “Avvenire” del 4 marzo 2014

 

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