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«Abbiamo provato a vivere come ci insegnò don Milani»

creato da d.daiuto@alice.it — ultima modifica 11/03/2017 14:11
Gli alunni di Barbiana, formidabile laboratorio di una scuola nuova, si raccontano a mezzo secolo di distanza dalla «Lettera a una professoressa». Oggi hanno settant’anni e sono l’anima della Fondazione che hanno dedicato al loro maestro a Firenze ...
Sono stati tanto importanti per lui, che Don Lorenzo Milani ha chiesto persino scusa al Padreterno: «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non sia attento a queste sottigliezze» scrisse nel suo testamento agli studenti di Barbiana, il paesino del Mugello in cui il prete fiorentino era stato esiliato nel 1954 per i suoi metodi sovversivi. E che invece trasformò nel formidabile laboratorio di una scuola nuova. Tra loro c’erano Agostino Burberi, che oggi vive a Legnano («il primo che incontrò perché facevo il chierichetto al vecchio parroco»), Michele Gesualdi e Piero Cantini, entrambi fiorentini. Oggi hanno settant’anni e sono l’anima della Fondazione che hanno dedicato al loro maestro, a Firenze, dove li incontriamo.

 

L’insegnamento di Barbiana

 

A mezzo secolo esatto dalla morte di Don Milani e dalla pubblicazione di quella «Lettera a un professoressa» che dalla parrocchia senza strada né elettricità mise in discussione tutto il sistema scolastico di allora, che invece di combattere le ingiustizie sociali le moltiplicava, l’insegnamento di Barbiana continua ad accompagnarli come il primo giorno. «Io ero stato bocciato in prima elementare perché facevo le aste delle lettere storte — racconta Burberi che poi sarebbe diventato sindacalista per la Cisl—. Altro che finire le medie, se non fosse stato per lui non avrei fatto niente».


Le storie

Sei ragazzi il primo anno, che il giovane prete era andato a cercare uno per uno tra i 120 abitanti di Barbiana, una ventina nel periodo di massimo affollamento. Erano gli ultimi, «gli stessi per cui prega oggi papa Francesco» scrive via mail Gesualdi, anche lui ex sindacalista, poi per due mandati presidente della Provincia di Firenze (oggi ha un grave problema di salute e fa fatica a parlare): figli di montanari e contadini, ripetenti, ragazzi per i quali i banchi di un’aula erano stretti e per i quali, soprattutto, la scuola non aveva posto. «Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che “respingete”. Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate» inizia così la « Lettera a una professoressa » che dà loro voce.

Il ricordo di Don Milani

Don Milani, inquieto, coltissimo, figlio di un’ebrea laica e di un intellettuale agnostico, «convertito» a vent’anni, massimalista nella sua fedeltà al Vangelo e nell’obbedienza a una Chiesa che pure lo considerava «egocentrico orgoglioso e squilibrato» (così — ha scoperto Gesualdi — annotò nel suo diario il Cardinale di Firenze Ermenegildo Florit ), a differenza dei «professori» a quei ragazzi offrì una scuola di vita. «Durava dodici ore al giorno, tutto l’anno» ricorda Burberi. «Non c’erano né banchi né lavagne, le cose si imparavano facendole — aggiunge Cantini —. Il principio dei vasi comunicanti l’abbiamo studiato costruendo l’acquedotto per portare l’acqua a Barbiana, perché non c’era. I tubi ce li regalò la signora Pirelli, facevamo gli esperimenti dal campanile per la pendenza e i calcoli trigonometrici». Milani voleva che quei ragazzi si aprissero al mondo: «Ci portò a Milano a vedere la Bohème: ne abbiamo imparato la musica sul grammofono, perché non avevamo la corrente — dice Burberi —. Lui ci accompagnò ma rimase fuori: la Curia di Milano vietava l’ingresso alla Scala ai preti». Organizzò una scuola di avviamento professionale, li spronò ad andare a lavorare all’estero perché imparassero le lingue. «Non all’università — ricorda Burberi —. Ci spingeva a fare il maestro, il prete e il sindacalista. Il tempo non andava buttato via, doveva subito essere dedicato agli altri». Il suo fu breve, morì di cancro a 44 anni il 26 giugno del 1967: «Voleva che testimoniassimo per lui (senza mai citarlo) l’impegno sociale e cristiano — spiega oggi Gesualdi —. Ci ha insegnato a sgranare gli occhi, a essere uomini liberi carichi di speranza e di parole per camminare insieme agli altri. Tante volte in questi anni mi è sembrato di sentirlo dietro di me».

[Elena Tebano, giornalista Corriere della Sera]

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