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A chi appartiene la Rivoluzione d'Egitto?, di Alessandro Accorsi e Costanza Spocci

creato da Denj — ultima modifica 17/09/2015 17:41
Due anni dopo l'inizio della rivolta che portò alle dimissioni di Mubarak, la frattura tra chi era a Tahrir dal primo giorno e i Fratelli musulmani è grande. L'economia e la credibilità di Morsi in materia sono vicine al collasso...

 

A chi appartiene la rivoluzione? A due anni dall’anniversario, è una domanda che in Egitto continua ad animare il dibattito politico.
La caduta di Mubarak non solo ha segnato un cambio di regime, ma è diventata una legittimante per gli attori che animano la nuova scena politica egiziana e che vede aumentare la sua importanza con l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari. Anche la storia connessa al “mito” della rivoluzione, come avviene ovunque, sta subendo le sue prime revisioni. Una chiave di lettura importante in questa direzione è la decisione di governo e opposizione di indire manifestazioni separate e in due date diverse.
Il 25 gennaio viene celebrato dalle forze anti-governative, che considerano questa data l’inizio della rivoluzione, il primo giorno di protesta spontanea che aveva riempito la piazza.
La celebrazione ufficiale per la Fratellanza invece quest’anno è il 28 gennaio, data in cui l’organizzazione aveva deciso di scendere in piazza quando nel 2011 Internet e tutte le comunicazioni erano state tagliate. La capacità di mobilitazione dei Fratelli aveva avuto un impatto notevole sui numeri a Tahrir nei giorni successivi, e tuttora questo elemento non viene mai tralasciato nei discorsi degli ikhwan sulla partecipazione e l’importanza della loro organizzazione nella rivoluzione.
Quello che la nuova “narrativa” omette è che il 25 gennaio a Tahrir una parte dell’organizzazione era già presente: i “Fratellini”, che disobbedendo al diktat di non mobilitarsi, erano scesi in piazza a manifestare. Quegli stessi ragazzi che ora sono rientrati silenziosamente nella stretta piramide gerarchica della Fratellanza, senza possibilità di avere un peso decisionale. Pur essendo stati i primi insieme a molti altri dei loro coetanei ad aprire la strada per l’ascesa al potere degli stessi Fratelli musulmani.
Nel primo anniversario da quando l’Egitto ha eletto il proprio presidente civile, non solo le date, ma anche la tipologia di mobilitazione è cambiata. L’opposizione, riunitasi nel Fronte di salvezza nazionale, scenderà nelle piazze egiziane per protestare contro il governo, insieme a movimenti indipendenti e individui che pur facendo parte della protesta non si sentono rappresentati dall’opposizione istituzionalizzata. Proprio perché l’anniversario è un’occasione di grande mobilitazione, manifesteranno anche alcune categorie sociali che non solo non avevano partecipato attivamente, ma che addirittura l’avevano contrastata.
Paradossalmente, in sette mesi di presidenza, Morsi è riuscito a smuovere sia il “partito del divano” (kanapé), quei liberali della medio-alta borghesia che seguivano le proteste in televisione seduti sul divano di casa, sia i felul, coloro che sostenevano il vecchio regime e che alle scorse presidenziali avevano espresso la preferenza per l’ex primo Ministro Ahmed Shafiq.
Le proteste dei Fratelli invece, a partire dalle elezioni presidenziali, si sono tramutate in marce da milioni di persone traghettate dai quattro angoli dell’Egitto con i bus sponsorizzati dall’organizzazione e dal suo braccio politico, il partito Libertà e giustizia. Mobilitazioni che in certi casi hanno avuto lo scopo di fare pressioni su alcune figure importanti del sistema giudiziario - come l’ex procuratore generale - e sulla Corte costituzionale, ma che in generale si sono tramutate in vere e proprie adunate oceaniche per suffragare l’attuale governo e mostrare al paese i numeri e la capacità di mobilitazione della Fratellanza. In questo contesto di azioni dimostrative si inseriscono anche gli scontri mortali avvenuti il 5 dicembre di fronte al palazzo presidenziale.
Per la prima volta i corpi scelti dei Fratelli Musulmani sono apparsi pubblicamente, seppur in maniera mirata e limitata, mostrando la loro efficacia non solo ai rivoluzionari, ma anche alle forze di sicurezza che, a fronte della protesta tenutasi la sera prima, avevano abbandonato senza troppe remore la sede del presidente nel quartiere di Heliopolis.
Date e luoghi diversi servono anche ad evitare scontri diretti tra civili. Contando, inoltre, che a Tahrir è in atto un sit-in da ormai due mesi e l’accesso alla piazza ai salafiti e ai membri dei Fratelli è assolutamente negato. Attorno alla piazza e in altre zone del paese, intanto, negli ultimi giorni gli Ultras hanno già compiuto diverse azioni dimostrative e attaccato la polizia. Azioni legate non solo all’anniversario della rivoluzione, quanto alla tragedia avvenuta nello stadio di Port Said il 1 Febbraio 2012.
In questi scontri, però, è apparso anche un nuovo attore: i “black block”. Nati da una costola degli Ultras, organizzati e addestrati con disciplina para-militare, il loro obiettivo dichiarato è di contrastare le milizie dei Fratelli musulmani e dei salafiti. Questo sottolinea ulteriormente quanto il livello di scontro sia effettivamente cambiato. Anche i muri ne parlano: Amr Abo Bakr, artista e assistente professore all’Accademia delle Belle Arti di Luxor, aveva iniziato a disegnare sui muri di Mohammed Mahmoud i volti dei martiri della rivoluzione, circondati da ali di angeli. Ieri sera a Luxor è apparso un nuovo graffito: teste tagliate di salafiti e Fratelli giacciono nel sangue ai piedi della parete. Mentre nella stessa Mohammed Mahmoud ora un salafita stilizzato sentenzia “Dobbiamo implementare la sharia…anche se noi stessi non la seguiamo”. Gli scontri sembrano diventare sempre più violenti, quanto l’operato del governo si distanzia dalle richieste della rivoluzione: pane, libertà e giustizia sociale.

Se per vincere il primo turno delle elezioni presidenziali - compattando il voto islamista - Morsi aveva soprattutto fatto appello alla sharia e alla religione, nel secondo turno due fattori sono stati determinanti per raggiungere il 51% dei consensi. Da un lato, la “credibilità” rivoluzionaria rispetto all’altro candidato Ahmed Shafiq, rappresentante del vecchio regime. Dall’altro, l’aura mitologica di “eccezionali businessmen” che circonda molti membri della Fratellanza musulmana. Fieri sostenitori delle leggi religiose quanto di quelle del libero mercato, gli Ikhwan sembravano un’alternativa migliore per quanti aspiravano a vere riforme economiche e fine della corruzione istituzionalizzata.
Secondo la logica dell’ala “pragmatica” del movimento, capeggiata dal presidente-ombra Khairet Shater, il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione è condizione necessaria per la realizzazione del progetto islamista della Fratellanza. Una teologia della liberazione o un “vangelo secondo Lenin” in salsa islamica che si basa, però, su un programma fortemente neoliberale delineato nel progetto di “Nahda” (rinascita) presentato come piattaforma elettorale da Morsi.
A sette mesi dall’elezione, però, il presidente ha mostrato ben poco di quanto promesso e la credibilità in materia economica dei Fratelli inizia a vacillare. Di fronte all’inflazione rampante, le riserve di valuta straniera prosciugate e la continua svalutazione della lira egiziana, Morsi sembra aver abbandonato il progetto di “rinascita” in favore di un ben più pragmatico progetto di “sopravvivenza”. Come ha scritto l’analista Nervana Mahmoud, i Fratelli Musulmani hanno al momento un unico interesse: gestire la crisi ed evitare una “rivolta del pane”, come quelle scoppiate sotto il regime di Sadat e in minor misura sotto Mubarak. Ovvero, mentre gli Ikhwan cercano di aumentare la propria presa sul potere infiltrando i media e facendo largo ai loro uomini d'affari, cooptando o escludendo quelli ancora legati al vecchio regime, Morsi si limita ad evitare di prendere misure economiche che danneggerebbero gli strati sociali più poveri e la popolazione delle aree rurali, il nocciolo duro dell’elettorato islamista. Con la prospettiva delle elezioni parlamentari, i Fratelli hanno per il momento accantonato l’idea di aumentare i consensi tra le classi medio-alte, già ostili al loro regime.
Sarà da vedere se la semplice gestione della crisi basterà a Morsi per rimanere al potere. L’inflazione è in crescita, spinta dalla spirale di svalutazione della lira egiziana, aumento dei prezzi globali e prosciugamento delle riserve di valuta straniera. A preoccupare sono soprattutto quest’ultime, crollate del 60% dalla rivoluzione ad oggi e necessarie a finanziare tanto le importazioni - l’Egitto è il più grande importatore mondiale di grano - quanto a mantenere artificiosamente alto il cambio con il dollaro. Ufficialmente le riserve ammontano a 15,5 miliardi di dollari grazie all’ennesima tranche di aiuti diretti dal Qatar negoziata a settembre da Shater. Tuttavia, come riportato dal blog Rebel Economy, secondo l’agenzia di consulenza DCode le riserve liquide reali ammonterebbero a 11,8 miliardi, mentre per Capital Economics a novembre erano già sotto i 10 miliardi e crollerebbero più velocemente di quelle internazionali.
Per tamponare l’emorragia di riserve e far ripartire l’economia, l’Egitto da un anno sta negoziando un prestito di 4,8 miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Nonostante l’iniziale opposizione degli islamisti al prestito - quando ad essere in trattativa era il governo dei militari - il presidente Morsi ha ripreso e intensificato negli scorsi mesi le negoziazioni, anche grazie a due fatwa o pareri di giurisprudenza islamica, emanati ad hoc, che rendono ammissibile l’accettazione del prestito. Raggiunto a novembre l’accordo con il team tecnico dell'Fmi, la negoziazione finale è stata però rimandata per decisione del governo egiziano. Tra i pre-requisiti richiesti dal Fondo, infatti, ci sarebbero l’introduzione di nuove tasse - approvate dal governo a dicembre e rinviate per decreto presidenziale - e una riforma generale e radicale del sistema dei sussidi su gas, carburante e pane. Misure che, appunto, danneggerebbero soprattutto i ceti medio-bassi e che mal si sposavano con la scadenza referendaria prima, e con le parlamentari nei prossimi mesi.
La richiesta di prestito al Fondo Monetario Internazionale non sarebbe stata strettamente necessaria. Eppure, lo è giocoforza quasi diventata dopo più di un anno di negoziazioni, perchè i continui rimandi del governo egiziano ne hanno diminuito la credibilità agli occhi degli investitori internazionali. Al di là dei 4,8 miliardi in 4 anni, che difficilmente basterebbero a salvare il paese dal default, l’accordo con il Fondo è la condizione necessaria per sbloccare altri 14,5 miliardi di aiuti promessi da Ue, Usa, African Development Bank e altri. Non solo. Recentemente JP Morgan e Morgan Stanley hanno deciso di trattenere tra i 1,7 miliardi e i 2 miliardi di finanziamenti diretti alla società petrolifera statale - in grave perdita - fino a quando non verrà siglato il patto con l’Fmi a garanzia dell’implementazione delle riforme sui sussidi energetici.
L’asse sempre più stretto tra Fratelli Musulmani e Qatar, che ha recentemente promesso altri aiuti e si è impegnato a comprare “bond islamici” per tamponare la crisi e sostituirsi momentaneamente al Fondo, permette a Morsi di voltare ancora una volta le spalle all’istituto di Washington e rimandare le riforme economiche.
Alla fuga degli investitori stranieri, il Cairo vuole rispondere implementando un sistema finanziario islamico. Il governo ha approvato la creazione dei sukuk, i bond islamici per finanziare il debito. Secondo il nuovo ministro delle Finanze, El Sayed Hegazy, le misure di finanza islamica genereranno 10 miliardi di dollari di entrate per le casse statali. Eppure, la maggiore istituzione religiosa del mondo sunnita, l’università di Al Azhar, ha espresso un parere negativo sui bond islamici, bollandoli come “riforma cosmetica che viola la sharia e mette in pericolo la sovranità statale”. Inoltre, sarebbe stato più economico per l’Egitto contrarre il prestito con l'Fmi piuttosto che finanziare il debito con l’acquisto di bond islamici da parte del Qatar.

E i rivoluzionari?
Mentre attivisti, lavoratori in sciopero e manifestanti asserragliati a piazza Tahrir vengono tacciati di essere antirivoluzionari e di essere la vera causa della crisi economica dai Fratelli Musulmani, l’opposizione crede, o spera, che proprio la crisi possa risvegliare l’ondata rivoluzionaria e far scendere in piazza la classe media e i ceti più poveri. Come affermato dall’artista di strada Mohamed Fahmy, in arte Ganzeer, alla presentazione di un libro al Cairo, “se l’economia crolla, dal mio punto di vista è anche meglio.
Non abbiamo nulla da perdere, perchè già non abbiamo nulla. Se l’economia collassa potremmo finalmente esporre la popolazione alla verità sull’ennesimo mito che circondava i Fratelli musulmani e far, finalmente, piazza pulita.”

 

fonte: temi.repubblica/limes, 25.01.2013

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