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Il 25 aprile e la strage di Sant'Anna, di Giovanni Maria Flick

creato da webmaster ultima modifica 18/09/2015 21:39
Il Presidente emerito della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick, ricorda la strage di Sant'Anna e il suo valore...

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Undici anni fa, in questo stesso giorno, a pochi mesi dal 60° anniversario della strage di Sant’Anna e appena cinque giorni dopo l’apertura del processo al tribunale militare di La Spezia, inizialmente con tre soli imputati, pronunciai l’orazione ufficiale che mi era stata affidata dal sindaco Lorenzoni. Da allora, il processo ai dieci imputati assenti si è concluso con la condanna all’ergastolo (sia pure virtuale, data l’assenza di tutti loro dall’Italia) definitivamente confermata per gli imputati sopravvissuti dalla Cassazione nel 2007, per aver compiuto una strage terrorista, come tale punita anche dalle leggi di guerra. Nel 2000 una legge del Parlamento italiano ha istituito a Sant’Anna di Stazzema il Parco nazionale della Pace.
L’estate
scorsa la Corte costituzionale tedesca ha annullato l’archiviazione del procedimento tedesco nei confronti dei cinque responsabili superstiti, disposta per due volte dalla procura di Stoccarda nel 2012 e 2013, e ha trasferito la competenza ad Amburgo, mentre la scure del tempo ha ridotto a tre i superstiti, dei quali solo il 93enne Gerhard Sommer è ritenuto in condizioni di essere sottoposto a processo.
Credo si possa dire che il tempo non è passato invano, per Sant’Anna e i suoi  martiri, che non cercano vendetta ma giustizia e, soprattutto, memoria. Mi permisi di dirlo, allora. Lo hanno ripetuto alcuni superstiti, testimoni al processo, lo ripete il presidente Pieri, l’ha detto lei, sindaco, al procuratore di Amburgo, lo scorso gennaio.

Le sofferenze, ulteriori, non sono mancate in questo decennio, i superstiti sono sempre meno numerosi. Ma sulla Memoria avete vinto. La strage di Sant’Anna è entrata nella memoria collettiva, la ricerca storica si è chinata sulle fonti documentali e testimoniali, dando vita a saggi importanti, qualche volta controversi, lo so, come lo sono stati nel 2008 il romanzo di James McBride e il film di Spike Lee tratto dal libro Miracolo a Sant’Anna, che pure riguarda, nella finzione e nella libertà letteraria, una vicenda di poco successiva al 12 agosto 1944.
Le celebrazioni di quest’anno, il 12 aprile, sono state aperte dalla lettura
teatrale delle pagine del libro di Daniele Biacchessi, I Carnefici, che ripercorre le stragi naziste dell’estate 1944, da Sant’Anna a Marzabotto, attraverso il racconto e i documenti trasmessi da un nonno al nipote, alla ricerca della verità e della giustizia, * Sant’Anna di Stazzema, 25 aprile 2015 lungo il percorso tracciato vent’anni fa dalla denuncia e dal libro del giornalista Franco Giustolisi, scomparso pochi mesi fa, L’armadio della vergogna, sui fascicoli occultati delle stragi naziste, ritrovati dal procuratore militare Antonino Intelisano nel 1994 a Palazzo Cesi-Gaddi, sede degli organi giudiziari militari.
Fu Giustolisi a
scoprire quella storia, a scriverne su L’Espresso e poi nel libro. A lui avete dedicato la cittadinanza onoraria, in suo nome avete istituito il premio “Giustizia e verità Franco Giustolisi”, sul giornalismo d’inchiesta, la cui presentazione avverrà il prossimo 8 maggio al Senato e la premiazione a Sant ’Anna il 10 novembre, nel primo anniversario della sua scomparsa.
Nascono dal ritrovamento di quei fascicoli occultati per decenni i processi, certamente tardivi e viziati dai danni irreparabili del tempo; e la commissione parlamentare d’inchiesta istituita nel 2003, che ha lavorato con fatica e senza pervenire a conclusioni cristalline e condivise, ma ha gettato sprazzi di luce sulla ragion di Stato e sulle negligenze che furono all’origine dell’occultamento. Una visione miope e ingenerosa della storia, della stessa politica, della sofferenza breve e atroce subita dai martiri, di quella non meno atroce e senza fine dei sopravvissuti, ha creduto di barattare, a Sant’Anna e altrove, la medaglia d’oro al valor militare con la rinuncia alla verità. Così non è stato, e per questo dico senza retorica che voi avete vinto.
La vostra stazione dolorosa è parte di una Via Crucis costellata di eccidi gli stessi narrati dal nonno de I carnefici - e anche dalle azioni di guerra degli Alleati, per la liberazione dell’Italia e dell’Europa dai nazisti, e dell’Italia settentrionale dalla Repubblica fascista di Salò. Ma non ci sarebbe una Liberazione da celebrare, né un riscatto dell’intero Paese, riconosciuto anche dai vincitori, se gli italiani non vi avessero direttamente e largamente partecipato, con la Resistenza armata organizzata dai partigiani di molteplici orientamenti ideali e ideologici, ma uniti dall’antifascismo sostenuta da fette importanti della popolazione civile e da molte componenti delle Forze Armate, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.
All’eredità e all’attualità della Liberazione, ad alcune riflessioni e auspici per favorirne la trasmissione alle nuove generazioni, è dedicato essenzialmente il mio Ricordo di oggi.
Giuseppe Galasso, sul Corriere della Sera del 9 aprile scorso (Le anime e i colori della resistenza. Una sintesi che ci restituirà la libertà) ha ricordato la pluralità di posizioni politiche che caratterizzò la Resistenza: dal riemergere delle convinzioni dell’Italia prefascista alla scelta antifascista, a quella della lotta armata, alla “zona grigia” dell’Italia sotto i tedeschi. Le tre componenti protagoniste della Resistenza (liberal-democratica, democristiana, social-comunista) si fusero in una nuova tradizione politica, in un “compromesso storico” con il governo legittimo di Roma, che ha segnato la scelta “occidentale” di libertà e la politica nazionale
successiva. Nei settanta anni trascorsi, le profonde mutazioni del paese e del mondo, e la scomparsa di quelle componenti politiche (almeno nella loro espressione come partito) non hanno però azzerato il significato del “compromesso”, dell’integrazione e del coordinamento attraverso i quali si era realizzata la Resistenza; la quale, assicura Galasso - ed io con lui - ha ancora molto da dire.
Oggi sembrano sopite le proposte, provocatorie o ingenue, per abolire la festa del 25 aprile, o per diluirla nella celebrazione di tutte le liberazioni dei popoli, contro tutte le dittature. Non esistono altre date egualmente meritevoli di rappresentare l’identità del Paese e che possano meglio aspirare al consolidamento di una memoria condivisa. Resta però il timore che la diminuita tensione sul 25 aprile non nasca da una accresciuta condivisione, quanto dalla crescente indifferenza, aiutata ma non giustificata dai cattivi comportamenti della politica: è di questi giorni il sondaggio svolto per la trasmissione Rai Agorà, che misura addirittura nel 58% del campione rappresentativo degli italiani la convinzione della inattualità degli ideali della guerra di liberazione dal nazi-fascismo.
Per questa ragione, senza indulgere alla retorica, bisogna diffondere,
soprattutto nei giovani, la conoscenza della Resistenza e della Liberazione. Perché da lì proveniamo, dal Secondo Risorgimento. E la democrazia, la libertà che consideriamo giustamente naturali e scontate, nascono dal sacrificio di intere generazioni. Molto bene ha fatto il presidente Sergio Mattarella, nell’intervista di ieri a la Repubblica, a ricordare che «l’antifascismo costituisce elemento fondante della nostra democrazia», e a mettere in guardia dalla «abitudine alla libertà e alla
democrazia (che) rischia talvolta di inaridire il modo di guardare alle istituzioni democratiche, rifiutando di impegnarvisi o anche soltanto di seguirne seriamente la vita». E sempre ieri mattina ha ricevuto e ha rivolto un discorso sul senso del 25 aprile, a un gruppo di giovani partecipanti al concorso nazionale “Dalla Resistenza alla Cittadinanza attiva”.
In questo giorno di 38 anni fa, sul Corriere della Sera, Italo Calvino elogiava «il pudore della retorica, che caratterizza i veri partigiani». Non è mancata, in passato, la retorica, non sono mancate «le tentazioni egemoniche e proprietarie» secondo la definizione di alcuni storici e uomini delle istituzioni dei depositari della Resistenza e dell’antifascismo. Errori e difetti da correggere, e già largamente corretti; purché non siano utilizzati come alibi e pretesti per promuovere non già memorie condivise, quanto memorie indistinte: l’«offuscamento del ricordo».
Coltivare la verità storica e la memoria significa adottare un metodo che non consiste mai nel voltarsi dall’altra parte e far finta di dimenticare, né quando si è vittime, né quando si è colpevoli. Questa è la premessa per fare la pace con gli altri popoli, non solo al momento della firma dei trattati, in genere imposti dal vincitore.
Lo ha ricordato in questi giorni, con poche parole, papa Francesco in relazione al genocidio degli armeni. La Germania lo capì subito e da tempo ha messo in pratica questo metodo, la Turchia non ha ancora compiuto questo percorso. Durante la visita in Italia, a Marzabotto, dell’allora presidente tedesco Rau con il presidente Ciampi, il 17 aprile 2002, Rau disse: «La colpa personale ricade solamente su chi ha commesso quei crimini. Le conseguenze di una tale colpa, invece, devono affrontarle anche le generazioni successive. Non è facile trovare parole adeguate ad un simile orrore.
Quando penso ai bambini e alle madri, alle donne e alle famiglie intere, vittime dello sterminio di quella giornata, mi pervade un profondo senso di dolore e vergogna. Mi inchino davanti ai morti».
Undici anni dopo, il 24 marzo 2013, il presidente tedesco Gauck,
accompagnato dal presidente Napolitano nella visita a questo Sacrario, disse: «Riconciliazione non significa mai e in nessun caso oblio. I crimini perpetrati in questo posto e negli altri luoghi del terrore del Vostro Paese -non deve dimenticarli nessuno. Eventi di inenarrabile efferatezza, che vanno conservati nella nostra memoria collettiva... È importante che i fatti vengano chiamati per nome, che le efferatezze vengano chiamate per nome e ciononostante noi possiamo edificare la riconciliazione. Proprio in questi luoghi dove i crimini sono così facilmente riconoscibili. Per giungere alla riconciliazione la gente non deve dimenticare quanto
accadde».
Ho già accennato, e ne avevo parlato più diffusamente nell’orazione del 2004, al patto indicibile e indecente di risarcimento, condito dalla retorica verbale e dal silenzio sostanziale, che ha riguardato i martiri di Sant’Anna e le vittime di molti eccidi. Trovava forse spiegazione, non giustificazione, nel contesto politico internazionale del tempo, caratterizzato da una sorta di tacita reciprocità nei rapporti tra Stati, all’insaputa dei loro cittadini.
L’Italia non ha soltanto subito questo patto scellerato. Se ne è anche avvalsa, per un certo tempo. Un saggio pubblicato nel 2005 (Italiani senza onore) ha documentato i crimini compiuti anche dall’esercito italiano in Jugoslavia fra il 1941 e il ’43: eccidi suggeriti da circolari e dispositivi firmati da generali, che parlano di «sgombero totalitario» per «elementi che possono trasformarsi in nostri nemici».
Nonostante il cambiamento istituzionale e politico, prevalse il presunto, comune interesse a silenziare gli eccidi e le foibe che ne seguirono, anche perché - secondo quella ricerca - tra i mille presunti autori dei crimini balcanici, non pochi avrebbero poi occupato posizioni di responsabilità nell’esercito e nelle istituzioni civili della nuova Italia democratica. Ma è avvenuto anche in altri campi, e ai massimi livelli
istituzionali, per esempio tra gli zelanti redattori e applicatori delle leggi razziste, uno dei quali, più per la pavidità di molti che per le sue capacità mimetiche, ha fatto parte del primo collegio della Corte costituzionale, e ne è stato il secondo presidente, grazie alle dimissioni di Enrico De Nicola, il capo provvisorio dello Stato e poi, brevemente, primo presidente della Repubblica. Oggi per fortuna abbiamo saputo compiere il percorso inverso, sanare una vergogna rimasta a lungo sconosciuta, e un degnissimo giudice costituzionale è divenuto presidente della Repubblica.

La memoria, dunque, attraverso la storia e le testimonianze, non basta a
estinguere la sete di giustizia. Perché, senza giustizia, è monca. Coniugare memoria e giustizia è soprattutto un bisogno dell’uomo, ma è anche un modo, il modo, per comprendere la lezione della Resistenza e della Liberazione. La memoria guarda al futuro attraverso l’esperienza (e la sofferenza) del passato. Ne abbiamo bisogno, in un presente che vede riaffiorare quotidianamente l’intolleranza, il rifiuto delle diversità,
l’antisemitismo, la violenza xenofoba, il fanatismo religioso, l’odio razziale, la violazione dei diritti umani a cominciare da quello alla vita, al diritto di asilo e al dovere dell’accoglienza. Solo tenendo sempre vive le proprie radici sarà possibile riconoscere le ragioni degli altri e rispettare tutte le memorie.

Lo scrittore francese Marek Halter, ebreo di origine polacca, in occasione della grande celebrazione dei 60 anni dalla liberazione dei campi di sterminio, alla quale aveva partecipato qualche giorno prima insieme con capi di Stato e di governo, esprimeva il timore che essa costituisse «la fine del ricordo, il passaggio obbligato dalla Memoria alla Storia». Temeva, Halter, che l’assenza, e la ormai quasi compiuta scomparsa di tutti i sopravvissuti, di tutti i Giusti, cancelli ogni traccia di memoria.
Questo rischio si può evitare solo quando il ricordo si fa radice e identità, e perciò si trasmette tra generazioni: non per separare, ma per unire nella diversità. Ed è importante il coinvolgimento e la partecipazione dei giovani, come avviene per esempio con i “treni per Auschwitz”. Occorre infatti che la memoria sia intesa come espressione di una partecipazione del cuore, e non sia soltanto storia, intesa come espressione dell’intelletto e della conoscenza, più astratta e non coinvolgente.
Il rischio che si cancelli ogni traccia di memoria è sempre presente; l’esortazione e la vigilanza sono sempre opportune, perché da ogni rievocazione, tanto più da ogni ricostruzione storica, si può e si deve scavare oltre la retorica, oltre l’agiografia, oltre i miti. Resta sempre, intatta, la sostanza: il sangue, la sofferenza, la passione, di quanti
contribuirono al riscatto di un popolo sconfitto, alla rinascita e anzi allo sviluppo di istituzioni democratiche soffocate da venti anni di dittatura fascista; la scelta definitiva per la forma repubblicana dello Stato; la faticosa, e proprio perciò ammirevole, redazione di una Carta fondamentale che, senza alcuna modifica sostanziale nella sua Prima parte, e tanto più nei Princìpi fondamentali, ha saputo affrontare sessant’anni di progresso e di “rivoluzioni” quali non ce n’erano mai state
nei secoli in Europa. Senza spargimenti di sangue, nella graduale e talvolta incerta, ma inarrestabile integrazione fra popoli e Stati, e tra fondamentali istituzioni, come il governo della moneta.
Resistenza, Liberazione e Costituzione sono intimamente collegate, ben più di quanto ogni parola possa fare, ben più di quanto qualsiasi parola possa negare. Dalla Resistenza al fascismo è venuta la libertà del popolo italiano; dalla libertà è sorta le Repubblica e si è alimentata la democrazia; alla Costituzione democratica e antifascista è stata affidata la proclamazione di questo principio, su questo principio la Costituzione fonda i suoi valori fondamentali, l’affermazione dei diritti e dei doveri.
La via italiana alla democrazia è passata per l’antifascismo.
La condivisione di questa storia è anche l’affermazione e il riconoscimento dell’identità italiana, dell’unità nazionale perseguita dal Risorgimento e poi negata dalla proclamazione della Repubblica Sociale Italiana in una parte del territorio che, allora, era riunificato da meno di 30 anni. È quanto basta per fare del 25 aprile la festa degli italiani, di tutti gli italiani, senza appropriarsene o arrogarsi il diritto di sentenziare esclusioni e inclusioni; ma anche senza il diritto di chiunque, di tradirne
o banalizzarne il significato e l’origine.
Bisogna guardare al futuro, certo, ma ben sapendo da dove si viene. Non coltivando vendette, certo; però mai perdendo la memoria, che dà un senso e un’anima alla storia, che soddisfa la mente e la sete di conoscenza; ma non consola.
Soprattutto, la memoria consente di camminare insieme, nella stessa Unione europea, ai popoli composti dai figli dei perseguitati e ai popoli composti dai figli dei persecutori; dai figli dei vincitori e dai figli dei vinti; ognuno conoscendo la sua storia, tutti rispettando quella di ciascuno, nessuno negando quella altrui.
Possono sembrare affermazioni retoriche, ma ancor più lo erano alcune
appropriazioni indebite del passato, che proclamavano la Resistenza ma praticavano l’intolleranza, così tradendo uno degli elementi chiave, il pluralismo che caratterizzava le brigate partigiane, le quali a loro volta rappresentavano una componente essenziale, ma non unica della guerra di liberazione, come ho già ricordato.
La Liberazione acquista il suo pieno significato solo se la si celebra come momento centrale, intermedio, fra Resistenza e Costituzione. Non si comprende o potrebbe incamminarsi in sentieri pericolosi il dibattito sull’attualità o meno della Costituzione, anche nella sua prima parte, senza il riferimento alla Resistenza. Come pure la rilettura della Resistenza, giustamente privata dalle incrostazioni, si incamminerebbe verso il revisionismo se perdesse il rapporto con il suo punto di arrivo: la Costituzione. Nasce dalla Resistenza, ma non è affatto un residuato bellico: lo hanno detto bene gli ultimi presidenti della Repubblica, Ciampi e Napolitano.
Mattarella lo ha detto il giorno stesso della sua elezione, prima ancora di iniziare il mandato -da semplice cittadino ma anche giudice costituzionale ancora in carica con il pellegrinaggio alle Fosse Ardeatine, più eloquente di qualsiasi discorso. E ieri ha ricordato agli studenti che «la Costituzione non va conservata come una reliquia in una teca. La Costituzione è una realtà viva; vive perché viene applicata, perché viene attuata, perché -nei tempi che mutano, nelle condizioni che cambiano - viene realizzata sempre, rispettando i suoi valori. (…) E lo strumento per farla vivere è la
partecipazione».
Non è facile, perché i risvolti negativi della globalizzazione, il moltiplicarsi dei focolai di guerra, la minaccia del fanatismo religioso e terrorista, ci pongono di fronte a fenomeni di grandi dimensioni, anzi di dimensioni non gestibili da un singolo paese (e non compresi o rimossi dalla comunità internazionale, che invece avrebbe gli strumenti e la forza per affrontarli). Confido che la partecipazione sia considerata un metodo irrinunciabile da tutti, nella società e nelle istituzioni, a cominciare dal
Parlamento e dai parlamentari. Senza illusorie fughe nell’Aventino e senza sottrarsi alla responsabilità delle decisioni. Ma anche senza colpi di forza, tanto più se le forze siano appena sufficienti ad ottenere il risultato di breve periodo. I tentativi falliti in materia costituzionale ed elettorale sono ancora recenti, sia quando siano stati frettolosamente approvati, come nel 2001, sia quando siano stati respinti, dagli elettori nel 2006 e dalla Corte costituzionale nel 2014. Di riforme, anche costituzionali, c’è urgente bisogno, e naturalmente oggi sarebbe improprio entrare nel
merito delle riforme in discussione. Non tocca a me, e non solo per il rispetto dovuto e sentito al ministro per le Riforme. L’importante è che la bussola resti sempre la Costituzione, anche nel momento in cui ci si accinga a modificarla.
Auspico che soprattutto i giovani possano tornare a guardare al futuro almeno con fiducia, se non con la spensieratezza - ahimè, quanto precaria si sarebbe rivelata dei bambini di Sant’Anna di Stazzema, che nel giugno 1944 festeggiavano in girotondo l’inizio delle vacanze estive. La guerra e la follia criminale tolsero il futuro a quei bambini e a un intero paese. Temo che ancora oggi questo avvenga in molti luoghi del mondo e nelle acque vicine del Mediterraneo. Noi adulti abbiamo molte
responsabilità, se non dirette, spesso omissive. Cerchiamo, tutti, di non perdere la Memoria.

* Sant’Anna di Stazzema, 25 aprile 2015
** Presidente emerito della Corte Costituzionale

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