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“Il jihad ha sostituito l’utopia comunista”, l’allarme delle intelligence per i giovani (e le donne), di Stefano Vespa

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 08/05/2019 09:33
Si è svolta a Roma la conferenza Bridg& che ha riunito 40 delegazioni di intelligence europee, di Paesi affacciati sul Mediterraneo e degli Stati Uniti. Il tema: evitare che un radicalizzato diventi un terrorista...

Finora l’obiettivo principale è stato quello di evitare attentati. Un obiettivo che resta fondamentale, naturalmente, ma ce n’è un altro altrettanto urgente: evitare che un radicalizzato diventi un terrorista. Un tema complesso al centro della conferenza Bridg& (Bringing Radicalized Individuals to Disengag&) organizzata dal comparto Intelligence che ha riunito 40 delegazioni di intelligence europee, di Paesi affacciati sul Mediterraneo e degli Stati Uniti. 

La minaccia jihadista resta “attuale e concreta” ha detto Gennaro Vecchione, direttore del Dis, il Dipartimento che coordina le Agenzia Aisi e Aise, e la radicalizzazione va “prevenuta e intercettata nella sua fase iniziale” perché il pericolo “può annidarsi ovunque”. Più collaborazione internazionale, dunque, più partenariato con un occhio alle donne che sono fondamentali nel favorire la radicalizzazione e possono esserlo nella prevenzione.

Quanto avvenuto negli ultimi anni sta portando cambiamenti profondi nella nostra società, una realtà che il vicedirettore vicario del Dis, Enrico Savio, ha provato a descrivere rilevando che “non riusciamo a spiegare perché un modello di società aperta possa generare reazioni ostili”: se non capiamo le cause, parleremmo di “tattica e non di strategia”. Secondo Savio, sarebbe “un errore di paradigma considerare la radicalizzazione come un fenomeno esterno” e diventa perciò indispensabile una visione comune. Finora, infatti, “l’Italia ha affrontato da sola certi problemi” come quelle dell’immigrazione. Visto che siamo tutti “sotto test, se c’è la volontà può nascere un modello” che è stato l’obiettivo della sessione a porte chiuse.

La crescita del jihadismo  e il ruolo femminile

Le vocazioni jihadiste sono cresciute di 30 volte dal 2013 al 2016, effetto dell’Isis. È uno dei dati forniti dal professore Farhad Khosrokhavar, dell’Osservatorio parigino sulla radicalizzazione della Maison des Sciences de l’Homme. Una capacità attrattiva perché si è dichiarato come Stato: finite le utopie del socialismo o del comunismo, “la distopia dell’Isis ha attirato i giovani”, anche adolescenti che invece al Qaeda non voleva. Diverse le cause sociali: molti soggetti si credono “respinti e vittimizzati, credono di subire trattamenti ingiusti e, tranne che in Italia, ci sono in Europa quartieri con una percentuale tra il 60 e l’80 per cento di giovani emarginati”, quelle banlieue che Khosrokhavar chiama “struttura jihadogenica urbana”. 

Vecchione, commentando a margine, ha detto che “un’ordinata immigrazione, regolata e controllata, ha permesso all’Italia di evitare la creazione di zone di disagio”. La domanda che l’Occidente si pone è: come integrare in futuro donne e giovani radicalizzati o che addirittura torneranno dalle aree di guerra?

Si parla poco del ruolo delle donne nell’estremismo jihadista perché “hanno potere, ma non autorità, quindi sono invisibili e trascurate dai governi, ha spiegato la professoressa Fatima Sadiqi dell’università marocchina di Fez. Eppure, secondo dati dell’Europol, per reati connessi al terrorismo nel 2014 furono arrestate 96 donne, 171 nel 2015 e 180 nel 2016 e cellule solo femminili sono state arrestate in Gran Bretagna o in Marocco. 

Nei territori che furono occupati dall’Isis sono nati 730 bambini e per questo, secondo Sadiqi, è importante concentrarsi sulle donne e i minori considerati “di ritorno”: tra l’aprile 2013 e il giugno 2018, 4.761 cittadini stranieri su 41.490 (13 per cento) che si affiliarono all’Isis in Siria e Iraq erano donne, i minori erano 4.640.

La propaganda sulla rete

Sono 10mila le persone che Google impiega per controllare e rimuovere dal web materiale propagandistico jihadista. Più del 70 per cento degli 8,7 milioni di video rimossi non era ancora stato visualizzato, ma per spiegare la difficoltà Miriam Estrin di Google ha ricordato che ogni minuto sono caricate 500 ore di video su Youtube di cui solo lo 0,5 per cento è a rischio e se nel 2017 l’8 per cento dei video era stato rimosso prima che fosse visto 10 volte, nel 2018 la percentuale è salita al 50 per cento. I metodi sono estremamente complessi: con l’Image hashing, per esempio, un video è paragonato a un’impronta digitale che consente di capire passo per passo se uno stesso pixel era presente in un video già rimosso, impedendone la ripubblicazione. Ma in molti casi l’intervento dell’uomo resta indispensabile.

Gli insegnamenti italiani

Riuscire a individuare un percorso di recupero per un radicalizzato è la sfida del futuro. La professoressa Laura Sabrina Martucci dell’Università di Bari lavora con la magistratura pugliese proprio come mediatore su questo fronte: il primo problema è la definizione giuridica di radicalizzato, fondamentale per poter adottare quelle misure che l’ordinamento prevede. Certo è che “l’Italia soffre ancora la mancanza di una legislazione ad hoc che disciplini la prevenzione del terrorismo jihadista”. 

Un gap che scontiamo, ha rimarcato senza giri di parole Claudio Galzerano, direttore del Servizio per il contrasto dell’estremismo e del terrorismo esterno della Polizia di prevenzione: sconfitto il terrorismo degli anni di piombo e “arginato” quello islamista con “sangue, sacrificio e umile impegno”, Galzerano ha definito le tre parole d’ordine: agire insieme, condividere, valorizzare il livello locale. Il successo o la sconfitta sono di tutti, condividendo informazioni e responsabilità, ed è decisiva la realtà locale, la “carne viva”, il contesto sociale in cui si opera perché ora che l’asticella si è alzata l’impegno è di non far diventare terrorista un radicalizzato. Parole d’ordine che devono essere sempre di più condivise a livello internazionale.

Una specificità italiana è l’attento monitoraggio in carcere fatto dal Nic, il Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria: Augusto Zaccariello del Dap ha ricordato che su circa 60mila detenuti gli stranieri sono 20mila e circa 13.600 quelli provenienti da paesi di religione musulmana. Con diversi gradi di isolamento per i detenuti accusati di terrorismo e con la capacità di cogliere il minimo segnale, si applicano programmi di depotenziamento e di deradicalizzazione personali anche con corsi di rieducazione religiosa e corsi per controllare l’aggressività.

Dalle riviste ai video al dilagare dei social network, la propaganda jihadista impegna sempre di più gli investigatori italiani. Il colonnello Marco Rosi, comandante del Reparto antiterrorismo del Ros dei Carabinieri, nello spiegare l’incessante monitoraggio ha anche ricordato come un fatto possa essere immediato, opera di un singolo sconosciuto fino ad allora: l’esempio tipico è Mohamed Game, libico da anni in Italia, che nel 2009 costruì un ordigno artigianale per attaccare una caserma milanese, ma rimase gravemente ferito. Aveva contattato otto volte un sito chiamato dall’Arma Jiharchive, un “archivio” jihadista scoperto quell’anno. 

Ma Game era uno qualunque, anzi era “trasparente” come l’ha definito Mario Parente, direttore dell’Aisi. “Non siamo all’anno zero” ha aggiunto, ma occorre una “risposta integrata”. La conferenza serve a questo: condividere esperienze sulla prospettiva di genere nel contrasto all’estremismo violento, sulla radicalizzazione online e sull’approccio preventivo multi-agenzia.

Poi ci vorrebbe anche la politica. Una proposta di legge sulla deradicalizzazione che non fu approvata nella scorsa legislatura è stata riproposta nel marzo 2018 da Emanuele Fiano (Pd). Trasmessa a luglio alla commissione Affari costituzionali della Camera, l’iter non è mai cominciato. Se si continua così, quel gap non sarà mai colmato.

https://formiche.net/2019/05/tutte-le-intelligence-unite-contro-il-jihadismo-e-la-lezione-dellitalia/

L’italiano che inneggiava al jihad e voleva infibulare le figlie, ora non fa più paura

La professoressa Laura Sabrina Martucci spiega che cos'è il processo di deradicalizzazione e i programmi previsti. «Manca ancora una legge nazionale»…

“Non aveva ancora compiuto atti di terrorismo e abbiamo lavorato per definire un’operazione legittima di deradicalizzazione su un italiano convertito all’Islam sulla base delle norme in vigore”. La professoressa Laura Sabrina Martucci insegna all’Università di Bari ed è referente del rettore per i rapporti con la procura della Repubblica del capoluogo pugliese in relazione alla prevenzione della radicalizzazione e ai programmi connessi. 

Alla conferenza internazionale organizzata dall’Intelligence italiana a Roma sul problema della radicalizzazione ha portato l’esperienza relativa ad Alfredo Santamato, alias Muhammad, di Noci (Bari) che oggi ha 44 anni. Aveva inneggiato al jihad, all’attentato di Berlino, voleva imporre l’infibulazione alle figlie e costringeva la moglie a indossare il niqab.

Com’è nato questo esperimento, finora unico in Italia?

Con la collaborazione tra l’Università, la Digos e la magistratura baresi abbiamo cercato una soluzione per compiere un’azione legittima di deradicalizzazione su questo soggetto (un italiano convertito) che non aveva ancora compiuto reati di terrorismo. Attraverso l’applicazione di misure di prevenzione, che prevedono una serie di limitazioni come la privazione della libertà personale o il ritiro della patente, siamo riusciti a ipotizzare una prescrizione atipica che è possibile per il codice antimafia.

Che cos’ha deciso il giudice?

Ha disposto che il soggetto dovesse frequentare obbligatoriamente, nei due anni di durata della misura di prevenzione conclusi alla fine di aprile, un percorso di deradicalizzazione. Per conto dell’Università di Bari ho coordinato un’équipe che ha scritto il programma e le linee guida. Va considerato che per lavoro guidava un autoarticolato per la consegna di pranzi e cene alle scuole: questo ha costituito l’aggravante della sua pericolosità sociale perché il mezzo costituiva potenzialmente un’arma.

Come si convince un soggetto a seguire un percorso del genere?

In questo caso la volontarietà non era sufficiente, la misura giudiziaria ha quindi consentito di imporgli legittimamente la misura. Abbiamo creato un programma assolutamente laico perché non avremmo potuto consentire che fosse un imam a deradicalizzare attraverso un ordine giudiziario: non si può imporre come mezzo affine una modalità religiosa. Nel programma abbiamo insistito molto sulla tutela dell’autodeterminazione religiosa del soggetto.

Per esempio?

Aveva tagliato la barba per andare alla prima udienza nella quale è stata confermata la misura. Può portare la barba che lo identifichi come fedele islamico, purché viva la sua fede in pace. Quando abbiamo cominciato a lavorare sui punti critici abbiamo cercato di elaborare la sua vicenda personale e come aveva maturato quelle idee che l’hanno portato ad assumere condotte che, secondo la nostra normativa, sono allarmanti perché costituiscono una concreta pericolosità sociale. In Italia abbiamo però il problema di fondo che è la legittimazione giuridica.

Significa che servirebbe una legge nazionale che regolasse l’insieme della prevenzione e dei processi di deradicalizzazione?

Assolutamente sì, però nel frattempo non siamo in ritardo, bensì nei tempi dell’evoluzione storica del jihadismo in Italia. Possiamo già usare gli strumenti che abbiamo e quello che abbiamo utilizzato a Bari potrebbe essere uno dei più versatili perché ci consente di trasformare il sospetto in un giudizio tecnico-giuridico agendo su persone che, seppure non arrivano individualmente alla radicalizzazione, possono essere dei facilitatori del messaggio.

Ne state discutendo con altre procure?

Siamo stati sentiti da tanti interlocutori, ma per ora è l’unica esperienza. Anche dall’estero ci chiedono come stiamo operando sul profilo della legittimazione ad agire. Ha incuriosito molto l’assoluta legittimità, il rispetto di tutte le procedure tanto per la tutela della sicurezza che dell’autodeterminazione della libertà del soggetto.

È previsto l’intervento dello psicologo?

In questa fase non ancora, ma ogni équipe si può formare su misura perché si tratta di misure individuali e quindi si può integrare con le professionalità necessarie. La procura di Bari decise per un percorso di recupero socio-culturale-giuridico perché preferiva affidarsi ad accademici: per esempio, un docente si è occupato dei profili costituzionali, un altro delle dimensioni sociali, come la sua famiglia e il lavoro. Tra poco pubblicheremo la relazione finale e sono fiduciosa.

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