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‘Niente ci fu’: storia di Franca Viola che si ribellò al matrimonio riparatore in Sicilia, di Danila Giardina

creato da antonella.70@libero.it — ultima modifica 14/09/2015 17:14
La vicenda di una 17enne che, nel dicembre del '65, viene rapita e tenuta segregata per una settimana da un mafiosetto locale.

 

La cosiddetta ‘fuitina’ è una fuga d’amore, ma anche un rapimento con stupro, che si trasforma in matrimonio per un’usanza ancora oggi molto diffusa in Sicilia. I due ragazzi ‘fuggono insieme’, più o meno consensualmente, quando la loro relazione è osteggiata dalle famiglie o solo perché lo vuole la tradizione. A cose fatte, le famiglie accettano o impongono il matrimonio per rimediare alla vergogna della figlia non più vergine. Per senso d’onore il figlio farà la sua parte, conducendo la ragazza all’altare. Il 26 dicembre del 1965 una giovane semplice, di nome Franca, si contrappose a questo sistema di uomini e di leggi fatte da uomini, così come fecero Peppino Impastato e Danilo Dolci chiamando per nome i mafiosi e denunciando gli intrecci fra mafia e politica e pagandola molto cara.

Appena diciassettenne, Franca Viola, dopo avere rifiutato le avances di un innamorato, viene rapita mentre si trova nella sua casa di Alcamo. Filippo Melodia, rampollo della famiglia mafiosa dei Rimi, la tiene segregata e la violenta per una settimana intera. L’epilogo sarebbe stato il matrimonio riparatore, previsto dalla legge italiana come ‘ristoro’ in caso di violenza sessuale. Il padre di Franca invece finge di accettare un accordo per liberare la figlia, avvisa i carabinieri e fa arrestare Melodia. Franca Viola non volle in alcun modo acconsentire alle nozze previste , creando un precedente seguito da molte donne. E’ così che diventa un’icona del movimento femminista italiano. La legge che tutelava l’autore della violenza, pur avendo innescato un rovente dibattito politico e indignato l’opinione pubblica, sarà modificata solo nel 1981, con la cancellazione del matrimonio riparatore in caso di violenza sessuale .“’Niente ci fu’ è un modo di dire delle madri siciliane: quando i figli si fanno male si fa ricorso a questa espressione per minimizzare – spiega Beatrice Monroy. In generale, se si tratta di qualcosa di serio, è l’autocensura che caratterizza una certa cultura femminile siciliana del non-detto”. Dopo il can can mediatico sviluppatosi attorno alla vicenda, Franca Viola è uscita di scena, avvolta nel silenzio. “Dove sono finite le sue parole? – chiede l’autrice – Ho cercato di dare voce a lei e a tante altre donne vittime di violenza, diventate ormai testimoni mute . La violenza sulle donne assume connotati specifici perché condizionata dalla presenza della mafia, il cui primo comandamento è l’omertà”. Perchè, conclude Monroy, “non è una circostanza fortuita quella che vede fra i protagonisti della vicenda uomini di famiglie mafiose. Come andarono veramente le cose? Non è un caso che su questo sia calata una cortina di silenzio”.

Fonte: Il fatto quotidiano

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