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‘Fare’ chiesa ai tempi del corona-virus, di Alejandro De Marzo

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 31/03/2020 10:29
Da come si ‘fa’ Chiesa dipende in buona parte come si ‘è’ Chiesa, così che ai tempi del corona-virus ritengo stiamo assistendo ad una transizione del cattolicesimo verso il futuro…

Questo periodo di quarantena a causa dell’emergenza corona-virus sta evidentemente impattando la società con modalità inaspettate e conseguenze improvvise, provandone la ‘flessibilità’ strutturale e portando meglio in evidenza gli intrinseci caratteri di resilienza umana e ‘sopravvivenza’ culturale. In mancanza infatti della fruizione dei teatri dei cinema e dei prodotti artistici dello spettacolo ‘dal vivo’, gli italiani mentre riscoprono il calore della vita famigliare attorno ai focolari domestici stanno mostrando prevedibili accentuazioni dei consumi mediali e della connettività in videochat attraverso i vari social (come ben si rileva, del resto, anche nelle altre nazioni colpite dall’epidemia). 

Antropologicamente è la natura dell’essere umano che motiva tale forte necessità di incontro e scambio dialogico con i pari, spiegando quanto comunicativamente è avvenuto per altre sciagure simil-pestilenziali (si prende spesso in queste settimane a riferimento letterario il Decamerone di Boccaccio) ma è fuor di dubbio, comunque, che proprio l’attuale contesto tecnologico porti a garantire ed incentivare come non mai la maggiore ‘dipendenza’ strumentale e dunque la pervasività.

Se finora i blog e portali della Rete, le chat di gruppo e i profili dei principali social media si caratterizzavano quali moderne agorà di confronto (nonostante, spesso, di vacuità) la crisi contingente le ha rese indispensabili canali di espressione identitaria e di ‘sfogo’, secondo quanto ci confermano gli psicologici. Ecco dunque emergere la messa in luce dell’interiorità personale di tutti, della fragilità spirituale di ognuno, della rivelazione di vera ‘appartenenza’. Già. 

Poiché in qualsiasi ‘passeggiata digitale’ durante il corona-virus si rileva agevolmente il senso di generale sensibilità alla dimensione dell’anima (a prescindere dai culti professati), un alimentare le potenzialità più profonde delle menti e dei cuori (seguendo sia le religioni tradizionali che le pratiche contemporanee di moda) che può apparire ‘vittoria’ sull’ateismo delle moltitudini del Terzo Millennio e confermarci l’intrinseca tendenza al trascendente.

In queste settimane ci si affida alla comunicazione ‘mediata’ per manifestarsi ancora una volta narcisisticamente contando sulle incrementate possibilità di visibilità, tuttavia, come si diceva, si è portati concomitantemente a ‘sintonizzarsi con il soprannaturale’, riscoprire la via della fede, ‘ritornare a Dio’ (quand’anche soltanto per mera convenienza e utilitarismo).

Nella fattispecie di quello che riguarda la vita ecclesiale delle comunità cristiane in Italia, è sotto gli occhi di tutti quella significativa importanza che sta rivestendo, per quote sempre crescenti di individui, la ‘partecipazione’ agli eventi mediatici di tipo religioso: il S. Rosario nazionale trasmesso da Tv2000, le iniziative riprese dai media globali specificamente volute da Papa Francesco per impetrare mediante la preghiera la liberazione dal flagello sanitario, le celebrazioni liturgiche in streaming dalle varie parrocchie o dai conventi rivolte ai membri ‘ordinari’ di tali comunità; tutte modalità virtuose di estrinsecazione della dinamica sopra descritta (e di ovvio beneficio allargato agli ‘avventori di passaggio’) che interessano aspetti da indagare e su cui d’ora in poi si dovrà meglio tener conto.

Val bene riprendere le definizioni di ‘funzione bardica’ (proposta dagli anni ‘80 per la Tv) e di ‘agglutinatore di gruppi’ (considerata per i social medium dal 2000) per osservare come entrambe si addicano e armonizzino peculiarmente al processo comunicativo in atto.

La prima ci ricorda la capacità (soprattutto di un medium broadcast qual’è la Tv) di offrire alle varie società gli eventi ‘fondamentali per tutti’, cadenzare le ‘occasioni di raduno’ collettivo, ‘tematizzare in agenda’ i riti e le pratiche d’interesse generale. La seconda sottolinea la specifica capacità che i social media hanno di creare comunities, segmentare le platee in clusters omogenei per valori e scopi, rafforzare il carattere ‘neo-tribale’ delle aggregazioni odierne.

Ci rendiamo conto pertanto come gli alti ascolti registrati dalle trasmissioni religiose cui mi riferivo si spiegano grazie all’azione congiunta di entrambe le valenze mediatiche, ovvero la rilevanza dell’organizzare ‘gesti pubblici’ dal valore universale (il propius della religione, a vantaggio generale nelle fasi storiche di crisi) e la ‘parcellizzazione’ in ambiti più ristretti (il propius dell’istituzione ecclesiale, di per sé da sempre pluri-territorializzata e poli-morfica).

Più in particolare, gli eventi presieduti dal Pontefice si indirizzano a tutti perché appunto da questo protagonizzati (che lo si voglia intendere figura istituzionale apicale o global celebrity), ‘esportando’ la vita di fede con la naturalità dell’effetto-traino che siamo abituati a testare per i Papi dal 2° dopoguerra. Un old medium quale la Tv ‘generalista’ rappresenta la cabina di regia dell’emissione, per la proprietà appunto broadcast del proprio veicolare i contenuti; i new media come le attuali piattaforme social (Facebook, Twitter, etc.), invece, senza mancare di potersi comportare in modo altrettanto broadcast vivono del surplus assicurato dal poter anche articolare “discorsi sociali” attorno all’evento (con i forum e i post), o costituire meglio (ad esempio per le comunità parrocchiali o religiose sparse sul territorio) un utile ‘spazio d’assemblea virtuale’ che ricompatta, rinsalda e perpetua i vincoli associativi e ‘di cammino’.

Il collegamento in quarantena tra i membri di una parrocchia mediante la diretta Facebook della messa domenicale diventa riedizione del legame tra i primi discepoli (che avveniva con le lettere degli Apostoli e gli strumenti di comunicazione dei primi secoli del cristianesimo); da semplici ‘spettatori’ delle trasmissioni religiose programmate al momento sui canali nazionali, d’altro canto, si riesce ad avvertire lo ‘spiritodi unione alla medesima famiglia in un modo ‘vivificato’ dallo stato di emergenza generalizzato e dai divieti di incontro vigenti.

Seppur restino in piedi le difficoltà teologiche di accettazione delle ‘liturgie medializzate’ (tanto per citarne le principali: l’assenza dell’efficacia sacramentale, la mancata protezione del misteryum dallo sguardo ‘pagano’ di chiunque, la ‘concorrenza sleale’ alla vita pastorale) molte obiezioni finora avanzate a riguardo vengono ad indebolirsi per azione della proficua aderenza che le tanto vituperate tecnologie 2.0 stanno assicurando ai ‘fedeli praticanti’, ai ‘credenti-non-praticanti’ e addirittura a quanti si dichiaravano ‘non-credenti’, ‘agnostici’ etc..

Rimodulando la ‘disposizione verso l’altro’ (anche solo nel senso d’innalzare l’attenzione sociale ai vicini) l’attuale contesto di allerta sanitaria può rappresentare feconda occasione di radicamento evangelico della Buona Novella che da secoli predica la ‘cura del prossimo’. 

Da come si ‘fa’ Chiesa dipende in buona parte come si ‘è’ Chiesa, così che ai tempi del corona-virus ritengo stiamo assistendo ad una transizione del cattolicesimo verso il futuro.

Un futuro che in termini di contenuti/attività ecclesiali si delinea plasmato da una pastorale di ‘ritorno all’essenziale evangelico’ (e pertanto molto più de-materializzata) mentre quanto a forme di relazionamento (dovendo muoversi sempre più sui terreni de-corporeizzati della virtualità digitale) si dovrà costruire pure attorno ad una maggiore consapevolezza delle nuove possibilità di penetrazione sociale, per riuscire a garantire ancora l’‘accessibilità ai Gentili’ (certamente imprevista ma forse, e per Grazia, straordinariamente opportuna).

 

*[media consultant, docente di comunicazione di CuF, Roma]

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