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2013: si fa presto a dire "indignati", di Alberto Parisi

creato da D. — ultima modifica 14/09/2015 17:41
Tre anni di proteste di piazza in ogni angolo nel mondo. Da Atene a Istanbul, passando per Roma. Ma ora dove va il popolo dell'indignazione di massa?

All'inizio fu la Grecia: maggio 2010, la prima di una lunga serie, ancora non terminata, di proteste contro le misure d'austerità imposte al paese ellenico. Poi, poco meno di un anno dopo, le enormi manifestazioni contro la corruzione in India. Qualcosa stava nascendo, ma ancora non si sapeva bene cosa e, soprattutto, come definirlo. Il "nome" arrivò nel maggio del 2011, quando migliaia di persone, in prevalenza giovani, occuparono Plaza del Sol a Madrid: si dicevano "indignados", "indignati", riprendendo il titolo del pamphlet del francese Stéphane Hessel. E quel participio passato divenne il modo per capire il presente.


In Cile, nel luglio dello stesso anno, per chiedere la riforma dell'istruzione. E a settembre nel cuore dell'economia mondiale, Wall Street, New York, davanti alla Borsa americana. Occupy, rigorosamente con l'hashtag di Twitter davanti, divenne l'imperitivo per gli attivisti anticapitalisti di tutta l'America.

Finanza, istruzione, corruzione, austerità: quattro temi per le prime cinque mobilitazioni di massa del secondo decennio del nuovo millennio.

La protesta esplodeva su temi comuni ma con peculiarità sempre più locali. Per la democrazia in Russia, nella denuncia di brogli alle elezioni presidenziali che portarono alla rielezione di Putin. Per la sanità in Romania agli inizi del 2012. Contro la crisi si scese in piazza anche in Italia, a Roma, nella grande manifestazione del 15 ottobre 2011. "Indignati" in Europa, in America, in Asia. Ma la protesta e la rivolta scoppiava soprattutto nelle piazze di Tunisi e Il Cairo: era la "primavera araba". Il "popolo delle tende" in Israele faceva vacillare il governo Netanyahu chiedendo giustizia sociale.
Tra il 2010 e il 2012 ogni nazione, città, quartiere, singolo gesto poteva essere il detonatore della protesta.

Il 2013 non è stato da meno: la Turchia è scesa in piazza contro il governo Erdogan. Una "bega locale", l'abbattimento di un parco di Istanbul per far posto a un centro commerciale, ha catalizzato la rabbia, esplosa senza apparente preavviso, della "metà" turca che si oppone al progetto neoconservatore del leader dell'Akp. Il Brasile ha vissuto giorni difficilissimi per una serie di manifestazioni contro la corruzione e lo spreco di denaro pubblico, partita da un "semplice" aumento del prezzo del biglietto degli autobus di San Paolo.
Le proteste di piazza hanno portato alla deposizione del presidente egiziano, esponente dei Fratelli Musulmani, mentre in Bulgaria il parlamento è assediato dai manifestanti che contestano "l'oligarchia" al governo nel paese.

C'è un filo comune che lega questo fenomeno "dell'indignazione"? Se lo sono chiesti in tanti, e la risposta è stata nella maggior parte dei casi negativa.

Tenuti insieme dall'uso maturo dei social network, Twitter e Facebook su tutti, le milioni di persone che hanno manifestato in questi anni erano mosse da richieste diverse tra loro.
E però in piazza gli slogan erano spesso molto simili. Come l'assenza di "leader" tradizionali. Così come i protagonisti delle proteste: i giovani della classe media.
Sia nei paesi "vincenti" della globalizzazione, come Brasile, Turchia, Russia e India, sia in quelli "perdenti" come Grecia e Spagna, sono i ragazzi mediamente e altamente istruiti a protestare e avanzare richieste. Per volere più democrazia, per acquisire nuovi diritti nel primo caso e per non perderli nel secondo.

Non sono i poveri a ribellarsi, ma la borghesia, confermando quel ruolo rivoluzionario troppo presto "archiviato" dall'analisi di Karl Marx.
Nella crisi sociale ed economica dell'Occidente i giovani "borghesi" chiedono di conservare i loro "vantaggi", muovendosi nei fatti contro l'internazionalismo, spesso ingenuamente sbandierato, e la globalizzazione che redistribuisce le ricchezze a favore dei paesi emergenti, oscillando quindi tra la "resistenza" a favore dei diritti e dello stato sociale e il conservatorismo di categorie concettuali difficili da aggiornare. Nei paesi emergenti i giovani vogliono "socializzare" la crescita economica e conquistare nuovi diritti democratici.
Ruoli diversi, parole d'ordine comuni, eterogenesi dei fini ma stessa sensibilità.

Quale futuro per gli indignati? Siamo all'inizio di una rivoluzione globale?

Il filosofo sloveno Slavoj Zizek scrive a proposito: "Forse il futuro delle proteste attuali dipende proprio dalla capacità di organizzare questa solidarietà globale". Ma è possibile? Oppure la ricchezza e la speranza di questo movimento è proprio nella differenza "glocale" dei contesti?
Difficile dare una risposta. Al momento il filo rosso delle proteste sembra essere la loro imprevedibilità. E' tutto sotto i nostri occhi, conosciamo i "punti deboli" e le rabbie covate in ogni singolo paese. Ma non sappiamo quando l'indignazione scenderà in piazza. Cosa vorrà. Cosa proporrà.

In quest'ottica dovremmo allora inserire la domanda che si è posto Roberto Saviano pochi giorni fa: "Perché l'Italia non va in piazza?". Siamo un paese vecchio, stanco, in crisi. Che sembra aver perso anche la speranza nella ribellione. Rassegnato al declino. Eppure non sappiamo cosa succederà domani. Se questa "crisi economica ed esistenziale" troverà uno sfogo nelle piazze. E se queste riusciranno a svegliarci dal torpore.


fonte:http://www.today.it/mondo/indignati.html, 24 luglio 2013
http://www.facebook.com/pages/Todayit/335145169857930
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