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E’ ancora attuale la questione meridionale? di Arturo Casieri

creato da webmaster ultima modifica 20/12/2015 18:39
Credo che la lettura più esaustiva che sia stata fatta della questione meridionale abbia portato a focalizzarsi sulle contrastate dinamiche storiche, ma...

 

Credo che la lettura più esaustiva che sia stata fatta della questione meridionale abbia portato a focalizzarsi sulle contrastate dinamiche storiche, l’una di carattere politico l’altra di natura economica, che si sono sviluppate a partire dal momento dell’unificazione.

La prima riguarda il percorso in cui l'Italia è diventata nazione, percorso che si è sviluppato nel corso del tempo attraverso una nuova forma di convivenza democratica tra le grandi componenti ideali del paese: cattolica, comunista e liberale. La seconda riguarda il processo di modernizzazione dell’economia italiana, e quella del Mezzogiorno in particolare, che ha comportato l’inserimento dell’Italia nell’ area dei paesi capitalistici e ad economia di mercato. Entrambe oggi sono state messe in discussione dagli studiosi che vedono nel processo di globalizzazione in atto un elemento dirompente i tradizionali schemi interpretativi del dualismo Nord-Sud. La costruzione dello stato-nazione, infatti, va considerata un retaggio ormai incompiuto del passato a causa della svolta in senso neoconservatrice e neoliberista delle politiche economiche attuate dall'Europa Unita e dagli USA. Ne consegue che la questione meridionale rappresenta un problema politico con connotati diversi rispetto al passato, tanto da oltrepassare la dimensione dello Stato-nazione. Allo stesso tempo la modernizzazione in senso capitalistico dell’economia del nostro paese, che ha consentito l’industrializzazione del Mezzogiorno e con essa il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, non appare più sufficiente, in un contesto iper competitivo come quello odierno, a garantire lo stesso risultato. Vale la pena approfondire questi aspetti poichè dopo decenni di interventi e dibattiti si sta insinuando il sospetto che forse ci sia poco o nulla da fare per giungere ad una soluzione definiva del problema. Lo testimonia il totale disinteresse della nostra classe politica su tale questione e la crescente sfiducia dei cittadini meridionali nelle istituzioni. Perché le teorie politiche e i paradigmi economici validi in passato, oggi sono del tutto inadeguati per affrontare la questione meridionale?

Prima di tutto è venuto meno il suo ruolo strategico di garanzia per la stabilità politica della nazione: per anni le sue rappresentanze parlamentari e locali hanno fornito il necessario supporto elettorale per sostenere le deboli maggioranze di governo e per assecondare, in cambio dei trasferimenti di danaro pubblico, gli interessi dei territori più sviluppati del Settentrione. A partire dagli anni novanta in poi questo sistema di scambio entra in crisi: condizionato dalle periferie meridionali, la classe politica al governo riduce considerevolmente la qualità delle sue prestazioni, diventando incapace di sostenere il rinnovamento dell’apparato economico del Nord-Italia. Élite comunali e parlamentari vengono, infatti, selezionate dall’elettorato meridionale non per le loro doti amministrative e politiche e per l’efficienza della gestione locale, quanto piuttosto per la capacità di ottenere da governi e Parlamenti la maggior quantità possibile di risorse destinate ai propri collegi e ai propri municipi. La classe politica meridionale diventa, quindi, autoreferenziale e utilizza le risorse finanziarie essenzialmente per consolidare e accrescere la propria ricchezza personale e accrescere la rete di clientele funzionali a tali obiettivi. Inizia così un periodo di scarsa crescita economica accompagnato dall’ escalation indiscriminato del debito pubblico che raggiunge il 120% del PIL e che tuttora fa sentire il suo peso in termini di elevata pressione fiscale.

In secondo luogo  il paradigma della modernizzazione basato sui modelli di sviluppo adottati nel Mezzogiorno e basati sull'effetto moltiplicativo sia degli investimenti pubblici in infrastrutture che sull'industria pesante, oggi è del tutto obsoleto a causa del cambiamento del contesto economico di riferimento. L'entrata del nostro paese all'interno dell'Eurozona comporta, infatti, il rispetto di vincoli molto rigidi nella gestione della spesa pubblica (parametri di Maastricht) e comunque una gestione virtuosa delle risorse finanziarie messe a disposizione dall'Unione Europea attraverso i Fondi Strutturali. Inoltre, come ha messo bene in evidenza l'ultimo rapporto SVIMEZ, la struttura dualistica della nostra economia, caratterizzata da aree con differente produttività, maggiore nel Nord rispetto al Sud, in condizione di cambi fissi imposti dall'Eurozona, comporta modalità di aggiustamento del sistema economico che si sostanziano nella mobilità delle risorse produttive, in primis il lavoro. Nell'impossibilità di ricorrere a svalutazioni competitive, quindi, il sistema economico reagisce espellendo forza lavoro soprattutto dalle regioni più svantaggiate del nostro paese, quali il Mezzogiorno, verso aree più ricche d'Italia ma anche d'Europa. L’intensificarsi dei processi di globalizzazione, inoltre, ha progressivamente ridotto l’importanza del mercato interno e ha azzerato le residue convenienze localizzative nel Mezzogiorno. D’altra parte la stagione della programmazione dell’intervento pubblico con le varie forme che essa ha assunto (Patti Territoriali, Accordi di programma, Programmi Operativi ecc.), che rappresentavano gli strumenti di attuazione del principio di sussidiarietà, ha disatteso largamente gli obiettivi di convergenza del PIL del Mezzogiorno con quello della media dei territori più ricchi del Unione Europea e quindi del Nord Italia. Lo sviluppo dal basso, attraverso cioè, il coinvolgimento partecipato degli attori economici e politici locali non è riuscito a creare meccanismi virtuosi di sviluppo autonomo, basati essenzialmente sulla produzione di capitale sociale e sul miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione pubblica.

A questo punto di fronte alle sfide che la globalizzazione pone all'Italia, occorre ripensare il Mezzogiorno non semplicemente come un contenitore da riempire di risorse finanziarie, pur necessarie, ma come uno degli attori capaci di produrre culture, istituzioni, classi dirigenti, modelli alternativi a quelli dominanti. L’ottica attraverso cui guardare la questione meridionale va rovesciata. Non si tratta di chiedersi se il paese possa aiutare il Mezzogiorno ad uscire dal suo immobilismo ma come esso possa avvantaggiarsi dell’opportunità di inserimento dell’Italia e dell’Europa nei mercati mondiali. Ciò presuppone il ritorno alla discussione da tempo appannata sulle "forze motrici" del cambiamento. Quale modalità di governo dell’intervento è  oggi, da considerarsi più efficace: quello diretto dall’alto o quello gestito dal basso? Quali sono le risorse di cui il Mezzogiorno dispone nel suo seno per partecipare ad un'inversione di tendenza del corso delle cose? Le proposte attuali sul tappeto puntano su diversi motori di sviluppo: dalla creazione di un’Agenzia per la Coesione Territoriale che consenta una maggiore efficacia nell’utilizzo dei Fondi Europei, alla implementazione di politiche industriali nei settori del terziario avanzato e nella ricerca scientifica. Qualunque sia la risposta che si vorrà dare a tali domande essa non potrà, tuttavia, prescindere dal considerare quei fattori storici, istituzionali ed economici, che da sempre imbrigliano le potenzialità di sviluppo del Mezzogiorno. Essi riguardano il dominio della rendita parassitaria dovuta alla gestione clientelare del potere politico, il rapporto perverso tra stato e ceti sociali basato sull’asservimento formale alle norme ed infine la dipendenza economica che si sostanzia nell’emorragia di forza lavoro e di competenze qualificate verso il Nord Italia e del Mondo. La rimozione di tali vincoli non è impresa facile ma soprattutto richiede tempo perché occorre costruire relazioni di civicness prima di tutto che accrescano la dotazione di capitale sociale oggi scarsamente presente nelle realtà meridionali. Occorre, quindi, ripartire dal basso attraverso un’ opera paziente di ricucitura dei rapporti sociali sperimentando nuove modalità organizzative, basate sui valori della solidarietà, della reciprocità che abbiano comunque a fondamento l’innovazione, la conoscenza e la capacità di sfruttamento delle straordinarie risorse ambientali e culturali presenti in abbondanza nel nostra ancora bellissimo territorio.

[docente di economia agraria, socio CuF, Gravina, Bari]

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