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La Pace nel Mediterraneo: dolce utopia o amara follia?, di Giuseppe Milano

creato da webmaster ultima modifica 09/12/2015 17:29
Che cosa è la pace? Proviamo a dare qualche risposta

Che cosa è la pace? E come va, eventualmente, illuminato questo universo, oggi attraversato dal grande “buco nero” dell’odio?

Il Papa Paolo VI, negli anni ’60 del novecento, oltre mezzo secolo fa, sosteneva che “la pace, oggi, è più fondata sulla paura che sull'amicizia; è più difesa dal terrore di armi micidiali che dalla mutua alleanza e fiducia tra i popoli!
E se la pace fosse, Dio non voglia, domani interrotta, la rovina dell'intera umanità sarebbe possibile”.
Oggi le sue profetiche ma dimenticate parole, che avrebbero dovuto esortarci alla responsabilità, risuonano mestamente di contemporaneità. Soprattutto se la pace fosse interpretata, come sostiene qualche diplomatico, come “l’armistizio tra due guerre”.

E noi, italiani ed europei, oggi, più o meno inconsapevolmente, siamo in guerra. Una guerra di civiltà che, come scrive Houellebecq, potrebbe trasformare il nostro continente in quella “Eurabia”, già evocata da Oriana Fallaci.

Con una guerra, oggi, forse più invisibile e silenziosa e diffusa, non solo perché non ci sono più i cronisti di un tempo che ce le raccontano, ma anche perché oggi – si pensi all’Isis – le battaglie si consumano anche nel “deserto” di Internet con l’arruolamento di terroristi nelle chat o nei social network, vere palestre di intolleranza.
Soprattutto se utilizzassimo queste fotografie in quel “liquido album” delle speranze tradite che è diventato, ormai da molti anni, il nostro Mediterraneo.
Quel mare, indicato da storici e da antropologi come la “culla della civiltà”, è oggi rappresentato come “la bara dell’umanità”.
Quel mare, che oltre ad unire fisicamente l’Europa meridionale con l’Africa settentrionale dovrebbe rinsaldare culturalmente i legami tra i distinti popoli che vi si affacciano, oggi divide. E uccide. Migliaia di persone. Uomini, donne, bambini. Di ogni etnia e di ogni religiosa genealogia.

Più letale di un’organizzazione mafiosa. Lo dicono i numeri, con desolazione. Secondo i dati diffusi sia dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati sia dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dall’inizio dell’anno sarebbero più di 610mila i migranti e i profughi arrivati in Europa attraversando il Mediterraneo.

La maggior parte di essi, il 77% del totale pari a circa 473mila persone, trasportati da scafisti che hanno cambiato le loro rotte di navigazione, sono arrivati in Grecia. Poco più di 130mila persone, invece, sono arrivate in Italia. E più di 3000 sarebbero i morti e i dispersi. Una strage, in poco più di dieci mesi.
Un dramma, apparentemente senza fine e destinato a proseguire, che assumerebbe proporzioni ancora più devastanti se considerassimo anche i dati del 2013 e del 2014.

E ricordassimo, ad esempio, il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 a causa del quale furono fagocitati dal Mediterraneo 366 persone.
Non persone, con la loro umana sofferenza e il loro diritto alla vita violato da regimi militari e dittature, ma numeri, forse, e nient’altro che questi per il nostro Paese nel quale gli slogan propagandistici e gli allarmi populisti anti-immigrazione sono all’ordine del giorno assumendo il sapore amaro della medicina che debella la pratica della memoria, la virtù della solidarietà e l’esercizio della verità. “Ѐ un’invasione”, “Aiutiamoli a casa loro”, “Questi clandestini vengono a rubare il posto di lavoro a noi italiani”.

Di quale invasione parliamo se, nell’Europa di oggi da oltre 500 milioni di persone, questo flusso inarrestabile di profughi e rifugiati rappresenta a malapena lo 0,6-0,7% della popolazione totale? Con questa percentuale, peraltro, che si abbassa ulteriormente se ci riferissimo al solo caso italiano, non dimenticando che l’Italia, nonostante il Regolamento di Dublino, è usata come “trampolino” per l’80% dei migranti per raggiungere gli altri Stati europei?

Di quale aiuto, pertanto, parliamo noi italiani quando il nostro Paese – come ripetutamente riferisce Amnesty International – è il principale esportatore europeo di armi nel Nordafrica?

Di quale furto di lavoro parliamo noi italiani quando questi migranti – se non rapiti brutalmente dal Mare – li ritroviamo nelle nostre campagne pugliesi in un mare di pomodori, angurie, arance e olive da raccogliere, per almeno 12 ore al giorno per neanche 25 euro, sfruttati e schiavizzati da un manipolo di caporali e di imprenditori agricoli senza scrupoli?

Di cosa parliamo noi italiani, soprattutto noi veri farisei e finti cristiani, che tradendo le calorose esortazioni di Papa Francesco diffondiamo “la globalizzazione dell’indifferenza”?

Di cosa parliamo noi italiani che abbiamo rimosso dal nostro pensiero civile l’articolo 11 della Costituzione secondo cui “l’'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”?

Che cosa è la pace, quindi?
Un bisogno universale di umanità e di fraternità, di giustizia e di amore. Perché, come dice Ingrid Betancourt, “la pace, che sogniamo, sarà possibile il giorno in cui ci sarà un atteggiamento diverso nei nostri cuori”.

[l'autore è giornalista, Bari]

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