Identità Mediterranee, di Paolo Iacovelli

creato da webmaster ultima modifica 09/12/2015 17:29
Esiste una identità mediterranea? A parer mio sì, sicuramente più di una e non solo per una costruzione poetica o immaginaria...

 

Il titolo di questo numero mi riporta ad una canzone, Mediterraneo, composta nel 1971 da Manuel Serrat (originariamente in lingua catalana) e da molti considerata in Spagna come la canzone del secolo. Si tratta di un testo poetico che parla del Mediterraneo, di una sua identità, di un mare descritto (nella versione italiana) come "pieno d'avventure, di tesori e di sventure… di un pianto eterno che ha versato in te la gente da Marsiglia (E) ad Istanbul per pitturare di blu le lunghe onde d'inverno…. e se un giorno anche per me arriverà la Signora butterete in mar la barca con un levante autunnale lasciando che il temporale apra la sua ala bianca….. e non piangete io rivivo tra la mia terra e un ulivo".

Esiste una identità mediterranea? A parer mio sì, sicuramente più di una e non solo per una costruzione poetica o immaginaria; la saggezza antica insegnava che il Mediterraneo arriva fin dove cresce l'ulivo (simbolo di pace) e, quindi, i suoi confini non possono essere definiti ne' nello spazio ne' nel tempo. È stato il più dinamico luogo di interazione tra società diverse sulla faccia del pianeta e ha giocato, nella storia della civiltà umana, un ruolo molto più significativo di qualsiasi altro specchio di mare. Tuttavia, per avere una visione mediterranea è opportuno intelligere la dimensione del Mediterraneo con un taglio storico, ma anche con una prospettiva biblica, se si vuole contribuire ad una pace nella regione. Le geometrie poetiche del Mediterraneo rappresentano la sua ricchezza e la sua forza, e non la debolezza e l’inconsistenza di una visione prodotta nella sua storia dalla divisione gerarchica di questo bacino-metafora. Studiosi come Braudel e Farinelli sostengono che questo bacino liquido mette in comunicazione le terre e bilancia l’orografia accidentata dei Paesi che vi si affacciano: il mare come mezzo di comunicazione, dunque, ma anche come elemento di attrito agli scambi e come consolidatore di differenze culturali e disparità economiche, come ad esempio quelle ancora esistenti fra la sponda nord e quella sud. Il mare come uno spazio che spiega “la convivenza sulle sue sponde del totalitarismo e della sua resistenza, della ragione razionale e di quella ‘ragionevole’, del locale e del globale e di tutto quello che sta in mezzo, della differenza e dell’identità, della spinta inesauribile verso il progresso e del ripiegamento su ciò che è stato”.

Il Mediterraneo appare, perciò, come una geografia metaforica di una frattura, che distingue gli spazi produttivi avanzati da quelli arretrati, la forza commerciale e industriale di alcune città contro la debolezza dei paesaggi rurali dediti all’agricoltura e alla zootecnia. Oggi, però, è un mare sarcofago segnato da questa frattura, non solo dalla xenofobia interna dell'Europa, ma anche dal muro che sorge in mezzo al mare e su cui vanno a sbattere le molte barche della disperazione. Una frattura negli spazi economici che rimanda alla collocazione internazionale dei vari Paesi che gravitano sul bacino: il loro ruolo nei sistemi globali, le acute disparità territoriali, le divergenze sociali consolidate e talvolta, che ripropongono ancora oggi, la loro condizione di semiperifericità geografica, come area di turbolenza politica, instabilità economica e sociale, conflitti etnico-tribali e fondamentalismo religioso.

Nonostante queste divisioni e fratture, nonché la sua apparente marginalizzazione dai grandi disegni di geopolitica che parla inglese (russo, cinese o altro), il Mediterraneo rimane un referente irrinunciabile nelle strategie di sviluppo e di pace, un referente che parla benino l’inglese e che però continua ad esprimersi in linguaggi non totalmente allineati.

Come anello di congiunzione a queste riflessioni di carattere geopolitico/economico, ma specialmente per meglio inquadrare la questione della pace nel Mediterraneo, bisogna avere quella visione scaturita dal messaggio umanizzante di San Paolo, che sovrasta sia la dimensione geografica sia quella temporale. Questo mare fra le terre (Mediterraneo) può paragonarsi ad un convivio a cui hanno partecipato e continuano a partecipare, ormai da venti secoli, paesi, popoli, religioni, culture, identità tanto differenti eppure convergenti. Da qui cominciò una storia fatta di scontri durissimi, ma dove nacque e crebbe la civiltà europea, ben qualificata dal Braudel come "civiltà conviviale", in contrasto con l’identità efficientistica di altre regioni del mondo. A questo consesso ha partecipato fin dagli inizi il cristianesimo, che in questa area crebbe e configurò in misura decisiva la propria identità e missione, contribuendo a formare l’anima dell’Europa.

Paolo di Tarso ha contributo a definire tale connotato di cristianesimo mediterraneo – anche se non solo grazie a lui avvennero quell’incontro-scontro e quella sintesi epocale tra cultura semitica e cultura greco-romana. Ai tempi di Paolo il Mediterraneo, nella molteplicità delle sue espressioni, era improntato dalla cultura ellenistica e tenuto insieme dall’impero romano. Ciò ha comportato una ricchezza ineguagliata di pensiero (si pensi ai grandi filosofi e letterati greci), di benessere economico grazie al commercio assicurato dallo stesso mare, di culti religiosi ringiovaniti e intensificati dalla religione dei misteri, cioè di quella ricerca religiosa e spirituale più interiore ed esistenziale, data la totale insufficienza del pantheon greco e romano a rispondere all’insopprimibile anelito dell’uomo a un oltre che lo trascenda. A livello sociale, invece, va ricordata la molteplicità di popoli che premevano per i diritti civili, in particolare quello della libertà ed eguaglianza (diremmo noi oggi di "chi fugge, cerca libertà e democrazia, progetta il futuro"), nei confronti di una società dominata da ricchi, maschi e liberi, cui si contrappone una massa di poveri, di stranieri, di schiavi. Una storia che, a distanza di due millenni, sembra ripetersi.

Alla scuola di Paolo affiorò quella visione della storia come progetto di Dio per la salvezza del mondo e in certo modo affidò il compito di diffondere tale messaggio alle strutture istituzionali, ben ordinate secondo lo jus romano, facendo giungere quel contributo così attuale di affermare la forza del diritto contro ogni diritto della forza. Si tratta di un contributo quanto mai pertinente, specie quando un conflitto latente, assai pericoloso, si insinua tra i popoli medio-orientali e la tensione si eleva tra i tre grandi monoteismi che nel Mediterraneo ebbero nascita e sviluppo. Paolo, abile tessitore di relazioni, poneva alla coscienza anche dei non cristiani, la verità che nel Signore Gesù è più quello che ci unisce di quello che ci divide, e quello che ci divide può essere convertito in quanto ci unisce: di conseguenza, è indispensabile abbattere i muri dell’odio e creare ponti di pace.

Il Mediterraneo, dove convivono identità religiose e storiche differenti può essere il laboratorio della civiltà del convivere? Giorgio La Pira soleva ripetere che il Mediterraneo, per storia e geografia, percorso da tensioni unitive, ma tanto diviso, obbliga a vivere insieme o a combattersi irriducibilmente. Tuttavia, egli concepì un’architettura mediterranea per creare ponti di pace e una migliore coabitazione degli uomini e, nei "Colloqui del Mediterraneo" da lui organizzati negli anni Cinquanta del secolo scorso, il Mediterraneo viene trasfigurato nel lago di Tiberiade, il lago degli insegnamenti e dei miracoli di Gesù. La sua proposta, allora, faceva perno su tre componenti fondamentali:

o una componente religiosa secondo cui la cattedrale cristiana, la moschea islamica ed il tempio ebraico costituiscono l'asse attorno al quale si edificano i popoli, le nazioni e le civiltà che coprono l'intero spazio di Abramo, cioè il Mediterraneo;

o una componente metafisica elaborata dai greci e dagli arabi ed
o una componente giuridica elaborata dai romani.

A tali componenti deve essere aggiunto, come simbolo di queste civiltà mediterranee, lo strumento del dialogo, che deve avvenire in un campo di parità, unitamente a quello del negoziato e della mediazione, mentre la spiritualità e le variegate identità mediterranee debbono avere una funzione complementare e permanente per l'edificazione della storia nuova. A tal riguardo, appare significativo un recente intervento del Cardinale Segretario di Stato Parolin, nel quale è stato ribadito che "per la diplomazia pontificia giungere al traguardo della vera pace vuol dire operare facendosi strumento di pace e attenendosi, tra l'altro, al rispetto delle regole, a quella lealtà che il diritto internazionale esprime nel ben noto principio di buona fede" (jus contra bellum).

In conclusione, nonostante i conflitti e la sistematica destabilizzazione nell'area e i gravi pericoli che tuttora incombono, il Mediterraneo ha bisogno dell'Europa come l'Europa ha bisogno del Mediterraneo. E' una questione di complementarietà, che comporta indipendenza, stabilità, sicurezza e progresso civile, nella collaborazione di tutti i Paesi interessati.

A tal riguardo, negli ultimi anni si sono susseguite iniziative di vario genere per istituzionalizzare il dialogo e la collaborazione nella regione: in primis la Dichiarazione di Barcellona, ovvero il partenariato globale tra l’Unione Europea e dodici Paesi del Sud del Mediterraneo del 1995 e il Progetto New-Med in cooperazione tra Segretariato dell'OSCE, MAE italiano e l'Istituto Affari Internazionali del 2014.

Negli ultimi tre anni la situazione nella regione si è purtroppo deteriorata al punto che l’Europa non può voltare le spalle ma deve compiere scelte decisive e non più rimandabili per il proprio futuro e per quello dei rapporti con i paesi della sponda sud. L'Italia sta fornendo il proprio contributo, insieme a quello di tutta la comunità internazionale, nella delicata gestione dei flussi migratori, nello sviluppo di una strategia politica e di sicurezza che veda la diplomazia come strumento privilegiato e nell’integrazione di tutti i paesi del Mediterraneo nell’economia globale.

 

[l'autore è già funzionario della presidenza del Consiglio, Roma]

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