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Una democrazia a misura d’uomo: Adriano Olivetti e l’idea di comunità, di Maria Pia Di Nonno

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 16/09/2015 21:53
Pubblichiamo una sintesi di una tesi scritta da una giovane pugliese, Maria Pia Di Nonno, che dopo aver scoperto il prezioso testamento politico, socio-economico e morale lasciato da Adriano Olivetti si è impegnata nello studio di questa affascinante figura del ‘900.

 

Una democrazia a misura d’uomo: Adriano Olivetti e l’idea di comunità

Di Maria Pia Di Nonno*

“L’idea di Comunità è in cammino; ma richiede grandissima pazienza, molta tenacia, molti sacrifici. E soprattutto fede, fede non nella mia persona ma nella redenzione dell’uomo, nell’ascesa verso una Comunità più libera spiritualmente e materialmente più alta, in un mondo più degno di essere vissuto. (...) La fine della guerra fredda non si avrà, se non si risolve la crisi della civiltà occidentale. Tuttavia la speranza di un ordine nuovo in Europa è legata al destino di un’idea.”

Queste calzanti e pungenti righe scritte da Adriano Olivetti ed oggi riportate nel saggio Il Cammino della Comunità (Edizioni di Comunità, 2013, p. 61) – un’antologia che raccoglie i più bei discorsi olivettiani – sintetizzano il cuore del discorso che alla base del pensiero di Olivetti e della mia tesi Una democrazia a misura d’uomo: la Comunità olivettiana come risanamento politico, socio-economico e morale, una tesi scritta dopo aver scoperto il prezioso testamento politico, socio-economico e morale lasciato da Adriano Olivetti, affascinante figura del ‘900; con se ho vinto il Premio Giacomo Matteotti 2014 (Sessione Tesi) della Presidenza del Consiglio dei Ministri e pubblicando il lavoro nella Serie Tesi della Collana Intangibili della Fondazione Olivetti. (L’elaborato può essere scaricato gratuitamente dal sito della Fondazione Adriano Olivetti http://www.fondazioneadrianolivetti.it/pubblicazioni.php?id_pubblicazioni=282)

 

Quella dell’ “ingegnere” è senza alcun dubbio una figura avvincente rimasta troppo a lungo a margine della storia per le sue idee troppo rivoluzionarie e lungimiranti. Basta leggere la premessa alla sua opera principale  L’ordine politico delle Comunità – scritta durante l’esilio in Engandina e pubblicata per la prima volta nel 1945 - per rendersene conto:

 

“La crisi della società contemporanea non nasce secondo noi dalla macchina, ma dal persistere, in un mondo profondamente mutato, di strutture politiche inadeguate. Tra i principali motivi di turbamento dell’ordine sociale possiamo elencare i seguenti:

  • · dissociazione tra etica e cultura e tra cultura e tecnica;
  • · conflitto tra Stato e individuo;
  • · deformazione dello Stato liberale ad opera dell’alto capitalismo e di sistemi rappresentativi insufficienti;
  • · mancanza di educazione politica, in generale, e di una classe politica, in particolare;
  • · obsolescenza della struttura amministrativa dello Stato;
  • · disconoscimento di un ordinamento giuridico che tuteli gli inalienabili diritti dell’uomo;
  • · incapacità dello Stato liberale ad affrontare le crisi cicliche e il problema della disoccupazione tecnologica;
  • · mancanza di misure giuridiche precise atte a proteggere i diritti materiali e spirituali della Persona contro il potere diretto e indiretto del denaro.

Per uscire da questa crisi complessa, molti intendono costringere erroneamente il mondo a scegliere tra il socialismo di Stato e il liberalismo (un “vero” liberalismo ricondotto alle sue origini), che rappresentano i soli edifici politico-economici coerenti che si conoscano.

Il presente piano è invece un tentativo di indicare concretamente una terza via che risponda alle molteplici esigenze di ordine materiale e morale lasciate finora insoddisfatte. Alla base di questo piano di riforme vi è la concezione di una nuova società che, per il suo orientamento, sarà essenzialmente socialista ma che non dovrà mai ignorare i due fondamenti della società che l’ha preceduta: democrazia politica e libertà individuale...” (Adriano Olivetti, L’ordine politico delle Comunità, Le garanzie di libertà in uno stato socialista, Nuove Edizioni Ivrea, 1945, ripubblicato nel 2014 dalle Edizioni di Comunità).

 

Adriano Olivetti, dunque, non fu solo un imprenditore, sebbene la sua esperienza in fabbrica fu determinante nella formazione delle sue idee. Racconta Valerio Ochetto nella biografia di Olivetti un episodio che segnò profondamente il giovane Adriano: “Nel lontano agosto 1914, avevo allora tredici anni, mio padre mi mandò a lavorare in fabbrica. Imparai così ben presto a conoscere e odiare il lavoro in serie: una tortura per lo spirito che stava imprigionato per delle ore che non finivano mai, nel nero e nel buio di una vecchia officina [...]Per molti anni non rimisi piede nella fabbrica, ben deciso che nella vita non avrei atteso all’industria paterna”.

 

Fu così che Adriano cominciò ad interrogarsi sulla vita nella fabbrica e nemmeno venticinquenne andò in America per studiare i modelli di organizzazione aziendali allora in voga, giungendo così ad una riflessione che avrebbe via via affinato nel corso della sua vita.Quando partii in America nel 1925 mi proposi di studiare il segreto dell’organizzazione, per poi vederne i riflessi nel campo amministrativo e politico. […] Vedevo che ogni problema di fabbrica diventava un problema esterno e che solo chi avesse potuto coordinare i problemi interni a quelli esterni sarebbe riuscito a dare la soluzione corretta a tutte le cose. […]”

 

Una riflessione che a molti era apparsa utopica e priva di fondamenta, ma che oggi trasmette e riversa la sua modernità e la sua acutezza. E che sebbene all’apparenza possa sembrare un progetto troppo complicato - e note sono le critiche che vennero mosse ad Adriano per aver scritto un testo impostato con una troppa maniacale precisione - resta sempre, come disse Massimo Severo Giannini, uno dei più bei testi del ‘900. Un piano che però, come evidenziato da Norberto Bobbio, si presenta come un “progetto illuministico di una mente illuminata ma privo di riferimenti ai soggetti politici cui rivolgersi per incarnarsi”.

E’ bene sì: un progetto privo di soggetti politici volti ad attuarlo, ma pur sempre uno dei pochi progetti istituzionali che riuscirebbe finalmente a mettere al centro la persona umana e non la finanza, la burocrazia, la vanagloria e l’ingordigia. Un progetto che persegue la concordia e il ben comune partendo dalle Comunità per poi innalzarsi ai livelli superiori: Regione, Stato, Europa e poi chissà.  Un sistema federalista sano che ponendo la persona al centro e difendendola dal basso – enti locali – e dall’alto – Europa – riesce nell’ardua e folle impresa di tutelare la dignità umana, che oggi è più che mai minata. Un sistema a misura d’uomo che conduce gli uomini a foedus facere (federare, stringere patti) e non a foedare (lordare e sporcare). Per troppi anni si è data un’accezione negativa al federalismo rendendolo, come lo definiva l’europeista Umberto Serafini e fondatore dell’AICCRE, uno “sfederalismo”.

 

Ma i patti tra i popoli, e questo Olivetti lo sapeva bene, si stringono solo quando vi è una solidarietà vera, quando gli uomini non sono forzati, quando tutti i loro diritti e necessità primarie sono soddisfatte (e dunque anche il diritto ad avere un lavoro e una vita dignitosa) e soprattutto quando essi vedono in quel patto un bene per sé, per i propri figli e per i propri nipoti. Ed ecco qui l’ulteriore lungimiranza di Adriano Olivetti che aveva, in tempi non sospetti, capito quale fosse il vero deficit dell’Europa. Tanto che scriveva “la speranza di un ordine nuovo in Europa è legata al destino di un’idea”.

Un’idea che spinga i giovani a mobilitarsi in prima persona per raggiungere quell’anelato mito di pace. Un mito che forse non verrà mai raggiunto, ma che gli uomini dovranno sempre perseguire per evitare nella tentazione di cadere nei falsi miti: il mito della guerra, il mito della dittatura, il mito del nazionalismo accompagnato dal consumismo sfrenato.  Adriano Olivetti un’idea l’aveva. Basterebbe solo rileggere il suo pensiero e il pensiero di tutti quei grandi personaggi della storia, o meglio di quei giganti del passato, che vorrebbero insegnarci come vivere ma che noi moderni spesso non amiamo ascoltare.

 

[* autrice del volume Una democrazia a misura d’uomo: la Comunità Olivettiana come luogo di risanamento politico, socio-economico e morale, Fondazione A. Olivetti 2013]

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