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Un NO motivato, di Nicola Perrone

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 14/07/2016 12:28
In autunno (probabilmente) ci sarà un referendum costituzionale: le ragioni del nostro NO come DIP, Dichiariamo Illegale la Povertà...

 

“Questa è, secondo me, la grande eredità ideale che la Resistenza avrà lasciato al popolo italiano come viva forza politica di pace: il senso della democrazia; il senso del governo di popolo: del popolo che vuol governarsi da sé, che vuole assumere su di sè la responsabilità di governarsi, che vuol cacciare via tutti i tiranni, tutti i padroni, tutti i privilegiati, tutti i profittatori, e identificare finalmente, in una Repubblica fondata sul lavoro, popolo e Stato”. Piero Calamandrei

In autunno (probabilmente) ci sarà un referendum costituzionale, di cui al momento ancora non si sa la data esatta. Per approvare le modifiche alla Costituzione che il governo Renzi ha già approvato in parlamento, con una esigua maggioranza. Si tratta di un testo lungo e complesso che modificherà in maniera sostanziale il funzionamento dello Stato. Abbiamo letto la riforma in modo approfondito, senza propagande rituali che tanto confondono i cittadini. Un quesito così complesso sarà presentato ai cittadini costringendoli a una risposta o SI o NO. Sarà comprensibile?

Premettiamo che la valutazione tiene conto della riforma che porta il nome della ministra Boschi in cui la legge elettorale in vigore oggi è l’Italicum. E quindi ci saranno conseguenze del combinato disposto riforma costituzionale e legge elettorale Italicum.

La Costituzione non è solo fonte per il diritto, è il nostro riferimento etico, sociale e politico. Questo articolo è il frutto della nostra partecipazione al seminario “Weekend in politica” il 2 e 3 luglio, a Santeramo in Colle (BA), organizzato dall’associazione Cercasi Un fine onlus, presieduta da don Rocco D’ambrosio. Abbiamo studiato, ci siamo confrontati, chiariti le idee e giunti a una decisione.

 

LA FINE DEL BICAMERALISMO PERFETTO

Tutti noi siamo d’accordo che bisogna porre fine al bicameralismo perfetto, ridurre i costi della politica, rendere efficiente il sistema politico e decisionale. Ma il punto è come farlo. Questa riforma, nell’art. 55 e 57, è caratterizzata da: riduzione dei senatori da 315 a 100, di cui 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 nominati dal Presidente della Repubblica per 7 anni. Un Senato non elettivo, bensì nominato su base regionale. In sintesi si smette di eleggere il Senato, i cui componenti saranno eletti dai Consigli regionali, senza indennità. Ma non c’è ancora la legge che regolamenterà le nomine, e questo è un possibile salto nel buio. Questi nuovi “senatori” godranno dell’immunità parlamentare. Si crea così un sistema in cui c’è l’eliminazione della sovranità popolare, poichè non saremo noi cittadini a eleggere i senatori. E come faranno i senatori che sono anche consiglieri regionali e sindaci a svolgere in modo serio questo doppio incarico? Siamo contrari ai doppi incarichi, poiché svuotano l’attività facendone di fatto un dopolavoro. Non avranno tempo di fare entrambe le cose. Non siamo d’accordo a concedere l’immunità parlamentare per nomina.

Queste osservazioni diventano eclatanti se guardiamo l’art. 70, che regola il procedimento legislativo, che diventa complicatissimo. Vi invitiamo a leggerlo integralmente (sul sito www.banningpoverty.org trovate il testo integrale con il confronto tra la Costituzione vigente e quella riformata, qui: RIFORMA COSITUZIONE TESTO A FRONTE). Dove prima c’era scritto: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Con la riforma invece di nove parole ce ne sono 470. In particolare saranno di competenza delle due Camere 15 diverse modalità legislative. Le restanti leggi sono competenza della sola Camera dei deputati: su queste il Senato può chiedere modifiche, che saranno votate solo dalla Camera dei deputati. E le modifiche dovranno essere richieste in tempi strettissimi – 10 giorni – e formulate in 30 giorni. Qualsiasi persona democratica si chiederebbe: come fanno i senatori – che sono anche consiglieri regionali e sindaci – a chiedere modifiche in 10 giorni? E soprattutto come faranno a redigerle entro un mese? Ricordiamo che siamo di fronte a un Senato da dopolavoro, con doppio incarico. E la Camera dei Deputati è la sola di fatto che decide. In questo modo non si raggiunge l’efficienza, ma la complicazione e la molteplicità dei processi legislativi, che potranno portare a contestazioni sulle diverse modalità di legislazione. Oltre al fatto che comunque a decidere saranno i soli deputati. Una vera confusione. Considerando che con la legge elettorale Italicum da il premio di maggioranza, e di fatto distorce il voto. Vi sono capilista bloccati (senza preferenze) e scelti dalla segreteria dei partiti. La Costituzione verrà di fatto sostanzialmente trasformata: ci troviamo di fatto ad avere un premierato forte e centralista. Questa non è democrazia.

LA RIDUZIONE DEI COSTI DELLA POLITICA

Condividiamo l’obiettivo di ridurre i costi della politica. Anche qui si poteva fare in molto modi: ridurre stipendi e indennità dei parlamentari, che sono i più costosi d’Europa. Diminuire il numero dei parlamentari sia alla Camera che al Senato. Invece questa riforma ha scelto in altro modo.

Uno degli slogan usati dal governo per promuovere il sì al referendum è che con la riforma si “taglieranno le poltrone” e si “risparmieranno soldi”. La ragione di queste affermazioni è che con la riforma si aboliranno definitivamente le province (che spariranno dal testo della Costituzione), si abolirà il CNEL, i senatori saranno ridotti di numero (passeranno dagli attuali 315 a 100) e non percepiranno uno stipendio.

Secondo le stime della Ragioneria dello Stato, elaborate e trasmesse il 28 ottobre 2014 su richiesta dello stesso ministero delle Riforme, i risparmi non sono quantificabili con precisione, e sono i  seguenti: l’8,9%, pari a 49 milioni di euro per la riduzione dei senatori rispetto ai 540 milioni del funzionamento attuale; 8,7 milioni per l’abolizione del CNEL; 320 milioni per l’abolizione delle Province. Alla luce di questi calcoli si tratta in totale di meno di 400 milioni di risparmi su 800 miliardi di spesePiccole spese. Un’inezia. Perché i dati della Ragioneria di Stato sono stati “silenziati”?

 

TITOLO V: RAPPORTO STATO REGIONI

La riforma prevede anche una forte riduzione delle competenze delle regioni e, in teoria, una maggiore chiarezza sui ruoli di Stato e autonomie locali. L’attuale Titolo V è da molti considerato poco chiaro e causa di moltissimi contenziosi. Secondo i critici, però, la riforma rischia di non semplificare la situazione e portare ad altrettanti contenziosi in futuro. Per esempio è previsto che lo Stato possa occuparsi di materie di esclusiva competenze regionale quando è in gioco l’interesse nazionale: stabilire come e quando l’interesse nazionale sia in gioco potrebbe essere in futuro una ulteriore fonte di contenziosi. Renzi ha ammesso che ci sono alcuni punti che andranno chiariti, ma sostiene che si tratta comunque di un passo avanti rispetto al passato. Per alcuni aspetti avere ordinamenti uguali come prevede la riforma sia in Sicilia che in Lombardia è una buona cosa, per esempio nei servizi, soprattutto per le fasce deboli della popolazione. Ma il rischio, ancora una volta, è il centralismo, con un apparato regionale depotenziato. Se avessimo la possibilità di votare un quesito spacchettato, su questo aspetto voteremmo SI. Ma il combinato disposto complessivo in un unico quesito purtroppo danneggia questa possibilità.

 

CONCLUSIONE

Alla luce di queste osservazioni e riflessioni noi dell’iniziativa DIP – Dichiariamo Illegale la Povertà – voteremo NO alle riforme. Perché le ragioni di un eventuale SI sono pochissime e deboli. Dire NO a questa riforma non significa dire NO a qualsiasi riforma, ma solo e solamente a quella proposta nel quesito referendario. Con questo ci auguriamo che il Parlamento in futuro proponga una riforma che non stravolga la Costituzione, ma la migliori, realizzando il bene comune, senza degenerare in personalismi, populismi, accentramenti di potere nelle mani del Premier, chiunque esso sia.

Voteremo NO, con tanto rispetto umano e democratico per coloro che votano SI. Purtroppo in questa riforma dello spirito e della capacità dei Padri costituenti si è conservato ben poco. Gli attuali politici in scena hanno ben poco in termini di eticità, competenze e dedizione al bene comune. Questo tipo di classe dirigente, eticamente non legittimata – come recita la sentenza della Corte Costituzionale sugli eletti dell’attuale legislatura con il cosiddetto Porcellum dichiarato incostituzionale –, ha imposto una riforma e un referendum a colpi di maggioranza. Non è stata favorita la partecipazione delle componenti sociali. Né sarà favorita la partecipazione dei votanti.

In sintesi il nostro NO oggi è per il mantenimento della sovranità popolare, del bilanciamento tra le istituzioni, della democrazia, contro la centralizzazione dei poteri nelle mani del Premier. Su tutto ciò l’informazione è fondamentale.

[responsabile ufficio stampa Cipsi e Rivista Solidarietà Internazionale, Roma]

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