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Un leader che custodisce, di Vito Mignozzi

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 03/05/2020 20:41
Una leadership matura è al contempo capace di custodire e promuovere il corpo sociale dell’istituzione e di essere essa stessa custodita da quello...

 

«Sono convinto che sia giunto il momento di riflettere su come continuare il cammino di riforma necessario secondo papa Francesco: non tentare di tornare a un mondo che non esiste più e neanche affidarsi a mere riforme strutturali esteriori, ma andare al cuore del Vangelo, compiere un viaggio nel profondo»: così si esprime il teologo ceco T. Halìk in un suo recente contributo (Il segno delle chiese vuote. Per una ripartenza del cristianesimo, Vita e Pensiero, Milano 2020, 10-11). È uno dei testi che, in queste settimane, sta accompagnando la mia riflessione, e immagino quella di tanti altri, rispetto alla forma di Chiesa, di ministero, di servizio teologico che un tempo di crisi come quello che stiamo vivendo ci riconsegna quale appello forte a immaginare percorsi nuovi che ripartano dal cuore del Vangelo e dalla vita che stiamo vivendo. In questa IV domenica di Pasqua, nota anche come la domenica del Buon Pastore e caratterizzata anche dalla preghiera per le vocazioni, non si può fare a meno di pensare al ministero della presidenza dell’eucarestia e della comunità e a come in questi mesi sia stato fortemente “messo in crisi” rispetto alle rappresentazioni e alle sue realizzazioni alle quali ci eravamo abituati e che costituivano quasi l’unica forma con cui esso prendeva corpo.

Cosa sta succedendo?
La diffusione del virus e le conseguenti restrizioni che ne sono derivate hanno senza dubbio costretto a ripensare la forma di esercizio del ministero ordinato. Si è potuta così registrare una grande creatività da parte dei ministri. Non sono pochi coloro che, con grande generosità, sono rimasti su quella breccia che li ha portati alla fine a fare i conti col contagio e, purtroppo, anche con la morte. Molti altri stanno reinterpretando il loro ministero nel servizio all’annuncio del Vangelo, nella prossimità della carità, nell’ascolto di tante storie di dolore e di sofferenza, nel servizio dell’intercessione orante, in quello dell’accompagnamento delle comunità. Un quadro davvero edificante, che alimenta la fiducia e la speranza. Non sono mancati e non mancano anche coloro che, rischiando finanche di esporsi al ridicolo, hanno inventato modi creativi per esercitare il ministero, soprattutto scegliendo come prioritaria la via del culto e delle devozioni. Non è il caso qui di analizzarne l’opportunità o meno, né di scandagliarne le ragioni profonde. È ancora troppo presto per operazioni del genere. Sarebbe interessante, però, poter verificare quali reinterpretazioni ministeriali prevalenti possono registrarsi ad un’analisi compiuta secondo il criterio dell’età dei ministri e degli anni di ministero. Se si pensa soprattutto al clero giovane, che sarà responsabile delle comunità e della loro presidenza negli anni che verranno, sarebbe utile riconoscere l’impatto che un tempo come quello che stiamo vivendo ha sulle ricomprensioni del servizio cui si è chiamati. La complessità dei primi anni di ministero, insieme alla fatica di cercare gli equilibri nella vita, fa guardare ai confratelli più giovani con particolare attenzione. Immaginare forme di accompagnamento e di supervisione è oggi quanto mai prioritario per tutti, per loro in modo tutto particolare.

E della leadership?
Una questione che, in maniera molto evidente, sta venendo alla ribalta in queste settimane è la funzione decisiva della leadership all’interno delle comunità come pure, al contrario, i guai che ne derivano lì dove se ne registra un vuoto o, peggio, un’assenza. Su questo tema non si possono rimandare ai giorni che verranno alcune considerazioni, tanto urgente è la posta in gioco. Senza voler scomodare tutta la teologia dei tria munera insieme a quella dell’Ordine, è sufficiente ricordare come il servizio richiesto al ministro ordinato sia quello di custodire e promuovere il Noi ecclesiale, generando processi di condivisione di responsabilità e articolando dinamiche che mettano in rete i soggetti che fanno Chiesa nel rispetto e nella promozione delle identità e dei carismi di ciascuno. Non si tratta, ben inteso, di individuare semplicemente una soluzione strategica per la migliore gestione della vita di una comunità, quanto di riconoscere i tratti e le attenzioni essenziali che permettano ai ministri ordinati di non tradire la tipicità della potestas che riguarda il loro ufficio. Si ha l’impressione che alcune situazioni critiche rispetto all’esercizio della ministerialità ordinata, e quindi del servizio della leadership, derivino in fondo da una sorta di cortocircuito generato tra le rappresentazioni dei soggetti coinvolti, l’insieme dei compiti che riguardano l’ufficio specifico assunto e, nondimeno, le aspettative delle comunità. Una mancata sana interazione tra queste ed altre componenti espone non di rado il ministro in questione ad atteggiamenti, scelte, stili relazionali in evidente contraddizione rispetto alla postura ministeriale richiesta dalla sua collocazione ecclesiale. La stessa grave piaga degli abusi potrebbe annoverare, tra le sue possibili cause, anche una certa rappresentazione del proprio ruolo di leader, collocato al di sopra di tutti e generatore di relazioni di dipendenza e di comando assolutamente malate. L’elenco dei nodi critici potrebbe continuare ancora a lungo, non certo per portare sul banco degli imputati qualcuno, quanto piuttosto per evidenziare come, oggi più che mai, la funzione della leadership abbia bisogno di un’attenzione tutta particolare.
Una leadership matura è al contempo capace di custodire e promuovere il corpo sociale dell’istituzione e di essere essa stessa custodita da quello. Può sembrare strano, infatti, ma in realtà costituisce un effetto di promozione e di custodia della leadership anche tutto ciò che contribuisce a definire i confini dell’esercizio del potere del singolo ministro, per permettere a quest’ultimo di mantenere salda la peculiarità del proprio ufficio e consentire così l’attivazione del dinamismo dell’intero corpo ecclesiale. Di questa particolarità la presidenza eucaristica dovrebbe essere esempio emblematico. Il ministro, vescovo o presbitero che sia, in quanto guida della comunità ecclesiale presiede la celebrazione eucaristica, animando la preghiera comune nella quale entra in gioco una pluralità di ministeri e tutta intera l’assemblea celebrante. Proprio tale interazione, mentre consente al corpo ecclesiale di dare forma alla sinassi eucaristica, permette allo stesso Noi celebrante di custodire la singolarità dell’uno che presiede la preghiera.
In contesti culturali come quelli odierni, nei quali alle persone che detengono un potere si chiede di dare ragione delle decisioni che pensano di prendere, anche per l’autorità pastorale ricorre l’obbligo di «rendere conto» alle persone affidate delle soluzioni individuate. Stiamo parlando di quella che nel mondo angolosassone è definita accountability e che si riferisce proprio ad una capacità o attitudine a dare ragione del proprio lavoro. Questa responsabilità si colloca al cuore della cura pastorale che è cura delle persone e, tra l’altro, attenua i rischi di un potere autocratico evitando l’esercizio isolato dell’autorità. È ovvio che non è qui in gioco una rinuncia al potere di servire. Si tratta piuttosto di interrogarsi rispetto al modo di esercitarlo e di essere all’altezza di renderne conto. In fondo, un ministro nella chiesa non è un freelance, né lavora per il suo proprio business. La crisi che stiamo attraversando lo rivela in modo inequivocabile.

Il nodo della formazione alla leadership
Chi forma alla leadership? Questa è un’altra questione scottante. Se si pensa che occorre ben attrezzarsi sul piano formativo per poter esercitare una leadership efficace, viene di conseguenza pensare che la formazione al ministero ordinato non può dare per scontato questo aspetto, immaginandolo come una naturale conseguenza dell’itinerario ad ordines. La storia della teologia dell’Ordine ha mostrato come il superamento dello schema delle duae potestates a favore dei tria munera ha rimesso in ordine i compiti del ministro, riconducendoli all’unica origine sacramentale. Occorre, tuttavia, fare attenzione a non scivolare in riduzionismi sacramentalizzanti, in virtù dei quali si arriverebbe a ipotizzare come sia sufficiente il gesto sacramentale dell’ordinazione a garantire una pratica efficace della leadership. Se le cose non sono così automatiche, allora la domanda sulla formazione della propria leadership nelle sue espressioni ministeriali diverse non può essere disattesa nella Chiesa di oggi, pena il mal funzionamento di quell’organismo sociale (complesso) che è a servizio «dello Spirito vivificante di Cristo come mezzo per far crescere il corpo» (LG 8). La messa alla prova della leadership in tempo di pandemia è la dimostrazione che la Chiesa non può farne a meno e che la riforma alla quale si è chiamati dallo Spirito non può girare alla larga da una questione così decisiva come questa.

[preside Facoltà Teologica Pugliese, Bari]

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