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Un imprenditore può guardare lontano, di Franco Caradonna

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 27/08/2020 10:31
La testimonianza di un imprenditore che, nelle diverse attività della sua azienda, ha costruito relazioni e non solo... prodotti. Un bel dono per la comunità civile

 

Sono Amministratore dell’UNITRAT srl, di cui ho una partecipazione nata nel  1976 dove, attualmente, lavorano 25 dipendenti.  All’inizio della crisi del ns. settore nel 2009, i ricavi sono diminuiti del 55% da € 3.200.00 a circa € 1.450.000.  In questi 9 anni abbiamo gradatamente recuperato il fatturato con un aumento medio del 10% annuo, così abbiamo raggiunto a fine 2018, il fatturato iniziale. 

 La nostra lavorazione consiste nel sottoporre manufatti meccanici ad un processo termochimico, che ne trasforma la struttura interna, evidenziando, così,  le caratteristiche meccaniche necessarie per l’impiego. Viene utilizzato nei più svariati settori della meccanica: da quello automobilistico, all’aeronautico, alle macchine  movimento terra, agricole e per il trasporto industriale.

Abbiamo, infatti, circa seicento clienti in un raggio di 500 km.

Il rapporto con i clienti non si è limitato alla sola lavorazione, ma abbiamo anche fornito, quando necessario, la nostra esperienza sia nel settore dell’acciaio (dalla progettazione all’impiego, dall’usura alle anomalie evidenziate durante il funzionamento) sia nelle lavorazioni meccaniche.  Questo ha contribuito alla nascita e alla crescita di molte aziende, che oggi  producono manufatti un tempo importati dall’estero. 

Grazie a ciò la Puglia è divenuta in questi anni la capitale Europea per la produzione dei demolitori idraulici e la regione leader in Italia nel settore della costruzione di stampi per la produzione di manufatti in cemento , e nel settore della costruzione delle attrezzature per la perforazione. 

A metà degli anni 50 i miei genitori decisero per motivi di lavoro di trasferirsi da Bari a Torino.  Ho cominciato a lavorare dopo aver  studiato per 3 anni in una scuola aziendale.

 Mi sono sposato nel 1968 con Lucetta, mia moglie e dopo il matrimonio incominciai un nuovo lavoro presso una piccola azienda. Inizialmente mi occupavo dell’organizzazione dell’officina, ed  in seguito man mano che l’azienda cresceva mi trovai a collaborare con l’amministratore,  interessandomi anche di acquisti e lavorazione esterne. Un Natale ricevetti a casa dei doni da alcuni fornitori. Capii che non potei tenermeli; ero già pagato per il lavoro che facevo. Questi regali mi apparivano come segno di riconoscenza verso l’azienda attraverso la mia persona, perciò, d’accordo con mia moglie decisi di portare quei doni in azienda. Questo gesto coinvolse anche altri colleghi, e per la prima volta tutti i doni personali furono messi in comune e ridistribuiti in parti uguali fra tutti i dipendenti.

Dopo alcuni anni mi fu proposto di rilevare una vecchia e piccola officina. L’idea di lavorare in proprio insieme ad altri, la possibilità di svolgere il lavoro come servizio, e di trovare equilibri diversi nel mondo del lavoro, mi fece fare questa scelta con altre tre persone. Lasciai così un ottimo lavoro e un buon stipendio. Per due anni,  ho portato a casa 1/3 dello stipendio che prendevo da dipendente. Dopo alcuni anni cedetti la mia partecipazione in questa aziendina, e decidemmo con altri sei amici, di cui alcuni di origine meridionale  di ritornare nel Sud per iniziare insieme  una nuova attività , mettendo insieme i ns. risparmi, capacità professionali, idee e tempo libero.

Dopo un indagine accurata svolta nel meridione,  si decise di ubicare l’azienda nella provincia di Caserta,  ma incontrammo molte difficoltà , e  ci veniva chiesto per realizzare il ns. progetto  di venire a compromessi.   Decidemmo così, malgrado l’acquisto del terreno, di alcuni impianti e del rilascio della licenza di costruzione, di sospendere tutto. 

Nel mentre,  nacque a Roma una nuova finanziaria pubblica, che venuta a conoscenza della ns. iniziativa ci propose la sua partecipazione al 40%, con un proprio capitale di rischio malgrado fossimo una piccola azienda.    

In quel periodo intanto, si era insediato nella stessa zona  un altro concorrente. Perciò decidemmo di avviare l’iniziativa nella zona di Bari.

Quando nel 1991 è nata l’economia di comunione,  il progetto proposto da Chiara, abbiamo sentito che per la ns. esperienza era una conferma e ci ha dato una maggiore spinta ad andare avanti.

Le difficoltà che spesso riscontriamo sono legate, oltre che alle infrastrutture insufficienti, anche ad una “povertà culturale”  che ha radici profonde,  legate alla mancanza di relazioni, a stili di vita fatti di scelte individuali poco attente al bene comune, che incidono sulla partecipazione e sulla responsabilità, influenzando così tutti i vari ambiti della società, non solo quello dell’economia ma anche quelli della politica della sanità, della cultura della giustizia e della comunità ecclesiale.

Malgrado le difficoltà  in questi anni  abbiamo cercato di costruire rapporti di gratuità. Le relazioni interpersonali, all’inizio problematiche, hanno lasciato spazio a rapporti di fiducia, di amicizia e reciprocità, sia con i dipendenti,  che con i clienti, i fornitori, i concorrenti, le istituzioni.

Un esempio è legato ad un’esperienza che ci siamo trovati a vivere:

Il titolare di una ns. azienda fornitrice, ebbe un infarto che provocò seri problemi economici per la sopravvivenza della stessa. Noi, invece di rivolgerci ad altri come sarebbe stato prudente, continuammo a rifornirci da lui, anticipandogli dei pagamenti, per permettergli di pagare gli stipendi ed i debiti più urgenti. Il suo consulente amministrativo lo abbandonò, ed un ns. collaboratore si offrì di ricostruire ed aggiornare le scritture rimaste arretrate. Non riuscendo comunque ad evitare il fallimento, assumemmo due dipendenti e aiutammo un terzo ad iniziare un’attività in proprio .

Uscimmo da questa operazione senza perdite,  perché avendo accettato dal curatore fallimentare  su suggerimento del titolare, che nel frattempo era guarito, di acquistare i suoi macchinari a prezzo  di perizia, rivendendone alcuni, ne recuperammo  più del costo.

Quando un nostro concorrente, che opera in un’altra zona, entrò in difficoltà, gli offrii gratuitamente il mio aiuto, pensando ai posti di lavoro che si sarebbero perduti in caso di fallimento e al servizio importante svolto in un territorio così povero di aziende.

Aveva bisogno immediato di lavoro, così proposi ai miei clienti della zona di dirottare una parte delle nostre commesse verso di lui, assicurandoli che ne avremmo noi stessi garantito il buon esito e la proposta fu accettata. Così è nata in questi anni una collaborazione con una condivisione di esperienze tecniche e di rapporti legati alla conduzione delle aziende. 

Quando un violento incendio compromise gli impianti di un ns. reparto, continuammo a credere che “tutto quello che ci succede è per il ns. bene”. Da questo evento infatti, nacque una gara di solidarietà da parte di dipendenti, di clienti e di fornitori. Nei due mesi necessari per la riparazione degli impianti, le ns. lavorazioni furono dirottate verso due aziende concorrenti, localizzato al nord, che, rinunciarono ad una parte del loro guadagno per permetterci di recuperare le spese di trasporto.

Quando un ns. cliente agricoltore, che costruisce macchine agricole, espresse delle perplessità per i tempi ed i costi di trasporto, gli suggerimmo di rivolgersi ad un’azienda concorrente più vicina alla sua sede di lavoro, assicurandogli che gli avremmo fornito tutte le indicazioni per il corretto ciclo di lavorazione. Rimase molto meravigliato e contento, due gironi dopo ci portò in dono 15 quintali di angurie, che distribuimmo fra tutti i dipendenti.

Un  ns. cliente,  stimolato dagli incentivi che la sua Regione gli dava per i nuovi investimenti, ha deciso  di fare in proprio la lavorazione che noi effettuavamo sui suoi manufatti da molti anni.  Dopo alcuni mesi, non avendo una preparazione specifica ed un’esperienza sufficiente,  ci ha comunicato le difficoltà che aveva ad avviare questo macchinario. Ci siamo resi disponibili ad aiutarlo,  dandogli quel supporto necessario per effettuare bene la lavorazione,  e in seguito ha,  così deciso che avremmo continuato a fargli quella su i particolari più difficili.

All’inizio degli anni  ’90 ci fu una grave crisi per la guerra del Golfo , con una   grossa contrazione di lavoro e, dopo aver utilizzato la Cassa Integrazione, dovemmo decidere se, licenziare un quinto dei dipendenti, oppure optare per un contratto di solidarietà che prevedeva una riduzione delle ore lavorate, con un contributo da parte dell’INPS del 50% delle ore non lavorate. Di comune accordo fu scelta questa soluzione, sebbene comportasse per tutti la diminuzione di circa il 20% dello stipendio. Non fu possibile applicare la riduzione dell’orario di lavoro a tutti, in quanto sette dipendenti, occupavano posti di responsabilità; ma l’idea di non partecipare tutti insieme agli stessi sacrifici non ci lasciava tranquilli. Così tutti e sette decidemmo liberamente, di ridistribuire il 6% del ns. stipendio secondo le necessità familiari di tutti, in base ai figli ed eventuale altro lavoro delle mogli. Questo accordo, unico per la Puglia, fu concordato con l’Ufficio Provinciale del Lavoro ed il sindacato.

 Dall’inizio della crisi i primi due anni abbiamo utilizzato la Cassa Integrazione, in seguito il contratto di solidarietà che ha coinvolto tutti i dipendenti, integrando la percentuale delle ore non lavorate su una base dell’80% del proprio stipendio, rispetto alla Cassa Integrazione  che considera una paga convenzionale di 800 euro mensili.

Convinti che i risultati non dipendono solo dagli investimenti ma soprattutto dalle persone che lavorano. Abbiamo sempre cercato di coinvolgere tutti i dipendenti nella collaborazione e nella partecipazione azionaria, e nella distribuzione extra contrattuale di una parte degli utili, mentre una parte era destinata per i fini dell’EdC.

Un giorno ci siamo accorti che un ns. dipendente si drogava, non riusciva più a svolgere il ns. lavoro e procurava molti danni. Anche se il mio primo pensiero è stato quello di licenziarlo scegliemmo di accettarlo così come era.

Abbiamo avuto modo di conoscere l’ambiente in cui viveva e la sua famiglia, e decidemmo così di stare con lui anche fuori del lavoro per tenerlo impegnato tutto il giorno;  finchè un giorno ci chiese di aiutarlo ad uscire dalla droga. D’accordo con lui vincolammo il suo stipendio ed ogni giorno gli compravamo soltanto il necessario. Quando ormai stava per entrare in comunità, ebbe una grave crisi d’astinenza e ci obbligò a svincolargli i risparmi, che spese in droga in soli due mesi. Una domenica fu arrestato perché colto in flagrante a rubare in azienda. Stava malissimo e non potevamo abbandonarlo, così lo accompagnammo in una comunità delle Marche.  Dopo un ciclo di recupero di tre anni, è ritornato nella ns. azienda.  

Nel 2006 un ns. dipendente, capoturno, fu denunciato per un furto di circa 250 litri di nafta, da due suoi colleghi esasperati, dai continui furti che lo stesso commetteva durante il turno di lavoro notturno.   

A seguito di tale denuncia, lo stesso fu licenziato, ed in seguito condannato a cinque mesi con la sospensione della pena. Nel mentre, denunciò me e i suoi due colleghi per falso e diffamazione. Il processo è durato alcuni anni.

 In una delle ultime udienze mi comunicò che era in difficoltà perché dopo il licenziamento non era più riuscito a trovare lavoro. 

Così abbiamo trovato un accordo con lui e il sindacato,  dandogli alcune mensilità e nel contempo ci siamo ritirati dal processo, come parte civile per il risarcimento del danno. 

Nel 2004 ci viene proposto di partecipare ad un progetto” per il recupero socio culturale e l’inserimento lavorativo per donne” in uno dei quartieri più difficili della periferia della ns. città. 

 Il Progetto viene finanziato dall’Unione Europea e si costituisce così un’associazione temporanea d’Impresa e per la gestione, un  Comitato di  cui fanno parte tutti i soci: la ns. azienda,  un’associazione di volontariato del quartiere, la ASL,  il Comune di Bari, la circoscrizione, la Facoltà di Scienza dell’Educazione, la direzione didattica delle scuole primarie del quartiere, il dipartimento dei servizi sociali ed il sindacato .  E’ stata un’esperienza positiva perché, lo stare insieme per circa tre anni,  e l’ascoltarci, ha permesso di portare avanti delle soluzioni che non erano legate all’idea di qualcuno ma realizzate con il contributo di tutti.  

Con lo sguardo rivolto anche ai problemi del territorio e del contesto sociale abbiamo capito che soltanto stando insieme è possibile affrontare il grave problema del disagio giovanile e occupazionale. La mia elezione a Vice Presidente di un’associazione di piccole e medie aziende, ci ha permesso di dialogare con le istituzioni  e portare avanti alcuni progetti concreti. 

Così con una decina di aziende,  abbiamo  stipulato una convenzione con l’assessorato ai servizi sociali del Comune di Bari per inserire  minori a rischio. Con il Politecnico abbiamo istituito premi per tesi di laurea e borse di studio per studenti universitari.  Per cui ogni anno ospitiamo dei giovani che dopo il ns. tirocinio si inseriscono più facilmente nel mondo del lavoro.

Organizziamo stage per studenti delle scuole superiori all’interno delle aziende.

All’inizio del 2009,  siamo venuti a conoscenza di un progetto della Regione Puglia, che per incentivare nuova occupazione nelle imprese dava un contributo a fondo perduto (progetto elaborato probabilmente molto prima dell’evolversi della crisi). Ci sembrava preoccupante che l’Istituzione pensasse a creare posti di lavoro senza pensare a quelli che si stavano perdendo;  per cui a metà marzo, ci siamo incontrati, circa 40 imprenditori della piccola e media industria,  e abbiamo preparato un documento che evidenziava le difficoltà che stavamo attraversando.

 L’obiettivo era quello di coinvolgere le istituzioni e le parti sociali per cercare insieme  soluzioni capaci di mantenere in piedi le aziende con  i propri posti di lavoro.

Ci siamo riuniti una volta con l’Assessore Regionale alle attività Produttive, ed una seconda volta  con il Vice Presidente della Regione; da  questi  incontri sono scaturite alcune riflessioni condivise che sono state in seguito oggetto di discussione nel Consiglio Regionale con le Parti Sociali e hanno prodotto i seguenti provvedimenti:

-    accordo in deroga per gli ammortizzatori sociali destinati ad aziende del settore artigianale, turismo, servizi , cooperative e  lavoratori precari (prima Regione in Italia a siglare l’ accordo);

-    fondo per i COFIDI per finanziamenti destinati a consolidare i debiti a breve;

-    progetti per la formazione nelle aziende dei dipendenti in Cassa Integrazione.

Agli inizi degli anni 2000 abbiamo aiutato a far nascere una Cooperativa Sociale con attenzione ai diversamente abili, avendo come riferimento la nuova legge 68 del 1999,  dove per la prima volta veniva affrontato il problema dei disabili non come obbligo ma come collocamento mirato. 

Questa cooperativa è nata con quindici soci, di cui alcuni  disabili che hanno pensato di inventarsi un lavoro rivolto alle necessità ed ai bisogni del territorio.                                                                                 

La ns. azienda ha aiutato la cooperativa a sviluppare  un laboratorio di produzione, coinvolgendo alcuni ns. clienti che si sono resi disponibili a dare all’esterno delle lavorazioni.                                    

Adesso dopo oltre dieci anni questa cooperativa con tantissime difficoltà e  sacrifici, è cresciuta ed è diventata una realtà importante per il territorio.

 A seguito di un bando, la Provincia ci  ha dato in comodato per 25 anni  un’area di circa 2000 mq coperti,  e la Banca Etica e la Banca Prossima  hanno finanziato i ns. progetti di ristrutturazione.                                                 

Attualmente è operativo  un centro socio-sanitario e riabilitativo  con 50 disabili,  e due anni fa, abbiamo inaugurato una casa famiglia residenziale, con  22 ospiti, che alcuni genitori hanno chiamato “il dopo di noi”.

La Conferenza Episcopale Pugliese nell’autunno del  2008 ha proposto,  in un territorio dove i rapporti nel mondo dell’economia sono molto sfilacciati,  la rinascita dell’UCID Associazione Cristiana partecipata da  Imprenditori, Dirigenti, Professionisti ed Artigiani. Per tre anni dal 2010, mi è stata data  la responsabilità di coordinare l’UCID  nella nostra diocesi.                                                                       Nei ns. incontri  approfondiamo la dottrina sociale della Chiesa, la collaborazione fra tutti,  ponendo la persona al centro dell’attività economica,  e dialogando con le istituzioni.

Anche quest’anno, promossa dall’Economia di Comunione, dall’UCID  e dal Centro di Cultura LAZZATI, si è completata la nona  edizione dell’AMEC Accademia Mediterranea di Economia civile. In questi anni hanno partecipato più di 300 giovani.  Essa è rivolta a giovani provenienti  oltre che dalle nostra regione, anche da quelle limitrofe, dove fanno esperienza di una profonda partecipazione e responsabilità con 4  percorsi formativi.                                                                                                                

I temi sono stati:

-        L’economia civile come modello di sviluppo economico per uscire dalla crisi;

-        Il welfare civile come pensare agire per un altro modello; 

-        L’imprenditore civile e l’impresa di comunità; 

-        L’attuale crisi fra maledizione e benedizione ed il ruolo del terzo settore;

-        Costruire la civitas: la terra, la bellezza e la cura.

Alla luce di queste esperienze alcuni giovani hanno deciso di far nascere:

-        un poliambulatorio medico;

-        una casa-famiglia diurna per i malati di Alzhaimer 

-        un asilo nido per bambini. 

Nel mese di febbraio del 2018 ci è stato chiesto di partecipare al progetto “Fare sistema oltre l’accoglienza”, promosso dall’AMU - Associazione per un Mondo Unito, per ragazzi minorenni extracomunitari.  

Abbiamo accolto con un tirocinio formativo di un anno approvato dall’Ufficio Provinciale del Lavoro di Bari, due giovani extra comunitari provenienti uno dalla Nigeria e l’altra dal Gambia, di cui uno cristiano ed uno musulmano. 

Essi provenivano da una comunità della Sicilia dove sono stati ospitati per tre anni, e  dove hanno frequentato un corso di italiano. Da noi sono stati affiancati da due collaboratori; uno ha fatto esperienza come manutentore meccanico e l’altro come  manutentore elettrico, che gli permetterà di rimanere in Italia o ritornare nel loro Paese.

Per il più giovane, essendo scaduto il permesso di soggiorno, necessitava di una residenza. L’ho accolto nella mia casa, così con la nuova residenza ha avuto il rinnovo del permesso.        

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