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Terrorismo nella storia, origini ed evoluzione, di Paolo Iacovelli

creato da webmaster ultima modifica 21/09/2015 12:20
Il terrorismo, come ogni fenomeno storico e antropologico, nel tempo si adatta e muta...

 

Il terrorismo, come ogni fenomeno storico e antropologico, nel tempo si adatta e muta e, per meglio comprendere le tappe della sua evoluzione, è utile risalire alle origini, onde tentare di fornire alcune definizioni esaustive del termine. Tuttavia, non è facile trovare una definizione univoca e chiara, data la varietà delle forme di terrorismo registrate nella storia: ogni guerra non convenzionale, civile, rivoluzionaria, di liberazione nazionale o di resistenza contro forze occupanti straniere, o rivolta contadina, azione di brigantaggio, guerriglia, è stata in qualche modo e misura contraddistinta dall'applicazione del terrore e da motivazioni tra le più variegate: religiose, politiche, sociali, culturali. In realtà, il “terrore”, inteso come uso sistematico della violenza al fine di provocare una paura paralizzante, è pratica politica di antiche origini. Già il Machiavelli nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio scriveva che la storia insegnava ai governanti che volevano mantenere il proprio dominio a usare "quel terrore e quella paura negli uomini che vi avevano messo nel pigliarlo".

Il concetto di terrorismo trae, perciò, la propria origine da una manifestazione di violenza dei detentori di un potere a danno di una parte della popolazione. Il terrore si configura, dunque, come una forma di violenza interna allo stato, che si affianca alla – e si distingue con nettezza dalla guerra, intesa come esercizio della forza verso l’esterno, nel conflitto con altri Stati. Questa divaricazione risiedeva nel pensiero politico di Thomas Hobbes, la cui dottrina dello Stato si fonda sul presupposto che la paura (fear), propria degli uomini allo stato di natura, riveli il proprio lato “creatore” e giustifichi la costruzione razionale di un potere politico artificiale dotato del monopolio della violenza. Il "Leviatano" (cioè lo Stato, nell'opera di Hobbes del 1651) così istituito è chiamato a svolgere una duplice funzione: mantenere la pace sociale all’interno dello Stato, garantendo l’obbedienza alla legge mediante il terrore (terror); difendere la comunità dalle minacce esterne attraverso la guerra contro gli altri Stati. Con la diffusione dei principi liberali e poi democratici, è stato quindi Max Weber a precisare che lo Stato è detentore di una forza “legittima”, espellendo definitivamente il terrore dall’alveo della violenza propria degli ordinamenti liberal-democratici.

In un arco di duemila anni di storia si possono annoverare centinaia di formazioni/gruppi terroristici di vario genere e che, con varie modalità e motivazioni, hanno caratterizzato questo fenomeno in quasi tutti gli angoli del mondo; ne cito alcuni illustrando qualche loro peculiarità.

Uno dei primi movimenti terroristici è stato quello dei sicari, una setta religiosa ben organizzata di individui di rango minore che operava in seno alla lotta degli Zeloti in Palestina (A.D. 66-73) contro l'occupazione romana. Secondo lo storico Giuseppe, i sicari adoperavano tattiche "poco ortodosse" attaccando in pieno giorno e, preferibilmente durante le festività o quando una folla si radunava in vari punti di Gerusalemme, camuffandosi per sferrare colpi mortali con una spada corta (sica) celata sotto le vesti. Si resero responsabili della distruzione della casa di Anania, di alcuni palazzi della dinastia di Erode e dell'incendio di archivi pubblici, al fine di spezzare l'intreccio denaro-usurai e prevenire la restituzione di debiti. Negli scritti di Tacito e persino nelle denunce delle autorità rabbiniche vengono altresì ritenuti responsabili di incendi ai granai e il sabotaggio alle riserve idriche; costoro erano considerati estremisti, nazionalisti in lotta contro l'occupazione romana e gli ebrei moderati. Seguivano la dottrina della cosiddetta "quarta filosofia", una sorta di protestantesimo ebraico, secondo cui Dio era considerato l'unico Signore, rigettando qualsiasi ipotesi di alleanza politica con i poteri terreni o interposizione della classe sacerdotale.

Altro esempio di terrorismo a sfondo politico intriso di finalità messianiche é stato intrapreso, tra l'VIII e il XIV secolo nel Vicino Oriente, dai nizariti, la principale setta degli Ismailiti, corrente dell'Islam sciita, conosciuti in passato anche come Setta degli Assassini oppure semplicemente Assassini (fidain). Il termine assassini si vorrebbe derivi dal sostantivo plurale arabo al-Hashishiyyun, "coloro che sono dediti all'hashish", anche se alcune teorie spiegano che il termine derivi in realtà da heyssessini che significherebbe seguaci di Hassan Sabah. La parola italiana assassino deriverebbe dalla pratica in uso di questa setta di ricorrere, per l'affermazione della loro politica, a omicidi politici mirati (specialmente contro i sunniti selgiuchidi e ayyubidi). Gli adepti nizariti venivano inquadrati nei vari gradi della setta, da novizio a Gran Maestro, secondo il loro livello d'istruzione, di affidabilità e di coraggio, seguendo un piano intensivo di indottrinamento e di addestramento fisico. Ḥassan terrorizzava i nemici attraverso gli omicidi individuali; i membri della setta venivano inviati, singolarmente o a piccoli gruppi, con la missione di uccidere una persona importante: in due distinte occasioni tentarono di uccidere Saladino. L'apice della loro attività si ebbe in Persia e in Siria a partire dall'XI secolo, in seguito ad un'importante scissione della corrente ismailita e proseguita in modo più organizzato qualche decennio più tardi nel 1094 grazie proprio ad Ḥassan, detto anche "il Vecchio della Montagna". Il loro principio fondamentale della sottomissione all'autorità rivelata spiega la devozione fanatica che essi nutrivano verso i loro maestri e capi carismatici, ritenuti figure a metà strada tra il semi-divino e semi-umano. Alla fine del Medioevo questa setta scomparve, praticamente sommersa dal ramo principale dell'Ismailismo.

Nel corso di alcuni secoli, in India e nell'Estremo Oriente si sono avvicendati svariati gruppi clandestini e società segrete: fino alla metà dell'Ottocento, ad esempio i thugs (grafia inglese per il termine bengali thog, che significa malfattore) erano molto noti e temuti in India per la loro fama di ladri, rapinatori e soprattutto assassini particolarmente abili. Il loro culto prevedeva l'adorazione della dea Kalì (a volte chiamata Bhavani) e veniva espresso tramite sacrifici umani. A causa del loro grande talento di assassini strangolatori, spesso prestavano servizio come "sicari" per conto dei potenti: i consistenti compensi per gli omicidi consentivano ai membri della confederazione di finanziare il loro culto; inoltre potevano avvalersi di amicizie e conoscenze altolocate che significavano garanzia. La situazione peggiorò quando anche alcune importanti personalità indiane cominciarono ad abbracciare il culto della divinità sanguinaria. Dopo l'invasione dei britannici e la proclamazione dell'India come colonia dell'Impero, i thugs furono visti nell'ottica dei criminali e combattuti come tali, ma la loro appartenenza alla congrega dei nobili signori indiani era largamente diffusa e questo ostacolava le indagini delle milizie di Sua Maestà, in quanto i nobili fornivano protezione e i vari gruppi si concentravano nei territori di questi ultimi, in cui sapevano di essere al sicuro. In realtà gli appartenenti alla setta si chiamavano (intorno al 1665) phansigar, che in un dialetto indù significa "strangolatori". Quando i britannici giunsero in India, esistevano già da secoli; secondo un'ipotesi formulata dal generale William Sleeman essi erano i lontani discendenti del misterioso esercito dei sagarti, citati negli scritti di Erodoto, che si battevano armati di un laccio di cuoio e di un pugnale.

In Cina, la "Scuola di Pugilato della Giustizia e della Pace" (yihequan), nome di un'associazione utilizzato nel corso di varie rivolte a partire dal 1700, aveva assunto un ruolo di rilievo quando venne coinvolta nella cosiddetta "rivolta dei boxer". Il movimento dei boxer era una diretta filiazione dell'antica Cina, poiché derivava dalla rivolta della setta degli otto trigrammi. Si diffuse nella Cina del Nord, esprimendo la violenta disperazione delle masse contadine; i suoi seguaci si chiamavano I-ho ch'uan, dal nome dell'arte della lotta o del pugilato (ch'uan), che mirava a far trionfare la giustizia e l'armonia (i-ho). In questo ambito il nome sarebbe stato utilizzato per la prima volta da un maestro di Meihuaquan, Zhao Sanduo. In realtà il nome è stato altresì associato alla rivolta di Wang Lun nel 1774 e a quella Baguajiao del 1813 in particolare a Feng Keshan. In un secondo momento, quando gli Yihequan ricevettero l'appoggio imperiale mutarono il loro nome in yihetuan. Per alcuni storici questo cambiamento di nome sottolinea un'evoluzione della rivolta stessa ed una mutazione significativa del movimento che, se in precedenza era anti-dinastico, si trasforma in gruppo filo imperiale "pilotato" dai signorotti locali e dai funzionari governativi. In questa fase il governo imperiale raccomandava di distinguere tra yihetuan buoni e cattivi, favorendo i primi e reprimendo i secondi. Gli yihequan avevano infatti il motto "rovesciare i Ching, spazzare via gli stranieri"; difatti, in un primo momento la componente anti-cristiana ed anti-occidentale del movimento coincideva con la componente rivoluzionaria rurale, nata dalle società segrete e che gradualmente aveva preso piede nelle campagne come agitazione contadina armata.

La radice etimologica del termine terrorismo va invece ricercata nell’esperienza storica del “terrore” nella Francia rivoluzionaria. Secondo la lettura più diffusa, il lemma appare per la prima volta nel supplemento del 1798 al Dictionnaire de l'Académie Francaise: systeme, régime de la terreur. Già qualche anno prima, i giacobini usavano questo termine per etichettarsi nei loro scritti e discorsi: sarebbero stati J.L. Tallien in un discorso pronunciato il 23 agosto 1794 e Babeuf in un intervento dell’11 settembre 1794 a introdurre nel lessico politico le rispettive nozioni di terrorisme e terroristes, nonché del verbo terroriser , cioè "la volontà determinata di ispirare il terrore"; nel 1795, inoltre, al termine inglese terrorists fa ricorso Edmund Burke per qualificare i rivoluzionari francesi.

Il terrorismo cosiddetto sistematico emerge nella seconda metà del 19° secolo (era degli attentati) con i moti rivoluzionari russi (1878-1881), con le attività dei gruppi nazionalisti radicali irlandesi, macedoni, serbi ed armeni, per assistere quindi ai primi "attentati anarchici" in Francia, Italia, Spagna e Stati Uniti.

Se fino alla Prima Guerra mondiale il terrorismo sembrava essere riconducibile a un fenomeno di ispirazione socialista, di sinistra oppure anarchica, negli anni successivi iniziarono invece a verificarsi atti terroristici ad opera di gruppi separatisti nazionalisti e/o sponsorizzati dalla destra, come ad esempio il gruppo degli ustascia croati appoggiati dai fascisti italiani ed ungheresi; analoghi gruppi erano apparsi anche in Germania, Francia e Romania. Negli anni 30' e 40', le azioni terroristiche cominciarono ad affacciarsi fuori dal Vecchio continente europeo: la Fratellanza Musulmana ed altre formazioni di destra, come il Partito del Giovane Egitto, uccisero due primi ministri e diversi alti funzionari.  Nella Palestina del Mandato britannico, i gruppi sionisti Irgun e LEHI optarono per una lotta terroristica individuale contro il colonialismo britannico, così come fecero per la stessa motivazione altri gruppi autoctoni di Cipro e Aden.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, a metà anni 50' il gruppo algerino FLN tentò di assaltare ed occupare aree urbane della capitale, ma la forte reazione dell'Esercito francese respinse (1957) l'azione del Fronte, che però ripiegò nelle aree rurali del Paese attuando una lotta più cruenta di guerriglia contro il colonialismo francese in quelle regioni. Per due decenni successivi, numerosi fenomeni di guerriglia rurale (in Americana Latina si trasformarono in movimenti di liberazione nazionale) si registrarono in tutte le parti del mondo, prendendo spunto da teorici come Mao, Castro, Guevara e altre figure minori.

L’idea che i terroristi muovano all’assalto del monopolio della violenza statale presuppone che la loro minaccia sia considerata interna ai confini di uno Stato. Questo assunto perde consistenza con la diffusione del terrorismo internazionale, che ha la sua punta di diamante nell’azione dei vari gruppi collegati alla causa della popolazione palestinese e, successivamente, del terrorismo globale. Difatti, questa nuova dimensione irrompe sulla scena europea nel settembre 1972, con l’attacco del gruppo Settembre Nero alla delegazione israeliana alle Olimpiadi di Monaco. Il fenomeno, quindi, tende a sfuggire - dal punto di vista delle modalità operative, ma anche da quello delle strategie, degli obiettivi e dunque del suo significato complessivo – alla logica politica moderna e territoriale, fondata sull’esistenza di frontiere rigide e sulla compartimentazione fra Stati nazionali. Negli anni settanta, oltre al terrorismo di matrice mediorientale, si affaccia quello ideologico e politico, ma anche nazionalista e separatista, in varie parti d'Europa (Brigate Rosse, RAF, CCC, IRA, ETA, ASALA, etc.), inneggiando ad una lotta armata/sollevamento delle masse popolari nel perseguimento di obiettivi come il cambiamento di un regime politico-istituzionale, il superamento di un assetto economico-sociale, la ridefinizione dei confini di uno Stato o di una regione, l’attribuzione di territori contesi e così via. Il culmine della fenomeno sovversivo/eversivo delle BR in Italia si raggiunge, nel 1978, con il rapimento/omicidio dell'On. Aldo Moro.

Il mutamento dello scenario internazionale a seguito della dissoluzione del blocco sovietico, ha posto fine al vecchio modello di contrapposizione aprendo le porte a una rinnovata conflittualità regionale, in cui l’esperienza del terrorismo si é contaminata con altre forme di violenza politica. Il processo di globalizzazione ha reso, quindi, anacronistiche alcune distinzioni e categorie politiche sulle quali fanno perno la versione più tradizionale del terrorismo e le sue modalità d’azione. Questa necessità di rendere conto, sul piano storico, ideale e istituzionale, del passaggio dalla politica territoriale e Stato-centrica della modernità europea, nella quale la nozione di terrorismo vede la luce, a quella globale e deterritorializzata, era iniziata a manifestarsi già tra il XX e il XXI secolo. Le cause della globalizzazione sono da vedersi, infatti, in quell’insieme di fatti storici che hanno portato come conseguenza alla creazione di una realtà unitaria, senza confini culturali/normativi. Un fatto storico fondamentale che ha fatto parte di questo processo e che ha portato alla creazione di una realtà unitaria è stato proprio il colonialismo, le cui cause sono state molteplici: possibilità per una nazione-popolazione-gruppo di svilupparsi a discapito di altre nazioni-popolazioni-gruppi, possibilità di approvvigionarsi di materie prime a basso costo, di manodopera a basso costo, valvola di sfogo per la sovrappopolazione del Paese coloniale, ecc..

La prima concretizzazione dell’imposizione da parte dell’Occidente (la maggior parte dei Paesi colonizzatori) della regola del loro sviluppo culturale/tecnologico è consistita nell’inaridimento, nei Paesi colonizzati, dell’artigianato (nel senso che dall’artigianato non sono sorte piccole industrie) e nella perdita delle prospettive di sviluppo. Quando in un Paese si ha l’inaridimento dell’artigianato si perde il treno dello sviluppo, non si è più padroni di sé stessi e si è in balia dei Paesi più sviluppati. I pensieri di Joseph Stiglitz, in questo ambito, sono illuminanti: ”quando arrivano le aziende straniere, spesso distruggono la concorrenza locale e le ambizioni  dei piccoli imprenditori che avevano sperato di sviluppare un’attività". La reazione violenta contro la globalizzazione ha tratto la propria forza non soltanto dal danno visibile arrecato ai Paesi in via di sviluppo dalle politiche guidate dall’ideologia, ma anche dalle iniquità del sistema del commercio internazionale.

In questo senso, l’antropologia strutturale, di cui Claude Levi-strauss è il principale esponente, dice che il comportamento umano segue delle regole inconsce che sono fisse nel tempo e i fatti storici non sono altro che il risultato delle applicazioni di queste regole. Gli obiettivi del terrorismo consistono nella creazione di una frattura col mondo circostante, nel raggiungimento dell’indipendenza socio-economica-politica e culturale e quindi nella creazione di una realtà con una “fonte normativa” interna.

Il fatto storico che ha scatenato il terrorismo islamista (non vi è nessuna relazione sostanziale fra religione islamica e terrorismo, ma che l’uso dell'Islam è solamente strumentale al raggiungimento di una frattura fra le due diverse realtà, il mondo Occidentale e quello musulmano) contro l’Occidente è stato che molti Paesi islamici, come l’Iran, l’Egitto, i Paesi del Maghreb, la Siria, dopo essersi liberati dal colonialismo, hanno preteso di “occidentalizzarsi”, copiando i sistemi politici, le leggi, la cultura e i costumi dell'Occidente “infedele” e “corrotto”. Per opporsi a questa deriva, che portava l'Islam alla marginalizzazione, è nato il “fondamentalismo islamico”, brodo di coltura del terrorismo islamista, comportando una frattura interna al mondo musulmano, con un ritorno all'integralismo, cioè mediante le svariate interpretazioni ideologiche della religione, quindi in una dimensione geopolitica del fenomeno con le diverse esperienze nazionali significative in Palestina, Algeria, Egitto, Iran, Arabia Saudita, Pakistan, Afghanistan. Mantenendo sullo sfondo il confronto-scontro con l'Occidente (figura del nemico), che nasce dal rifiuto della cultura, dei modelli, dei costumi e delle ideologie occidentali che hanno determinato, alimentato e strutturato nel corso del tempo lo sviluppo del movimento islamista, si comprendono le origini e le radici storiche del fenomeno, nonché delle sue scuole di pensiero a cui tutt'oggi si riconducono gruppi e movimenti islamisti. Lo stesso Bin Laden si incontrava con il pensiero del teorico egiziano Sayyid al-Qutb (ideologo che più di ogni altro ha influenzato l'islamismo radicale). Da Al-Qutb Bin Laden apprende le più importanti categorie del suo bagaglio ideologico, in particolare la concezione bipolare religiosa tra “partito di Dio” e “partito di Satana” (termine già coniato qualche anno addietro durante la rivoluzione iraniana Khomenista contro gli USA), tra islam e jahiliyya (ignoranza religiosa), tra regno della fede e regno dell'incredenza e dell'errore.

Questa formazione ideologica (Islam politico) unita a quella nata dall'incontro con l'ideologo palestinese Abdallah Azzam, che teorizzava il jihad (la ‘guerra santa’, da combattere per affermare con la forza delle armi il dettame coranico, nei confronti delle minacce da parte di altre confessioni o potentati avversi) come obbligo religioso nei confronti dei nemici della fede, verrà poi trasmessa agli islamisti radicali nei centri di reclutamento e di addestramento di Azzam e di Bin Laden, vere università di islamismo radicale, o in certe madrasse (scuole coraniche), in cui la comunità del fronte jihadista metteva a punto le strategie per instaurare lo Stato islamico in ogni paese musulmano; è in questi ambienti che Bin Laden aveva costruito la base (al-Qaeda) e la rete di contatti con i jihadisti di tutto il mondo.

Il terrorismo suicida, inteso come sacrificio per la difesa della fede, costituisce poi un elemento peculiare dell'anima della lotta dei movimenti islamisti e l'attacco spettacolare dell'11 settembre 2001 è stato il punto di massima intensità nello scontro tra movimento islamista e Occidente, ma nel contempo ha dimostrato il fallimento del jihad globale e dell'islam radicale, proprio in quanto è mancata la risposta più attesa, quella dello stesso mondo musulmano, che non si è mobilitato a sostegno degli islamisti, dimostrando così al suo interno contraddizioni e limiti. L'attacco all'America è sembrato piuttosto il tentativo estremo e disperato di gruppi di avanguardie di far esplodere le contraddizioni presenti nel mondo musulmano. Infatti, se una parte di questo mondo sente l'esigenza di dar corso ad una modernizzazione necessaria per partecipare al processo di globalizzazione, un'altra vive come contrasto le spinte secolarizzanti prodotte dalla stessa globalizzazione.

Pertanto, le tesi ideologiche, culturali, politiche e religiose e gli obiettivi di rivincita e di vendetta del mondo musulmano oppresso sul mondo occidentale oppressore - sentiti come giusti dai popoli islamici - fanno pensare che il terrorismo islamista non possa essere sconfitto ed eliminato in breve tempo. Il fatto impressionante è che sono ancora assai pochi coloro che nel mondo islamico condannano, in maniera chiara e senza ricorrere a formule ambigue, il terrorismo. Lo fanno gli intellettuali e alcuni esponenti religiosi islamici che vivono attualmente in Occidente, trovando però scarso ascolto nei loro Paesi di origine; lo fanno, di recente, anche i musulmani che vivono e lavorano nei Paesi occidentali, i quali si rendono conto che il terrorismo li danneggia gravemente nella stima, nell’accettazione e nelle occasioni di lavoro, rendendo loro la vita più difficile di quanto già non sia per se stessa la vita di un immigrato.

Infine, l'uso della rete Internet è divenuto un eccellente esempio in cui il mondo diventa un'arena "medievale" di teatro mediatico, dove il pubblico è globale e i terroristi possono agire in maniera transnazionale, combattendo non solo sul campo ma anche sul cyberspazio (cyberterrorismo). Gli attacchi informatici o i numerosi siti web contenenti documenti ideologici di sostegno al jihad, di propaganda che loda la violenza e l'odio, di proselitismo e reclutamento (anche di bambini, con l'immissione in rete di videogame riadattati alla "guerra santa"), di finanziamento e preparazione di attentati (nonché di ordigni esplosivi) sono solo alcune delle nuove armi dei terroristi. Sull’utilizzo di queste innovative modalità, l’ISIS è attualmente in prima fila, rispetto ad al-Qaeda che mandava videocassette ad al-Jazeera, compiendo un salto di qualità e rivolgendosi ai giovani, molto più abili ad usare social media e smartphone, diffondendo online quelle orribili immagini dei loro crimini, che fanno parte della struttura base dell’organizzazione e della sua campagna violenta in Irak e Siria,  Paesi divenuti ora arena di scontro di logiche tribali, settarie, religiose oltre che di dinamiche egemoniche e di supremazia regionale. I militanti dell’ISIS sono divenuti esperti nell’uso dei filmati – tra cui i video delle decapitazioni – dove si terrorizza chi non è d’accordo con il loro pensiero integralista. Secondo alcuni analisti, con la produzione di un "docudramma" a modo suo contorto, lo Stato islamico (nella fattispecie il Califatto) invia i seguenti messaggi: “Noi non giochiamo secondo le vostre regole. Non ci sono limiti a ciò che siamo disposti a fare. Noi vogliamo distruggere tutti voi in America, tutti voi in Occidente e tutti quelli che dentro il mondo musulmano non accetti la nostra versione dell’Islam”.

 

Nella disamina conclusiva del processo evolutivo che ha caratterizzato il fenomeno nei tempi più recenti, ci rendiamo conto che stiamo entrando in una fase nuova e molto pericolosa della storia moderna, in cui abbiamo assistito persino ad un terrorismo sponsorizzato da Stati, con l'emergere di nuovi tipi di violenza terroristica, che potrebbe degenerare per le potenzialità offerte dall'agevole accesso alle armi di distruzione di massa e dalla saldatura con il fanatismo religioso.

La categoria del terrorismo va perciò classificata come un'antropologia di tipo negativa, alimentata dall'istinto della morte, in cui nessuna etica può determinare quando e in qual misura lo scopo moralmente buono “giustifichi” i mezzi e le altre conseguenze moralmente pericolose. È il mezzo specifico della violenza legittima, semplicemente, come tale, messo a disposizione delle associazioni umane che determina la particolarità di ogni problema etico della politica e ciò vale, in modo particolare, per chi combatta per un fine o una fede, tanto religiosa quanto rivoluzionaria. Questa è la lezione del sociologo Weber: il rapporto dialettico fra mezzi e fine. Lo stesso che intercorre in qualsiasi organizzazione o gruppo politico che tenti di rivendicare la propria legittimità, su di un territorio come per una ideologia o una religione. È in base a questo “principio di proporzionalità” fra i mezzi e lo scopo da raggiungere che è possibile tracciare una linea di demarcazione fra il partigiano e il terrorista, l'eroe e il fanatico, il martire e l'estremista. Un punto di rottura che deve essere rintracciato di volta in volta, da caso a caso, specificatamente, e che, molte volte, va oltre le deboli forze del solo ricercatore.

 

In questa mia modesta ricerca concludo trovando illuminante un passo del Vangelo di Luca (21): "….Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, Gesù disse: "Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta". Gli domandarono: "Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?". Rispose: "Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine". Poi disse loro: "Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere….".

Oppure, ancora più coinvolgente, in 1Giovanni (4): "…. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. Per questo l'amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell'amore. Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: "Io amo Dio", e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello".

 

Come combattere il terrorismo? Sono certo che gli "operatori del settore" riusciranno a trovare, di volta in volta, le giuste soluzioni operative per debellare la violenza terroristica, malgrado gli scenari di conflittualità siano sempre più complessi e in continuo movimento e risulti ancor più difficile analizzare dati e informazioni utili alla elaborazione dei cosiddetti "early warning", o avvisaglie di nuovi fenomeni terroristici, nonché delle strategie di prevenzione e contrasto più idonee. A mio avviso, prepararsi ad una difesa, in chiave "si vis pacem, para bellum", potrebbe significare fare una guerra al terrorismo e, non saprei, se uno sforzo bellico possa realmente e definitivamente risultare l'unica soluzione al problema; rimbalzerei tale esercizio a strateghi militari e/o esperti nell'arte della guerra. Da cristiano, invece, ritengo che l'utilizzo della sapienza (gnosis) e della lingua (intesa come dialogo tra popolazioni e culture diverse, o avverse tra loro) sia la giusta modalità per non farsi terrorizzare dalla violenza. Cito, a tal proposito, Papa Benedetto XVI: "…La violenza è contraria al Regno di Dio, è uno strumento dell’anticristo. La violenza non serve mai all’umanità, ma la disumanizza".

Un'umanità in continua lotta, tra il bene e il male, ma alla ricerca di una pace che troverà senza alcun timore, o paura, quando scoprirà veramente l'amore in Dio.

[già dirigente della Presidenza del Consiglio, Roma]

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