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Tanto da sanare, di Elena Cuomo

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 22/11/2020 10:58
L’umanità è in ginocchio: un virus la sta falcidiando senza pietà, con una pandemia che sembra aver riaperto le porte di una storia che credevamo passata per sempre...

 

L’umanità è in ginocchio: un virus la sta falcidiando senza pietà, con una pandemia che sembra aver riaperto le porte di una storia che credevamo passata per sempre e che, invece, riemerge con un’implacabile ondata di morte. Morte degli anziani, dei più fragili, dei giovani e belli. Il contagio non è uniforme, la morte sembra fare inspiegabili differenze, non ci sono categorie che tengano.

Il contagio porta con sé diverse forme di morte, non solo quella fisica: ferma gli abbracci, le carezze, irrigidisce e ingessa le relazioni, ingabbia i corpi in un immobilismo privo di prossimità e contatto, li priva della dimensione dell’andare, del toccare, di comprendere, sia pure in un silenzioso abbraccio.

Scopriamo che tutti i movimenti delle gambe, delle braccia, delle mani, sia pur impercettibili, hanno una vitale importanza; lo scopriamo dopo anni che li abbiamo ridotti al minimo indispensabile, dopo che li abbiamo trasformati in una parvenza di movimento o in una parossistica versione efficientistica. Scopriamo che danzare riporterebbe la gioia, evocherebbe la bellezza dello stare insieme, in movimento, accanto, ma con una breve distanza che valorizzi lo spazio vitale di ognuno e crei un’armonia di gruppo: in due o in molti in una stessa area, in movimento, nella gioia di esserci ancora. Lo scopriamo ora che dobbiamo stare fermi, distanti.

Il virus sembra possedere uno strano potere. Evidenzia le storture, le patologie della contemporaneità, del nostro essere individui, atomi, schegge che non si radicano nella solidarietà, nella condivisione, nella gestione progettuale del vivere sulla terra. Il nostro ormai semplicemente coabitare, insistere su di un territorio sembra già privo di quel molteplice ingegno che potrebbe reinventare nuovi modi per prendersi cura ognuno degli altri.

Anche qui, la cura scoppia perché le città e le sue strutture non sono pensate per il benessere degli umani, per la valorizzazione delle fragilità, per il sostegno ai nuovi germogli. Tutte queste cose sono demandate all’abnegazione e alla creatività di pochi. Così le sperequazioni che da tempo immemorabile insanguinano il pianeta si rinnovano in versione globale e in barba alla digitalizzazione provocano nuove arsure e laceranti ferite nel ventre della storia umana.

Il terrore seminato nel nome del Dio denaro, quando non nel nome di Dio stesso; le torture sui corpi dei piccoli e delle donne; la reificazione dei corpi nella tratta degli esseri umani; la segregazione e la morte comminate nel nome dei divieti più assurdi, persino di cantare, non fanno più notizia.

Il virus miete vittime in ogni dove e riempie i corridoi degli ospedali e dei ricoveri esattamente come le calamità naturali provocate dall’incuria verso l’ambiente. I disastri dell’acqua e del fuoco, che espongono le vite alla furia degli elementi quasi come ai primordi, non appaiono come improbabili castighi divini, ma evidenziano la negligenza e l’irresponsabilità dell’uomo contemporaneo, mostrando finalmente il grado di esposizione dell’esistenza umana all’imprevisto, la sua connaturata vulnerabilità.

Il Covid19 rischia persino di inaugurare nuove forme di diseguaglianza, in ordine al futuro vaccino: chi lo potrà avere? E con quale garanzia scientifica? Alcune etnie potrebbero essere a rischio, con conseguenze inenarrabili sul volto di un’umanità sacrificata, deprivata di gran parte del suo molteplice; troppo spesso alcune comunità già sofferenti possono apparire vittime di politiche depopulazionistiche. Molte marginalità vengono sospinte dalla logica dell’epidemia oltre il confine dell’inaudito e così, mentre in tanti tentiamo di porre in essere affidabili strategie di prudenza, continuano le stragi del terrorismo, si continua a morire per violenza domestica e le donne senza nome, vittime della tratta a scopo sessuale, carne da mercato, continuano a essere stritolate dal business del sesso a pagamento, nonostante l’alto costo della loro esistenza; nonostante il virus. Qui il contagio non rileva: poiché la merce è fungibile, si può ipotizzare. Se però il contagio non rileva per i tanti che le tengono in schiavitù per la legge della domanda e dell’offerta, allora bisogna capire che la morte è già di casa, che l’hanno già messa a conto perché le sopravvivono tristemente ogni giorno e che l’aspettano, alternativa plausibile al baratro delle loro esistenze.

Il dolore e la paura che questa pandemia sta provocando non è solo, si moltiplica trascinando al centro della scena le piaghe che tenevamo da parte, fingendo di non vederle. Quando il virus sarà sconfitto, dovremo guardarci in faccia e cominciare a lavorare a lungo per sanare la fisionomia dell’umano. 

[docente di simbolica politica, Napoli]

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