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Vestirsi come... di Franco Ferrara

creato da webmaster ultima modifica 30/09/2015 11:54
Vestirsi è un verbo riflessivo che rimanda all’immagine proiettata dallo specchio, per coglierne i significati possiamo rileggere la storia dell’abito che è una lunghissima, testimonia dei modi di vita e dei rapporti tra gli umani, il mondo animale non ha vestiti. All’abito si legano comportamenti sociali, elaborazioni culturali, modalità di comunicazione.

Vestirsi è un verbo riflessivo che rimanda all’immagine proiettata dallo specchio, per coglierne i significati possiamo rileggere la storia dell’abito che è una lunghissima, testimonia dei modi di vita e dei rapporti tra gli umani, il mondo animale non ha vestiti. All’abito si legano comportamenti sociali, elaborazioni culturali, modalità di comunicazione.

La storiografia ha, di recente, dimostrato l’importanza dell’abbigliamento riproponendo il dibattito sulle “leggi suntuarie”, norme che, attraverso un apparato amministrativo, hanno regolamentato vesti e cerimonie nei Comuni dal Medioevo sino alla Rivoluzione francese. In seguito il modo di vestirsi sarà affidato alla libertà individuale e raggiungerà l’apice nel XX secolo.
Il vestito è strettamente connesso alla condizione sociale e quindi al contesto di vita della persona.

È interessante leggere gli statuti comunali che prescrivevano la lunghezza dei vestiti femminili oppure per gli uomini il numero dei bottoni d’argento e di corallo sulla giubba. Le norme suntuarie erano difese dai predicatori francescani e domenicani, motivo dominante delle omelie era la necessità di deporre ogni vanità per seguire l’esempio di Francesco, che non esitò ad abbandonare ricchezze e tessuti delicati per indossare un ruvido saio come insegna del suo stato penitenziale. Il Comune duecentesco inaugura l’omologazione delle apparenze o, quanto meno, conferisce legittimità alla rappresentazione estetica del potere.

Valeva per tutti, il modello estetico improntato alla modestia, ma negli stessi anni nelle botteghe dei sarti si progrediva nella produzione degli abiti che le leggi vietavano, o concedevano solo a pochi. I tintori realizzavano colori sempre più brillanti e duraturi, sarti e ricamatori affinavano le tecniche; borsai, calzolai, pellicciai, zoccolai e altri offrivano l’acquisto di prodotti affascinanti. Nel Medioevo sono poste le radici per la personalizzazione del potere attraverso l’apparire, e il vestito ne è lo strumento.

Il desiderio di apparire faceva volare la fantasia insieme all’economia, modificava gusti e costumi, ma sollecitava anche il pensiero critico dei moralisti e preoccupava i governanti.
Una trasformazione avviene nel Cinquecento quando ha inizio la difesa del lusso ad opera di artigiani e bottegai, i quali vedevano un calo della produzione e delle vendite dei loro prodotti. È in questo periodo che si scatena il conflitto tra i predicatori dell’austerità, e coloro che favorivano “le spese pazze e vane”. Il lusso del vestirsi costituisce uno strumento formidabile di differenziazione sia sociale che individuale, ma al tempo stesso si coglie anche una spinta all’azzeramento delle differenze se non all’eguaglianza sociale, tramite l’imitazione: il lusso assume valenza economica
e politica.

La corte di Francia dei Luigi XIII e XIV è simbolo della difesa ad oltranza delle leggi suntuarie e quindi della nobiltà. I secoli XVI e XVII vedono il prevalere dei difensori del lusso, questo diventa causa di aspri conflitti tra aristocrazie ed ecclesiastici da un lato e classi popolari dall’altro e al lusso viene riconosciuto il ruolo di generatore di ricchezza.

Si sostiene da più parti che il cambiamento dell’abbigliamento ha preceduto quello politico, cioè le modifiche estetiche hanno anticipato i moti rivoluzionari. Dalla difesa del lusso si transita alla sobrietà borghese. Gli uomini abbandonano parrucche, gilet, giacca lunga, tutto ha lo stile sobrio degli stessi borghesi. Il 29 ottobre del 1793 la prima misura rivoluzionaria prevede: “Nessuno potrà costringere un cittadino o una cittadina a vestirsi in maniera particolare…ognuno è libero di portare il vestito o la guarnizione che gli pare”. Questa dichiarazione non comportò all’istante l’affermazione della libertà, ma segnò la fine delle leggi suntuarie. Il vento della libertà entrò dappertutto, anche nelle istituzioni ecclesiastiche.

Il Concilio di Trento aveva stabilito l’obbligo della tonaca nera e aveva potenziato la sontuosità dei paramenti. Nonostante la Rivoluzione, successivamente si torna all’uso delle regole suntuarie. Basti pensare a: nascita, matrimonio, funerali, momenti vitali che richiedevano vestiti codificati. Il bambino appena nato era fasciato con panni che dovevano irrigidire il corpo. Il matrimonio rappresentava il primo “atto pubblico della famiglia nella città”, era uno spettacolo pubblico che offriva l’opportunità, soprattutto ai ricchi cittadini, di ostentare il proprio prestigio economico. Per i riti funebri le leggi suntuarie stabilivano che potevano vestirsi a lutto solo
consanguinei, parenti stretti e chi viveva vicino alla casa del defunto, la salma esposta al piano superiore doveva essere vegliata soltanto da donne vestite a lutto. Inoltre, diversi capitoli erano dedicati a: vesti, corredo, defunti, veglia, trasporto, sepoltura, scioglimento del corteo, ritorno a casa della vedova, banchetto, anniversari della morte. Le celebrazioni della morte, dunque, più di quelli della vita, erano costituite da una precisa e codificata ritualità, in cui tutti i partecipanti con gli
abiti a lutto fungevano da attori. I funerali fino agli anni ’70 del secolo scorso si richiamavano alle norme suntuarie, anche la morte richiedeva diseguaglianze, solo nelle campagne e nelle città industriali queste erano meno evidenti.

Possiamo dire che l’abito ha sempre contribuito ad esprimere sia l’ordine sociale che la condizione della persona. Anche il lavoro è contrassegnato dall’abito indossato: in piena epoca industriale, dopo aver indossato per una settimana la tuta, la domenica bisognava mettersi il vestito della festa conservato con la naftalina. Ma, se la tuta esprimeva il simbolo della società di massa, i maestri d’arte, i tornitori, gli ebanisti si riconoscevano dal vestito, gilè e cravatta. Il dipendente pubblico era obbligato a portare sia sul lavoro che nella vita privata giacca e cravatta.

I grandi totalitarismi del ‘900 richiedevano abiti per omologare le masse: il nazismo e il fascismo introdussero la divisa militare anche nella vita privata. Seguirono i regimi comunisti che utilizzavano la tuta e il doppio petto. Tutti abiti che coprivano il corpo in forma coatta in modo da rafforzare l’identificazione con il potere. Nella ricerca sulle leggi suntuarie non abbiamo incrociato il camice bianco del medico, comparso dopo la Rivoluzione, un altro capo di distinzione ma anche funzionale alle norme igienico-sanitarie.

Con gli anni ’80, paradossalmente esse ritornano, anche se per scelta “libera dell’individuo”. L’abito che si indossa deve segnare le ore della giornata: la tuta per gli esercizi sportivi, l’abito per il lavoro si deve cambiare ogni giorno, l’abito del rientro a casa, quello per il riposo notturno, l’intimo. Alle stesse leggi si lega la ricerca sfrenata delle grandi firme che in tal modo garantiscono l’autenticità caratteristica degli abiti del nuovo Millennio è l’esaltazione delle parti del corpo stesso.

Siamo passati velocemente dal corpo coperto dall’abito, all’abito che scopre il corpo. Ogni stagione, non solo quella estiva, è l’occasione per scoprire il corpo. Mentre per
quanto riguarda i preti e i religiosi, questi hanno acquistato piena libertà, sono incolati all’uso dei paramenti sacri ma nella vita quotidiana il vestito dipende dal contesto, in Africa, in America Latina, in Asia, ma anche nell’Occidente il sacerdote ha abbattuto la barriera della tonaca, anche se permane il colletto bianco per quando si va in TV. La domanda che ci resta è se in piena crisi il ritorno alla sobrietà, all’essenzialità, alla lunga durata dei capi di abbigliamento non passa attraverso la riproposizione di leggi suntuarie, ma da scelte libere.

[redazione di Cercasi un fine, Gioia del Colle, Bari]

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